Volodyk - Paolini3-Brisingr
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Delusi, Eragon e Saphira lasciarono l'albero di Menoa proprio mentre il disco del sole baciava l'orizzonte. Dalla radura Saphira volò fino al centro di Ellesméra, dove planò atterrando nella stanza da letto della casa sull'albero che gli elfi avevano preparato per loro. La casa era un insieme di camere rotonde appollaiate sulla corona di un albero massiccio, a centinaia di piedi dal suolo.
Un pasto di frutta, verdure, fagioli cotti e pane aspettava Eragon nella stanza da pranzo. Dopo aver mangiato, invece di gettarsi sul letto preferì accoccolarsi accanto a Saphira sulla pedana rivestita di coperte che era il suo giaciglio. Mentre Saphira piombava in un sonno profondo, lui rimase sveglio a osservare le stelle sorgere e schierarsi nel cielo sulla foresta illuminata dalla luna, e pensò a Brom e al mistero di sua madre. Più tardi, quella notte, scivolò nel suo ormai abituale sonno vigile, dove parlò con i suoi genitori. Non riuscì a sentire che cosa dicevano, perché le loro voci erano basse e indistinte, ma in qualche modo percepì l'amore e l'orgoglio che provavano per lui, e sebbene sapesse che non erano altro che fantasmi della sua mente inquieta, da allora conservò per sempre il ricordo del loro affetto.
All'alba, un'esile elfa guidò Eragon e Saphira attraverso i sentieri di Ellesméra fino alla residenza della famiglia Valtharos. Mentre passavano fra i tronchi scuri dei pini torreggianti, Eragon fu colpito da quanto fosse vuota e silenziosa la città rispetto alla loro ultima visita; scorse solo tre elfi fra gli alberi, tre figure alte e aggraziate che si allontanarono a passi felpati.
Quando gli elfi vanno in guerra, osservò Saphira, pochi restano a casa. Già.
Lord Fiolr li aspettava in una sala dal soffitto a volta, illuminata da diversi fuochi fatui fluttuanti. Aveva il viso lungo e severo e più spigoloso di quello della maggior parte degli elfi, tanto che i suoi lineamenti ricordarono a Eragon una lancia dalla punta sottile. Indossava una tunica verde e oro dal colletto alto e svasato, come la cresta piumata di un uccello esotico. Nella sinistra impugnava uno scettro di legno bianco che recava incisi i glifi della Liduen Kvaedhí. In cima allo scettro era incastonata una perla lucente.
Lord Fiolr fece un profondo inchino, ed Eragon lo imitò. Poi si scambiarono i saluti rituali degli elfi ed Eragon ringraziò il signore così generoso da permettergli d'ispezionare la spada Tàmerlein.
Lord Fiolr disse: «Da lungo tempo Tàmerlein è un trofeo prezioso della mia famiglia, e mi sta particolarmente a cuore. Conosci la sua storia, Ammazzaspettri?»
«No» rispose Eragon.
«La mia compagna era la saggia e bellissima Naudra, e suo fratello, Arva, era un Cavaliere dei Draghi al tempo della Caduta. Naudra era in visita da lui a Ilirea quando Galbatorix e i Rinnegati si abbatterono sulla città come una tempesta dal nord. Arva combatté insieme agli altri Cavalieri per difendere Ilirea, ma Kialandí dei Rinnegati gli inflisse un colpo mortale. Mentre giaceva morente sui bastioni di Ilirea, Arva consegnò la sua spada Tàmerlein a Naudra perché potesse difendersi. Con Tàmerlein, Naudra si aprì un varco fra i Rinnegati e fuggì, tornando qui accompagnata da un drago e un Cavaliere, anche se morì subito dopo a causa delle ferite riportate.»
Lord Fiolr accarezzò lo scettro e dalla perla scaturì un tenue bagliore. «Tàmerlein per me è preziosa come l'aria che respiro. Preferirei separarmi della mia vita piuttosto che separarmi da lei. Purtroppo, né io né i miei discendenti siamo degni di maneggiarla. Tàmerlein è stata forgiata per un Cavaliere, e Cavalieri noi non siamo. Te la presto volentieri, Ammazzaspettri, affinché ti aiuti a combattere Galbatorix. Però Tàmerlein resterà proprietà del Casato di Valtharos, e tu devi promettermi di restituirmi la spada se mai io o uno dei miei eredi te la chiederemo.»
Eragon diede la sua parola e Lord Fiolr condusse lui e Saphira fino al lungo, lucido tavolo che cresceva dal legno vivente del pavimento. In fondo al tavolo c'era una rastrelliera ornata dov'era esposta Tàmerlein col suo fodero.
La lama di Tàmerlein era di un verde intenso, ricco, così come il suo fodero. Un grande smeraldo ne adornava il pomolo, le decorazioni erano d'acciaio brunito e una serie di glifi correva lungo la guardia crociata. Dicevano in elfico: Io sono Tàmerlein, portatrice del sonno finale. La spada era lunga quanto Zar'roc, ma aveva la lama più larga, la punta più arrotondata e l'elsa più pesante. Era un'arma bella e letale, ma a Eragon bastò una sola occhiata per capire che Rhunön aveva forgiato Tàmerlein per una persona con uno stile di combattimento diverso dal suo, uno stile che faceva più affidamento sulla violenza dei colpi che sulle rapide ed eleganti tecniche che Brom gli aveva insegnato.
Non appena le dita di Eragon si chiusero intorno all'impugnatura di Tàmerlein, si accorse che era troppo grande per la sua mano e in quel momento seppe che non era la spada per lui: non gli dava la sensazione di essere il proseguimento del suo braccio, com'era successo con Zar'roc. Malgrado ciò, Eragon esitò, sapendo che sarebbe stato difficile trovare una spada altrettanto bella. Arvindr, l'altra spada citata da Oromis, si trovava in una città a centinaia di miglia di distanza.
Saphira disse: Non prenderla. Se devi portare una spada in battaglia, se la tua vita e la mia dipendono da essa, allora dev'essere perfetta, niente di meno. E poi non mi piacciono le condizioni che Lord Fiolr ha posto per darcela.
E così Eragon rimise Tàmerlein sulla rastrelliera e si scusò con Lord Fiolr spiegando perché non poteva accettare la spada. L'elfo dalla faccia aguzza non parve troppo deluso; al contrario, a Eragon parve di scorgere un lampo di soddisfazione nei fieri occhi di Fiolr.
Dalla dimora della famiglia Valtharos, Eragon e Saphira s'inoltrarono negli oscuri recessi della foresta fino alla galleria di alberi di sanguinella che conduceva al patio centrale della casa di Rhunön. Quando emersero dalla galleria, Eragon sentì il tintinnio di un martello su uno scalpello e vide Rhunön seduta su una panca nella fucina al centro del patio. L'elfa era impegnata a scolpire un blocco di lucido acciaio. Eragon non riuscì a capire che cosa stava realizzando, perché il pezzo era ancora grezzo e impreciso.
«E così, Ammazzaspettri, sei ancora vivo» disse Rhunön senza sollevare lo sguardo dal suo lavoro. La sua voce stridette come una serie di mole dentellate. «Oromis mi ha detto che Zar'roc ti è stata presa dal figlio di Morzan.»
Eragon trasalì e annuì. «Sì, Rhunön-elda. Me l'ha portata via sulle Pianure Ardenti.»
«Bah.» Rhunön si concentrò sul lavoro, battendo il martello sul cesello a una velocità sovrumana. Poi si fermò e disse: «Zar'roc ha trovato il suo legittimo proprietario, dunque. Non approvo l'uso che ne fa... come si chiama? Ah, sì... Murtagh, ma ogni Cavaliere merita una spada adeguata e non riesco a pensare a una spada migliore per il figlio di Morzan che quella dello stesso Morzan.» L'elfa scoccò un'occhiata a Eragon da sotto la fronte rugosa. «Cerca di capirmi, Ammazzaspettri, non avrei avuto nulla in contrario se tu avessi tenuto Zar'roc, ma mi farebbe molto più piacere che tu avessi una spada fatta apposta per te. Zar'roc può averti servito bene, ma non aveva la forma giusta per il tuo corpo. Per non parlare di Tàmerlein. Saresti uno sciocco se credessi di poterla maneggiare.»
«Come vedi, non l'ho presa.»
Rhunön annuì e ricominciò a martellare. «Be', allora bravo.»
«Se Zar'roc è la spada giusta per Murtagh» disse Eragon «allora non sarebbe quella di Brom l'arma giusta per me?»
Rhunön corrugò le sopracciglia. «Undbitr? Perché ti è venuta in mente la spada di Brom?»
«Perché Brom era mio padre» disse Eragon, e provò un brivido nel dirlo.
«Le cose stanno così, dunque?» Mettendo da parte martello e scalpello, Rhunön uscì da sotto la tettoia della fucina e si fermò davanti a Eragon. Era un po' curva per tutti i secoli che aveva passato china sul suo lavoro, e perciò sembrava un pollice o due più bassa di lui. «Uhm, sì, mi pare di vedere una certa somiglianza. Era un tipo schietto, Brom. Diceva quello che pensava senza tanti giri di parole. Mi piaceva molto. Non sopporto com'è diventata la mia razza. Sono tutti troppo cortesi, troppo raffinati, troppo perbene. Ha! Ricordo quando gli elfi ridevano e combattevano come creature normali. Ora sono così controllati che certi sembrano non provare più emozioni di una statua di marmo!»
Saphira disse: Ti riferisci a com'erano gli elfi prima che le nostre razze si unissero?
Rhunön volse il viso accigliato verso Saphira. «Squamediluce. Benvenuta. Sì, parlavo dell'epoca prima del patto fra elfi e draghi. I cambiamenti che ho visto nelle nostre razze da allora si potrebbero credere a stento possibili, ma così è andata, ed eccomi qui, una delle poche ancora in grado di ricordare com'eravamo prima.»
Poi Rhunön tornò a guardare Eragon. «Undbitr non è la risposta ai tuoi bisogni. Brom perse la sua spada durante la Caduta dei Cavalieri. Se non si trova nella collezione di Galbatorix, allora potrebbe essere stata distrutta, o trovarsi sepolta da qualche parte, sotto i resti delle ossa putrefatte disseminate su un campo di battaglia da tempo dimenticato. E se anche qualcuno riuscisse a individuarla, tu non potresti recuperarla in tempo per affrontare i tuoi nemici.»
«E allora che cosa dovrei fare, Rhunön-elda?» chiese Eragon. Le raccontò del falcione che aveva scelto quando si trovava fra i Varden, di come lo aveva rinforzato con gli incantesimi e di quanto era successo nelle gallerie sotto il Farthen Dûr.
Rhunön sbuffò. «No, così non funziona mai. Una volta che una lama è stata forgiata e temprata, puoi anche proteggerla con un'infinità di incantesimi, ma non riuscirai mai a rendere il metallo più resistente. Un Cavaliere ha bisogno di qualcosa di meglio: una lama che resista agli impatti più violenti e alla maggior parte degli incantesimi. No. Bisogna cantare gli incantesimi sul metallo fuso mentre lo si estrae dal minerale, e poi anche mentre lo si forgia, allo scopo di alterare e migliorare la struttura stessa del metallo.»
«Ma come posso procurami una spada simile?» chiese Eragon. «Me ne faresti una tu, Rhunön-elda?»
Le rughe sottili sul volto di Rhunön si fecero più profonde. L'elfa tese un braccio e si massaggiò il gomito; i muscoli dell'avambraccio nudo si contrassero. «Sai che ho giurato di non creare mai più un'arma finché campo.»
«Lo so.»
«Il mio giuramento mi vincola; non posso romperlo, anche se lo volessi.» Continuando a stringersi il gomito, Rhunön tornò alla panca e si sedette davanti alla scultura. «E perché dovrei, Cavaliere dei Draghi? Dimmelo. Perché dovrei liberare nel mondo un'altra sterminatrice d'anime?»
Scegliendo con cura le parole, Eragon disse: «Perché se lo facessi, potresti contribuire alla fine al regno di Galbatorix. Non ti sembra giusto che io lo uccida con una spada da te forgiata, quando è stato con le tue spade che lui e i Rinnegati hanno ucciso così tanti draghi e Cavalieri? Tu odi il modo in cui hanno usato le tue armi. Quale maniera migliore per pareggiare i conti che forgiare lo strumento che segnerà la fine di Galbatorix?»
Rhunön incrociò le braccia e guardò il cielo. «Una spada... una nuova spada. Dopo così tanto tempo, esercitare di nuovo la mia arte per...» Abbassando lo sguardo, sporse il mento verso Eragon e disse: «È possibile, dico possibile, che ci sia un modo per aiutarti, ma è inutile pensarci perché non posso provarci.»
Perché no? chiese Saphira.
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