Volodyk - Paolini3-Brisingr

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«Perché non ho il metallo che mi serve!» ruggì Rhunön. «Non penserete che abbia forgiato le spade dei Cavalieri con un metallo qualsiasi? No! Tanto tempo fa, mentre vagavo nella Du Weldenvarden, m'imbattei nei frammenti di una cometa caduta sulla terra. Erano composti da un minerale metallifero che non assomigliava a niente che avessi maneggiato prima, perciò lo portai con me nella fucina e lo raffinai, scoprendo che la lega d'acciaio risultante era più resistente, più dura e allo stesso tempo più flessibile di qualunque altra di origine terrestre. Chiamai il metallo acciaioluce, per la sua straordinaria brillantezza, e quando la regina Tarmunora mi chiese di forgiare la prima spada dei Cavalieri, usai l'acciaioluce. In seguito, ogni volta che ne avevo l'occasione, setacciavo la foresta in cerca di altri frammenti di metallo astrale. Non ne trovavo spesso, ma quando mi capitava lo mettevo da parte per i cavalieri.

«Col passare dei secoli, i frammenti divennero sempre più rari, finché non cominciai a pensare che non ce ne fossero più. Mi ci vollero ventiquattro anni per trovare l'ultimo giacimento. Con quello forgiai sette spade, fra cui Undbitr e Zar'roc. Dalla Caduta dei Cavalieri ho cercato soltanto un'altra volta l'acciaioluce, ed è stato stanotte, dopo che Oromis mi ha parlato di te.» Rhunön scosse il capo e i suoi occhi acquosi indugiarono su Eragon. «Ho battuto la foresta in lungo e in largo, e ho lanciato molti incantesimi di ricerca e recupero, ma non ho trovato nemmeno una piccolissima scheggia di acciaioluce. Se riuscissimo a procurarcene un po', allora potremmo cominciare a pensare a una spada per te, Ammazzaspettri. Altrimenti questa discussione è superflua.»

Eragon fece un inchino all'elfa e la ringraziò per il tempo che gli aveva dedicato, poi insieme a Saphira lasciò il patio e s'inoltrò nella galleria verde e frondosa di alberi di sanguinella.

Mentre camminavano a fianco a fianco verso una radura da cui Saphira potesse decollare, Eragon disse: Acciaioluce.. . Dev'essere questo che intendeva Solembum. Dev'esserci dell'acciaioluce sotto l'albero di Menoa.

E lui come lo sapeva?

Forse gliel'ha detto l'albero. Ma che importa?

Acciaioluce o no, disse lei, come faremo a raggiungere qualunque cosa sia nascosta sotto le radici dell'albero di Menoa? Non possiamo tagliarle, e non sapremmo nemmeno da dove iniziare.

Devo pensarci.

Dalla radura vicino alla casa di Rhunön, Saphira ed Eragon sorvolarono Ellesméra per tornare alla rupe di Tel'naeír, dove li aspettavano Oromis e Glaedr. Quando Saphira atterrò, Eragon smontò, e la dragonessa azzurra e il drago dorato balzarono dalla rupe e risalirono a spirale verso il cielo, volando senza una meta precisa, godendo semplicemente l'una della presenza dell'altro.

Mentre i due draghi danzavano fra le nuvole, Oromis insegnò a Eragon a trasportare con la magia un oggetto da un posto all'altro senza che l'oggetto percorresse fisicamente la distanza fra i due punti. «La maggior parte delle forme di magia» disse Oromis «richiede una dose maggiore di energia quanto più è grande la distanza fra te e il tuo obiettivo. Ma la regola non vale in questo particolare caso. Mandare questo sasso che ho in mano dall'altra parte del ruscello richiede la stessa quantità di energia che mandarlo fino alle Isole Meridionali. Per questa ragione, l'incantesimo è utilissimo quando con la magia devi trasportare un oggetto attraverso una distanza così grande che ti ucciderebbe se dovessi farlo nello spazio. D'altra parte è un incantesimo molto debilitante, ed è preferibile evocarlo solo quando tutto il resto ha fallito. Spostare qualcosa di grosso come l'uovo di Saphira, per esempio, ti lascerebbe privo delle forze per muoverti.»

Poi Oromis insegnò a Eragon le parole dell'incantesimo con le diverse varianti, e quando Eragon ebbe memorizzato la formula a un livello di perfezione tale da soddisfare Oromis, l'elfo gli chiese di spostare la piccola pietra che aveva in mano.

Non appena Eragon ebbe pronunciato l'incantesimo, il sasso scomparve dal palmo di Oromis e un istante dopo riapparve al centro della radura in un lampo di luce blu, accompagnato da un forte boato e una vampata d'aria bollente. Eragon trasalì per il fragore, poi si aggrappò al ramo di un albero vicino per non cadere, con le ginocchia che gli tremavano e una sensazione di gelo per tutto il corpo. Con il cuoio capelluto che gli formicolava, guardò il sasso che giaceva in un cerchio d'erba carbonizzata e appiattita e si ricordò di quando aveva visto l'uovo di Saphira per la prima volta.

«Bravo» commentò Oromis. «Ora, sai dirmi perché il sasso ha prodotto quel rumore quando si è materializzato sull'erba?»

Eragon prestò molta attenzione a quello che Oromis gli diceva, ma durante tutta la lezione continuò a riflettere sull'albero di Menoa. Sapeva che anche Saphira ci stava pensando, mentre volava alta nel cielo. Ma più ci pensava, più disperava di riuscire a trovare la soluzione.

Quando ebbe finito d'insegnargli a spostare gli oggetti, Oromis gli chiese: «Visto che hai rifiutato l'offerta di Tàmerlein di Lord Fiolr, tu e Saphira vi tratterrete ancora a lungo a Ellesméra?»

«Non lo so, maestro» rispose Eragon. «Vorrei fare ancora un tentativo con l'albero di Menoa, ma se non ci riesco, allora immagino di non avere altra scelta che tornare dai Varden a mani vuote.»

Oromis annuì. «Prima di partire, torna qui con Saphira un'ultima volta.»

«Sì, maestro.»

Mentre Saphira volava con Eragon in groppa verso l'albero di Menoa, disse: Non ha funzionato prima, perché dovrebbe funzionare adesso?

Perché sì. E poi, hai un'idea migliore?

No, ma non mi piace. Non sappiamo come potrebbe reagire. Ricorda: prima che Linnëa si cantasse nell'albero, aveva ucciso il giovane uomo che l'aveva tradita. Potrebbe ricorrere di nuovo alla violenza.

Non lo farà, se ci sei tu lì a proteggermi.

Uhm.

Levando una debole corrente d'aria, Saphira atterrò su una radice a forma di nocca, a diverse centinaia di piedi di distanza dalla base dell'albero di Menoa. Al suo arrivo, gli scoiattoli che abitavano sull'enorme pino lanciarono acuti squittii per avvertire i fratelli.

Eragon scese sulla radice e si strofinò i palmi sulle cosce, poi mormorò: «Be', non perdiamo tempo.» Con passi felpati risalì la radice fino al tronco, aprendo le braccia per tenersi in equilibrio. Saphira lo seguì più adagio; i suoi artigli scheggiavano e crepavano la corteccia dove camminava.

Eragon si accovacciò su un tratto di legno scivoloso e infilò le dita in una fenditura del tronco per non cadere. Aspettò che Saphira arrivasse, poi chiuse gli occhi, inspirò a fondo l'aria fredda e umida e indirizzò i pensieri verso l'albero.

L'albero di Menoa non fece alcun tentativo per impedirgli di toccare la sua mente, perché la sua coscienza era così vasta e aliena, e talmente intrecciata col resto della vita vegetale della foresta, che non aveva bisogno di difendersi. Chiunque volesse prendere il controllo dell'albero avrebbe dovuto estendere il suo dominio mentale su una parte enorme della Du Weldenvarden, un'impresa che nessun individuo da solo poteva sperare di compiere.

Eragon sentì provenire dall'albero una sensazione di calore e di luce e avvertì la pressione della terra sulle radici nel raggio di centinaia di iarde. Sentì la brezza muoversi nell'intrico di rami, e un rivolo di linfa viscosa che stillava da un piccolo taglio nella corteccia, e ricevette una moltitudine d'impressioni analoghe dalle altre piante che l'albero di Menoa sorvegliava. In confronto alla consapevolezza che l'albero aveva mostrato di possedere durante l'Agaetí Blödhren, adesso sembrava quasi addormentato; l'unico pensiero che Eragon percepì era così lungo e lento che non riuscì a decifrarlo.

Facendo appello a tutte le sue risorse, Eragon inviò un grido mentale all'albero: Ti prego, ascoltami, possente albero! Ho bisogno del tuo aiuto! L'intero paese è in guerra, gli elfi hanno lasciato la sicurezza della Du Weldenvarden, e io non ho una spada con cui combattere! Il gatto mannaro Solembum mi ha detto di cercare sotto l'albero di Menoa quando avessi avuto bisogno di un'arma. Be', quel momento è giunto! Ti prego, ascoltami, o madre della foresta! Aiutami nella mia ricerca! Mentre parlava, Eragon inviò alla coscienza dell'albero immagini di Castigo, Murtagh e delle armate imperiali. Saphira rafforzò quelle immagini con il potere della propria mente, aggiungendo altri ricordi.

Eragon non si affidò solo alle parole e alle immagini. Da dentro se stesso e da Saphira fece confluire nell'albero una forte corrente di energia: un regalo di buona fede che sperava sarebbe riuscito a risvegliarne la curiosità.

Passarono diversi minuti e ancora l'albero non reagiva, ma Eragon non voleva arrendersi. Le piante, pensò, si muovono a un ritmo più lento rispetto agli umani e agli elfi; c'era da aspettarsi che l'albero di Menoa non rispondesse subito alla loro richiesta.

Non possiamo sacrificare altre forze, disse Saphira. Non se vogliamo tornare dai Varden in tempo.

Eragon annuì e arrestò a malincuore il flusso di energia.

Mentre continuavano a implorare l'albero di Menoa, il sole raggiunse lo zenit e poi cominciò a discendere; le nuvole si gonfiarono, si rimpicciolirono, si rincorsero nel cielo. Gli uccelli sfrecciavano fra gli alberi, gli scoiattoli squittivano irritati, le farfalle svolazzavano da un posto all'altro, e una fila di formiche rosse marciò accanto allo stivale di Eragon trasportando piccole larve bianche.

Alla fine Saphira ringhiò e ogni uccello nei dintorni fuggì terrorizzato. Ne ho abbastanza di star qui a fare tutti questi complimenti! dichiarò. Sono un drago, e non permetterò a un albero di ignorarmi.

«No, aspetta!» gridò Eragon, che aveva percepito le sue intenzioni. Ma Saphira non lo ascoltò. Fatto qualche passo indietro, si accovacciò e affondò gli artigli nella radice dell'albero, poi, con un potente strattone, staccò tre grosse strisce di legno. Vieni fuori e parla con noi, elfa-albero! ruggì. Gettò indietro la testa come un serpente pronto a colpire ed eruttò dalle fauci una colonna di fiamme che avvolse il tronco in una tempesta di fuoco azzurro e bianco. Coprendosi la faccia, Eragon balzò via per sfuggire al calore.

«Saphira, fermati!» urlò, orripilato.

Mi fermerò quando ci risponderà.

Una fitta pioggia di gocce d'acqua si riversò a terra. Guardando in alto, Eragon vide i rami del pino tremare e ondeggiare sempre più forte: l'aria riverberò del gemito di legno contro legno. Nello stesso istante, una gelida brezza gli investì le guance, ed Eragon ebbe l'impressione di sentire un sordo brontolio sotto i piedi. Guardandosi attorno, notò che gli alberi che orlavano la radura sembravano più alti e più inclinati verso l'interno, con i rami contorti che si allungavano verso di lui come artigli.

Eragon ebbe paura.

Saphira... disse, e piegò le ginocchia, pronto a fuggire o a combattere.

Serrando le fauci, Saphira interruppe il getto di fuoco e distolse lo sguardo dall'albero di Menoa. Non appena ebbe scorto l'anello di alberi minacciosi, le sue squame ondeggiarono e si rizzarono come il pelo di un gatto irritato. Ringhiò contro la foresta, volgendo il capo da un lato all'altro, poi dispiegò le ali e cominciò ad allontanarsi dall'albero di Menoa. Presto, sali sulla mia schiena.

Prima che Eragon riuscisse a fare un solo passo, una radice larga quanto il suo braccio spuntò dal terreno e gli si arrotolò intorno alla caviglia sinistra, immobilizzandolo. Radici ancora più grosse sbucarono ai lati di Saphira e le afferrarono le zampe e la coda, inchiodandola sul posto. Saphira ruggì infuriata e inarcò il collo, pronta a sputare fuoco di nuovo.

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