Volodyk - Paolini3-Brisingr

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Il quinto scontro lasciò Eragon così schiumante di collera che quando i soldati cominciarono a battere in ritirata, come finivano sempre per fare, li inseguì, deciso a sterminarli fino all'ultimo uomo. Con sua sorpresa, deviarono bruscamente dalla strada e sfondarono la porta sbarrata di una modisteria.

Eragon li inseguì, balzando sui resti distrutti della porta. L'interno del negozio era buio e odorava di profumo stantio e piume di gallina. Per un attimo pensò d'illuminarlo con la magia, ma visto che i soldati erano svantaggiati, si trattenne. Percepiva le loro menti e sentiva i loro respiri affannati, ma non poteva vedere se c'erano ostacoli fra lui e loro. Avanzò lentamente nell'oscurità, tastando il pavimento coi piedi, con lo scudo davanti al corpo e Brisingr pronta a colpire.

Fievole come il sospiro di un filo che cade in terra, Eragon sentì un oggetto volare verso di lui.

Fece uno scatto all'indietro, e barcollò quando una mazza o un martellò colpì il suo scudo, facendolo a pezzi. Esplosero delle urla. Un uomo rovesciò una sedia, o un tavolo, e qualcosa si fracassò contro il muro. Eragon menò un fendente e sentì Brisingr affondare nella carne fino all'osso. Un peso bloccava l'estremità della spada. Eragon la ritrasse con uno strattone e l'uomo che lo aveva assalito stramazzò ai suoi piedi.

Scoccò una rapida occhiata alle sue spalle, nel vicolo stretto dove Saphira lo aspettava. Soltanto allora vide la lanterna montata su un palo di ferro all'angolo della strada e capì che la luce lo rendeva perfettamente visibile ai soldati. Si scansò in fretta dal cono di luce e gettò via lo scudo ormai inservibile.

Un altro schianto echeggiò nel negozio, seguito da un frastuono di passi che correvano su per le scale. Eragon si slanciò dietro i soldati. Al primo piano c'era l'alloggio dei proprietari del negozio. Diverse persone urlarono e un bambino cominciò a piangere quando irruppe nel labirinto di piccole stanze, ma lui li ignorò, concentrato soltanto sul suo obiettivo.

Alla fine Eragon riuscì a raggiungere i soldati e a chiuderli in trappola, in una stanza angusta illuminata dalla fioca luce di una candela. Erano quattro, e li uccise con altrettanti affondi, facendo una smorfia quando fu investito dagli spruzzi di sangue. Si procurò un nuovo scudo togliendolo a uno dei cadaveri, poi si fermò a guardarli. Gli parve indelicato lasciarli lì, sul pavimento del soggiorno, così li scaraventò fuori della finestra.

Mentre tornava alle scale, una sagoma sbucò da dietro un angolo e tentò di pugnalarlo al costato. La punta del pugnale si fermò a un soffio dal suo fianco, bloccata dagli incantesimi. Con un sussulto, Eragon alzò Brisingr per decapitare il nemico, quando si accorse che l'aggressore era un ragazzino di non più di tredici anni.

S'impietrì. Avrei potuto essere io, pensò. Avrei fatto lo stesso, se fossi stato al suo posto. Guardando oltre le spalle del ragazzo, vide un uomo e una donna in camicia da notte e berretto di lana che si stringevano fissandolo con orrore.

Rabbrividì. Abbassò Brisingr e tolse il pugnale dalla debole stretta del ragazzo. «Fossi in voi» disse, colpito dalla nota greve che gli venava la voce, «non uscirei finché la battaglia non è finita.» Esitò, poi aggiunse: «Mi dispiace.»

Colmo di vergogna, uscì di fretta dal negozio e raggiunse Saphira.

Continuarono lungo la strada.

Non lontano dalla modisteria, Eragon e Saphira s'imbatterono in parecchi uomini di re Orrin che trasportavano candelabri d'oro, vassoi e posate d'argento, gioielli, e oggetti d'arredamento fuori da una ricca dimora dove avevano fatto irruzione.

Eragon strappò una pila di tappeti dalle braccia di un soldato surdano. «Rimettete queste cose al loro posto!» urlò all'intero gruppo. «Siamo qui per aiutare questa gente, non per derubarla. Sono i nostri fratelli e sorelle, le nostre madri e i nostri padri. Per questa volta vi lascio andare, ma spargete la voce che se qualcuno saccheggia le case, lo farò appendere e frustare come un ladro!» Saphira ruggì, a sottolineare la minaccia. Sotto i loro sguardi vigili, i guerrieri richiamati all'ordine riportarono il bottino nella casa rivestita di marmo.

Ora, disse Eragon a Saphira, forse possiamo...

«Ammazzaspettri! Ammazzaspettri!» gridò un uomo correndo verso di loro. Le armi e l'armatura lo identificarono come uno dei Varden.

Eragon serrò la stretta su Brisingr. «Che cosa c'è?»

«Ci serve il tuo aiuto, Ammazzaspettri. E anche il tuo, Saphira!»

Seguirono il guerriero per le vie di Feinster finché non arrivarono vicino a un grosso edificio di pietra. Parecchie decine di Varden erano accucciati dietro un basso muro di fronte all'edificio. Parvero sollevati nel vederli.

«State indietro!» disse uno dei Varden, facendo un cenno con la mano. «Ci sono dei soldati lì dentro, e hanno gli archi puntati su di noi.»

Eragon e Saphira si fermarono appena fuori tiro. Il guerriero che li aveva condotti lì disse: «Non riusciamo a raggiungerli. Porte e finestre sono bloccate e se cerchiamo di aprirle ci scagliano addosso le frecce.»

Eragon guardò Saphira. Vai tu o vado io?

Me ne occupo io, disse lei, e spiccò il volo, battendo forte le ali.

L'edificio tremò e le finestre s'infransero quando Saphira atterrò sul tetto. Eragon e gli altri guerrieri la osservarono ammirati mentre conficcava gli artigli nelle scanalature di malta fra una pietra e l'altra e ringhiando per lo sforzo scoperchiava l'edificio portando alla luce i soldati terrorizzati. Li uccise come fa un terrier coi ratti.

Quando Saphira tornò al fianco di Eragon, i Varden indietreggiarono, intimoriti da quella dimostrazione di ferocia. Lei li ignorò e cominciò a leccarsi le zampe per pulirsi il sangue dalle squame.

Ti ho mai detto quanto sono contento che non siamo nemici? disse Eragon.

No, ma è molto carino da parte tua.

In tutta la città i soldati combattevano con una risolutezza che impressionò Eragon; concedevano terreno solo se costretti e facevano di tutto per rallentare l'avanzata dei Varden. A causa di questa resistenza tenace, i Varden arrivarono nella parte occidentale della città dove si trovava la fortezza solo quando le prime, deboli luci dell'alba cominciavano a rischiarare il cielo.

La fortezza era una struttura imponente, alta e squadrata, ornata da numerose torri di diversa altezza. Il tetto era di ardesia perché gli assedianti non potessero appiccarvi il fuoco. Davanti alla fortezza si estendeva un'ampia corte con bassi fabbricati e una fila di quattro catapulte, e il tutto era circondato da una muraglia difensiva intervallata da torrette. Centinaia di soldati erano appostati sui bastioni e altrettanti erano schierati nel cortile. L'unico modo per entrare nel cortile via terra era attraverso un ampio passaggio ad arco che si apriva nel muraglione, protetto sia da una cancellata di ferro che da un grosso portone di quercia a doppio battente.

Migliaia di Varden, ammassati davanti al muro di cinta, cercavano di abbattere la cancellata a colpi di ariete - che avevano portato con sé dai cancelli della città - oppure di arrampicarsi sui bastioni con i rampini e le scale da assedio che i difensori continuavano a respingere. Nugoli di frecce sibilanti s'incrociavano in volo al di sopra del muro. Assedianti e assediati erano in una situazione di stallo.

Il cancello! disse Eragon indicandolo.

Saphira piombò dall'alto e sgombrò la porzione di parapetto che si affacciava sulla cancellata con un potente getto di fuoco, mentre spirali di fumo ardente si levavano dalle sue narici. Atterrò di schianto in cima alla muraglia ed Eragon barcollò per il contraccolpo. La dragonessa gli disse: Tu vai. Penso io alle catapulte prima che comincino a scagliare pietre sui Varden.

Stai attenta, si raccomandò lui, e smontò di sella, scendendo sul parapetto.

Sono loro che devono stare attenti, replicò lei, e ringhiò contro gli uomini radunati intorno alle catapulte. Una metà dei soldati si volse e corse a cercare riparo.

Il muro era troppo alto perché Eragon riuscisse a saltare con facilità in strada, perciò Saphira infilò la coda fra due merli e la fece ciondolare in basso. Eragon rinfoderò Brisingr e scese usando le punte caudali come i pioli di una scala. Quando raggiunse l'estremità della coda, lasciò la presa e saltò per gli ultimi venti piedi che lo separavano dal terreno. Si raggomitolò per attutire l'impatto, atterrando nella ressa di Varden.

«Salve, Ammazzaspettri» disse Blödhgarm, emergendo dalla folla insieme agli altri undici elfi.

«Salute a voi.» Eragon sfoderò di nuovo Brisingr. «Come mai non avete già aperto il cancello ai Varden?»

«Il cancello è protetto da molti incantesimi, Ammazzaspettri. Ci vorrebbe parecchia energia per abbatterlo. I miei compagni e io siamo qui per proteggere te e Saphira, e non possiamo adempiere al nostro dovere se esauriamo le nostre forze in altri compiti.»

Rimangiandosi un'imprecazione, Eragon disse: «Preferiresti che ci stancassimo io e Saphira, Blödhgarm? Questo ci renderà più sicuri?»

L'elfo fissò Eragon per un momento, con gli occhi gialli imperscrutabili, poi chinò il capo. «Apriremo subito il cancello, Ammazzaspettri.»

«No, fermi» borbottò Eragon. «Aspettate qui.»

Si fece strada a spintoni fino a raggiungere la testa dei Varden e a grandi passi si avvicinò alla cancellata ancora chiusa. «Fatemi spazio!» gridò, facendo un cenno ai guerrieri. I Varden indietreggiarono, sgombrando un'area larga venti piedi. Un giavellotto scagliato da una balista fu deviato dal suo incantesimo di protezione e volò in una strada laterale. Dall'interno del cortile provennero i ruggiti di Saphira, insieme a schianti di legno fracassato e corde tese che si spezzavano.

Impugnando la spada con tutte e due le mani, Eragon la sollevò sulla testa e gridò: «Brisingr!» La lama esplose in una vampa di fuoco blu e i guerrieri alle sue spalle esclamarono sbigottiti. Eragon fece un passo avanti e vibrò un colpo possente contro una sbarra della cancellata. Quando la spada tagliò il metallo, un lampo accecante illuminò il muro e gli edifici attorno. Eragon avvertì un improvviso calo di energia mentre Brisingr spezzava gli incantesimi che proteggevano la cancellata. Sorrise. Come aveva sperato, gli incantesimi di contromagia con cui Rhunön aveva impregnato la spada erano sufficienti per sconfiggere i sortilegi del ferro.

Con movimenti rapidi e regolari, Eragon ritagliò nella cancellata un varco abbastanza grande per passare, poi si fece da parte e la sezione tagliata della grata cadde di piatto sulle pietre della strada con un forte clangore. Attraversò il varco e si avvicinò al portone di quercia che si trovava dall'altra parte del muro di cinta. Appoggiò la punta di Brisingr sulla sottilissima fessura fra i due battenti, e con tutto il suo peso spinse la lama fino a farla spuntare dall'altra parte. Poi aumentò il flusso di energia che alimentava il fuoco della lama, finché la spada non fu abbastanza rovente da aprirsi la strada bruciando il legno massiccio con la stessa facilità di un coltello che affetta del pane fresco. Dalla lama si alzarono copiose volute di fumo che gli pizzicarono la gola e gli fecero lacrimare gli occhi.

Eragon spinse la spada verso l'alto, bruciando l'enorme trave di legno che sbarrava la porta dall'interno. Non appena sentì diminuire la resistenza contro la lama di Brisingr, la ritrasse ed estinse la fiamma. S'infilò i guanti imbottiti per non scottarsi impugnando i bordi incandescenti di uno dei battenti e lo tirò a sé con uno sforzo immane. Anche l'altro battente si aprì, come dotato di volontà propria, ma un attimo dopo Eragon si accorse che era stata Saphira a spingerlo dall'interno: la dragonessa sedeva a destra dell'entrata, fissandolo con i suoi luccicanti occhi color zaffiro. Alle sue spalle, i resti delle quattro catapulte distrutte giacevano sul terreno.

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