Volodyk - Paolini3-Brisingr

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Lorana annuì. «A loro non importa. Il loro unico desiderio è causare quanta più sofferenza e distruzione possibili prima di morire. Sono pazzi, Ammazzaspettri. Ti prego, devi fermarli, per la salvezza del mio popolo!»

Non appena ebbe finito di parlare, Saphira atterrò sul balcone fuori dalla stanza, rompendo la balaustra con la coda. Abbatté le imposte di legno con una sola zampata, riducendole in legna da ardere, poi infilò la testa e le spalle nella sala e ruggì. Gli stregoni continuarono a cantilenare, come se non avessero nemmeno notato la sua presenza.

«Basta!» esclamò Lady Lorana stringendo i braccioli della sedia.

«Bene» disse Eragon. Impugnò saldamente Brisingr e si avviò verso gli stregoni, mentre Saphira faceva lo stesso dalla parte opposta.

All'improvviso il mondo gli vorticò intorno, ed Eragon si ritrovò ancora a guardare attraverso gli occhi di Glaedr.

Rosso. Nero. Lampi gialli pulsanti. Dolore... dolore indicibile al ventre e alla spalla dell'ala sinistra. Dolore come non lo provava da più di cent'anni. Poi sollievo, quando il suo compagno di una vita guarì le ferite.

Glaedr recuperò l'equilibrio e cercò Castigo. Grazie a Galbatorix, il piccolo, infido drago rosso era più forte e veloce di quanto si fosse aspettato.

Castigo caricò il suo fianco sinistro, quello più débole, dove aveva perso la zampa. Precipitarono avvinghiati verso il duro, piatto terreno spezzaossa. Glaedr azzanò, morse e graffiò con gli artigli per tentare di sottomettere il drago più piccolo.

Questo cucciolo non mi batterà, giurò a se stesso. Io ero già vecchio prima che lui nascesse.

Artigli come bianchi pugnali graffiarono Glaedr sul costato e sul ventre. Con un guizzo della coda colpì il ringhiante Castigo dalle lunghe zanne, trafiggendogli una coscia con una punta aguzza della coda. Il combattimento aveva già da tempo esaurito i loro magici scudi invisibili, lasciandoli vulnerabili a ogni genere di ferita.

Quando il terreno vorticante fu ad appena qualche migliaio di piedi di distanza, Glaedr trasse un profondo respiro e alzò la testa. Tese il collo, contrasse i muscoli addominali e richiamò dalle viscere il denso liquido di fuoco. Il liquido s'infiammò quando si combinò con l'aria nella sua gola. Glaedr spalancò le fauci e inondò di fiamme il drago rosso, avvolgendolo in un bozzolo incandescente. Il torrente di fiamme implacabili, feroci e insaziabili gli solleticò l'interno delle guance.

Richiuse la gola, interrompendo il getto di fuoco, e si staccò dal drago rosso, che si contorceva urlando e graffiando l'aria. Sopra di lui, sentì Oromis dire: «La loro forza sta diminuendo, lo vedo da come si muovono. Ancora pochi minuti e Murtagh perderà la concentrazione e io riuscirò ad assumere il controllo dei suoi pensieri. O è così, o dovremo ucciderli con la spada e le zanne.»

Glaedr annuì ruggendo, infastidito dal fatto di non poter comunicare con Oromis con la mente come facevano sempre. Risalì approfittando di una calda corrente che veniva dalla terra arata, e si voltò verso Castigo dalle membra gocciolanti di sangue cremisi. Ruggì di nuovo e si preparò a lottare ancora.

Disorientato, Eragon fissò il soffitto. Giaceva sulla schiena all'interno della torre della fortezza. Inginocchiata accanto a lui c'era Arya, la preoccupazione dipinta in volto. L'elfa lo prese per un braccio e lo aiutò ad alzarsi, sostenendolo quando barcollò. Eragon vide Saphira sull'altro lato della stanza che scuoteva la testa, stordita quanto lui.

I tre stregoni erano ancora in piedi con le braccia distese, a dondolare e cantare nell'antica lingua. Le parole del loro incantesimo risuonavano con una forza inusuale e riverberavano nell'aria molto più a lungo di quanto avrebbero dovuto. L'uomo seduto ai loro piedi si strinse le ginocchia, il corpo scosso da tremiti, la testa che dondolava di qua e di là.

«Che cos'è successo?» chiese Arya, sforzandosi di parlare piano. Attirò Eragon più vicino e abbassò ancora di più la voce. «Come fai a sapere che cosa sta pensando Glaedr da così lontano, e soprattutto quando la sua mente è chiusa perfino a Oromis? Perdonami per essere entrata senza permesso nei tuoi pensieri, ma ero preoccupata. Che genere di legame c'è fra te, Saphira e Glaedr?»

«Dopo» disse Eragon, e raddrizzò le spalle.

«Oromis ti ha dato un amuleto o qualche altro oggetto che ti permette di contattare Glaedr?»

«Ci vorrebbe troppo tempo per spiegarti. Dopo, te lo prometto.»

Arya esitò, poi annuì e disse: «Non me ne dimenticherò.»

Eragon, Saphira e Arya puntarono sugli stregoni e ne colpirono uno ciascuno. Un sibilo metallico echeggiò nella sala quando Brisingr scivolò di lato senza raggiungere l'obiettivo ed Eragon si stirò una spalla. Anche la spada di Arya rimbalzò su un incantesimo di protezione, così come la zampa destra di Saphira. I suoi artigli stridettero sul pavimento di pietra.

«Concentriamoci su questo!» gridò Eragon, indicando lo stregone più alto, un uomo pallido dalla barba ispida. «Presto, prima che riescano a evocare gli spiriti!» Eragon e Arya avrebbero potuto ricorrere a qualche incantesimo per aggirare o abbattere le difese degli stregoni, ma usare la magia contro un altro mago senza controllarne la mente aveva sempre risvolti pericolosi. Né Eragon né Arya volevano correre il rischio di restare uccisi da un incantesimo di protezione di cui non erano ancora a conoscenza.

Attaccando a turno, Eragon, Saphira e Arya cercarono di colpire, trafiggere o dilaniare lo stregone barbuto, ma nessuno dei loro tentativi andò a segno. Poi, all'improvviso, dopo una resistenza minima, Eragon sentì una sorta di cedimento sotto Brisingr, che, continuando la sua traiettoria, recise la testa dello stregone. L'aria davanti a lui scintillò. E nello stesso momento avvertì un calo improvviso della forza, mentre le sue protezioni lo difendevano da un incantesimo sconosciuto. L'assalto cessò in pochi secondi, lasciandolo stordito, con lo stomaco in subbuglio. Fece una smorfia, poi attinse energia dalla cintura di Beloth il Savio.

L'unica reazione degli altri due stregoni alla morte del compagno fu un'invocazione più serrata. Non tentarono di fuggire né di attaccare. Avevano gli occhi bianchi, le pupille rivoltate all'indietro e una schiuma gialla incrostata agli angoli della bocca; schizzi di saliva volavano dalle loro labbra che si muovevano frenetiche.

Eragon, Saphira e Arya si avvicinarono al secondo stregone - un uomo corpulento che portava anelli ai pollici - ripetendo lo stesso procedimento che avevano usato per il primo: assalirlo a turno finché non fossero riusciti ad abbattere le sue protezioni. Fu Saphira a ucciderlo, facendolo volare per la stanza con una feroce zampata. L'uomo atterrò sulle scale e il suo cranio si spaccò contro il bordo di un gradino. Questa volta non ci fu alcuna rappresaglia magica.

Mentre Eragon si avvicinava alla strega, un grappolo di luci multicolori sfrecciò nella stanza attraverso la finestra infranta per calare sull'uomo seduto sul pavimento. Gli spiriti sfavillanti lampeggiarono di rabbia, turbinando intorno all'uomo a formare un muro impenetrabile. L'uomo alzò le braccia come se volesse difendersi da qualcosa e strillò.

L'atmosfera ronzò e crepitò per l'energia irradiata dalle sfere pulsanti. Eragon sentì sulla lingua un aspro sapore di ferro e poi la pelle prese a formicolargli. I capelli della strega si rizzarono. Dall'altra parte, Saphira sibilò e inarcò il collo, ogni muscolo del corpo teso.

Eragon rabbrividì di paura. No, pensò, nauseato. Non ora, non dopo tutto quello che abbiamo passato. Certo, era più forte di quando aveva affrontato Durza a Tronjheim, ma era anche più consapevole di quanto potesse essere pericoloso uno Spettro. Solo tre guerrieri erano sopravvissuti all'uccisione di uno Spettro: Laetrí l'Elfo, Irnstad il Cavaliere, e lui stesso, e non era sicuro di poter ripetere l'impresa. Blödhgarm, dove sei? urlò Eragon con la mente. Ci serve il tuo aiuto!

All'improvviso ogni cosa intorno a lui scomparve, e vide:

Bianco. Vuoto bianco. La dolce, fredda acqua del cielo era un sollievo per le membra di Glaedr dopo il calore soffocante della lotta. Bevve l'aria, grato per il sottile strato di umidità che gli ricoprì la lingua riarsa.

Batté ancora una volta le ali e l'acqua del cielo si divise davanti a lui, rivelando l'abbagliante sole bruciaschiene e la brumosa terra verdemarrone. Dov'è? si chiese Glaedr. Volse la testa da una parte e dall'altra in cerca di Castigo. Il piccolo drago rosso era fuggito sopra Gil'ead, spingendosi più in alto di qualsiasi uccello, là dove l'aria rarefatta trasformava il respiro in condensa.

«Glaedr! Dietro di noi!» gridò Oromis.

Glaedr si voltò, ma fu troppo lento. Il drago rosso lo investì colpendolo alla spalla destra, e lo spinse lontano. Ringhiando, Glaedr tese la zampa che gli restava per cingere il feroce cucciolo mordigraffia in una stretta mortale. Il drago rosso urlò e si divincolò, sgusciando per metà dalla stretta di Glaedr, e gli conficcò gli artigli nel petto.

Glaedr inarcò il collo e morse la zampa del drago rosso e lo tenne fermo, anche se si contorceva e scalciava come un gatto selvatico. Sentì in bocca il caldo sangue salato.

Mentre precipitavano, Glaedr udì rumore di spade contro scudi: Oromis e Murtagh si stavano scambiando una rapida successione di colpi. Castigo si dimenò, permettendogli per qualche breve istante di vedere Murtagh figlio di Morzan. L'umano gli sembrava terrorizzato, ma non poteva esserne sicuro. Malgrado i lunghi anni passati in sintonia con Oromis, gli risultava sempre difficile decifrare le espressioni dei bipedi senza corna e senza coda, con quelle loro facce morbide e piatte.

Il clangore di metallo s'interruppe all'improvviso e Murtagh gridò: «Maledetti per non esservi rivelati prima! Maledetti! Avreste potuto aiutarci! Avreste potuto...» Per un momento Murtagh parve soffocare.

Glaedr grugnì quando un'inaspettata forza invisibile arrestò la loro caduta, con uno scossone che gli fece quasi perdere la presa sulla zampa di Castigo. Furono sollevati in alto, sempre più in alto, finché la cittàformicaio sotto di loro non fu soltanto una macchiolina indistinta. Perfino Glaedr faceva fatica a respirare l'aria rarefatta.

Che cosa fa il cucciolo umano?

si chiese Glaedr, preoccupato.

Sta cercando di uccidersi?

In quel momento Murtagh ricominciò a parlare, ma la sua voce risuonò alterata, più piena e profonda di prima, echeggiante come se si trovasse in una sala vuota. Glaedr si sentì rizzare le squame sulle spalle nell'udire la voce del loro antico nemico.

«E così siete sopravvissuti, Oromis, Glaedr» disse Galbatorix. Le sue parole erano rotonde e morbide, come quelle di un esperto oratore, e pronunciate in tono falsamente amichevole. «Da tempo sospettavo che gli elfi potessero tenermi nascosto un drago o un Cavaliere. È gratificante trovare conferma ai miei sospetti.»

«Vattene, pazzo spergiuro!» gridò Oromis. «Non ti daremo alcuna soddisfazione!»

Galbatorix ridacchiò. «Ma che saluto sgarbato. Vergognati, Oromiselda. Gli elfi hanno dimenticato la loro leggendaria cortesia in quest'ultimo secolo?»

«Non meriti più cortesia di un lupo rabbioso.»

«Suvvia, Oromis, ricordi che cosa mi dicesti quando ero dinnanzi a te e agli altri Anziani? "La rabbia è un veleno. Devi eliminarla dalla tua mente o corroderà la tua natura." Dovresti prestare ascolto al tuo stesso consiglio.»

«Non riuscirai a confondermi con la tua lingua biforcuta, Galbatorix. Sei un essere abominevole, e faremo in modo di eliminarti, a costo della vita.»

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