Volodyk - Paolini1-Eragon.doc
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La sua mano aderì perfettamente all'impugnatura, come se fosse stata fatta per lui. Lentamente sfilò la spada dal fodero, che scivolò senza nemmeno un fruscio. La lama piatta era di un rosso iridescente, che rifletteva la luce del falò. I due profili taglienti convergevano eleganti in una punta aguzza. Sul metallo era inciso il simbolo nero impresso sul fodero. L'equilibrio della spada era perfetto; sembrava un'estensione del suo braccio, al contrario dei rozzi utensili da agricoltore cui era abituato. Emanava un'aura di potere, come se nel suo nucleo covasse una forza irresistibile. Era stata creata per le violente emozioni della battaglia, per porre fine alla vita degli uomini, eppure era di una bellezza sconvolgente.
«Un tempo questa era l'arma di un Cavaliere» disse Brom in tono grave. «Quando un Cavaliere terminava l'addestramento, gli elfi gli facevano dono di una spada. I loro metodi di forgiatura sono sempre rimasti segreti. Le loro spade sono eternamente affilate e non si macchiano mai. L'usanza era che il colore della lama combaciasse con quello del drago del Cavaliere, ma immagino che in questo caso possiamo fare un'eccezione. Questa spada si chiama Zar'roc. Non so che cosa significa: probabilmente qualcosa di personale per il Cavaliere che la possedeva.» Osservò Eragon tentare qualche fendente.
«Dove l'hai presa?» domandò il ragazzo. A malincuore rimise la spada nel fodero e fece per restituirla al vecchio, ma Brom non mosse un dito per prenderla.
«Non ha importanza» disse Brom. «Ti basti sapere.che ho dovuto passare una serie di brutte e pericolose avventure per entrarne in possesso. Considerala tua. Hai più diritto di me ad averla, e prima che sia tutto compiuto, credo proprio che ti servirà.»
L'offerta colse Eragon alla sprovvista. «È un dono principesco: ti ringrazio.» Incerto su che altro dire, fece scorrere la mano sul fodero. «Che cosa significa questo simbolo?» domandò. «Era l'emblema personale del Cavaliere.» Eragon cercò di interromperlo, ma Brom lo fulminò con un'occhiataccia. «Ora, sarà bene che tu sappia che chiunque può imparare a parlare con i draghi, se ha ricevuto l'adeguata istruzione. Ma» e alzò un dito con enfasi «saperlo fare non significa niente. So più io dei draghi e delle loro capacità di qualsiasi altro essere vivente. Da solo, ti ci vorrebbero anni per imparare quello che io posso insegnarti. Ti sto offrendo la mia conoscenza come via più breve. La ragione per cui so queste cose rimane affar mio.»
Quando Brom ebbe finito di parlare, Saphira si alzò per avvicinarsi a Eragon. Il ragazzo estrasse la spada per mostrarla alla dragonessa. Ha potere , disse lei, sfiorandone la punta con il naso. Il colore iridescente del metallo ondeggiò come acqua quando fu toccato dalle sue squame. Lei alzò la testa con uno sbuffo soddisfatto, e la spada riprese il suo aspetto normale. Eragon la ripose nel fodero, turbato.
Brom inarcò un sopracciglio. «Questo è il genere di cose di cui ti parlavo. I draghi ci stupiscono sempre. Accadono certe cose intorno a loro, cose misteriose che sono impossibili altrove. Anche se i Cavalieri hanno agito a fianco dei draghi per secoli, non hanno mai compreso fino in fondo le loro capacità. C'è chi sostiene addirittura che nemmeno i draghi conoscano fino in fondo la portata dei loro poteri. Sono legati a questa terra in un modo che consente loro di superare grandi ostacoli. Ciò che Saphira ha appena fatto dimostra la mia tesi: c'è ancora molto che non sai.»
Ci fu una lunga pausa. «Può darsi» disse Eragon. «ma posso imparare, E gli stranieri sono la cosa che più mi interessa al momento. Hai idea di chi fossero?»
Brom, trasse un lungo sospiro. «Si chiamano Ra'zac. Nessuno sa se sia il nome della loro razza o quello che si sono scelti. A ogni modo, se possiedono nomi individuali, li tengono segreti. I Ra'zac non si sono mai visti prima dell'ascesa al potere di Galbatorix. Deve averli scovati da qualche parte durante i suoi viaggi e arruolati al suo servizio. Si sa poco di loro. Ma posso dirti una cosa: non sono umani. Quando ho intravisto la testa di uno di loro, mi è sembrato di scorgere un becco e occhi neri grandi quanto il mio pugno... ma come riescano a parlare la nostra lingua è un mistero. Senza dubbio il resto del loro corpo è altrettanto deforme. Per questo si coprono sempre con i mantelli, che sia caldo o freddo.
«Quanto ai loro poteri, sono più forti di qualunque uomo e possono fare salti di incredibile altezza, ma non sanno usare la magia. Ritieniti fortunato per questo, ragazzo mio, perché altrimenti a quest'ora saresti già nelle loro grinfie. So anche che provano una certa avversione per la luce del sole, per quanto essa non possa fermarli, se sono decisi. Non commettere mai l'errore di sottovalutare un Ra'zac, perché sono astuti e pieni di risorse.»
«Quanti sono?» disse Eragon, chiedendosi come facesse Brom a sapere tante cose. «per quanto ne so, solo quei due che hai visto. Potrebbero essercene altri, ma non ne ho mai sentito parlare. Può darsi che siano gli ultimi di una razza quasi estinta. Sai, sono i cacciatori di draghi personali del re. Quando la notizia di un avvistamento di un drago in queste terre giunge all'orecchio di Galbatorix, lui manda i Ra'zac a investigare. E spesso li segue una scia di morte.» Brom soffiò una serie di anelli di fumo e li guardò fluttuare fra i rovi. Eragon ignorò gli anelli finché non si accorse che stavano cambiando colore e guizzavano in tutte le direzioni. Brom ammiccò con aria astuta.
Eragon era sicuro che nessuno avesse visto Saphira: perciò come poteva Galbatorix aver avuto notizia della sua esistenza? Quando espresse i suoi dubbi. Brom disse: «Hai ragione, mi sembra molto improbabile che qualcuno di Carvahall abbia avvertito il re. Perché non mi racconti dove hai trovato l'uovo e come hai allevato Saphira? Questo potrebbe aiutarci a capire.»
Eragon esitò; poi gli narrò gli eventi fin da quando aveva trovato l'uovo sulla Grande Dorsale. Provò un meraviglioso senso di sollievo nel potersi finalmente confidare con qualcuno. Brom fece qualche domanda, ma per la maggior parte del tempo ascoltò con attenzione. Il sole stava per tramontare quando Eragon giunse alla fine del racconto. Entrambi rimasero in silenzio mentre le nuvole si tingevano di rosa. Alla fine Eragon disse: «Vorrei tanto sapere da dove viene. Saphira non ricorda.»
Brom inclinò la testa da un lato. «Non so... Mi hai chiarito molti aspetti di questa storia. Sono sicuro che nessuno, oltre a noi, ha visto Saphira. I Ra'zac dovevano avere una fonte di informazioni al di fuori di questa valle, una persona che probabilmente adesso è già morta... Hai passato momenti difficili e te la sei cavata egregiamente. Sono impressionato. »
Eragon fissò nel vuoto, poi chiese: «Che cosa ti è successo alla testa? Sembra che ti abbia colpito un sasso.»
«No, ma ci sei andato vicino.» Trasse una lunga boccata di fumo dalla pipa. «Mi aggiravo intorno all'accampamento dei Ra'zac quando è calata la sera, cercando di scoprire quello che potevo, ma mi hanno sorpreso nell'ombra. Era una buona occasione, ma mi hanno sottovalutato e sono riuscito a sfuggire al loro agguato. Tuttavia» aggiunse amareggiato. «ho dovuto pagare questo tributo alla mia stupidità. Stordito, sono caduto a terra e non ho ripreso i sensi se non il giorno dopo. A quel punto loro erano già arrivati alla tua fattoria. Era troppo tardi per fermarli, ma li ho cercati comunque. È stato quando ci siamo incontrati per la strada.»
Ma chi crede di essere, per poter affrontare i Ra'zac da solo? Gli hanno teso un agguato nel buio, e lui è rimasto solo stordito? Turbato, Eragon chiese con foga: «Quando hai visto il mio marchio, il gedwey ignasia, perché non mi hai detto chi erano i Ra'zac? Avrei avvertito Garrow invece di andare prima da Saphira, e tutti e tre saremmo potuti fuggire.»
Brom sospirò. «Non sapevo che cosa fare. Pensavo di poter tenere i Ra'zac lontani da te. Una volta che fossero partiti, ti avrei chiesto di Saphira. Ma loro mi hanno battuto in astuzia, È un errore di cui mi pento amaramente, un errore che ti è costato caro.»
«Chi sei?» esclamò Eragon indignato. «Come mai un semplice cantastorie di campagna possiede la spada di un Cavaliere? Come mai sai tante cose sui Ra'zac?»
Brom tamburellò le dita sulla pipa. «Mi sembrava di aver già detto che di questo non voglio parlare.»
«Mio zio è morto per questo. Morto!» gridò Eragon, tagliando l'aria con la mano. «Finora mi sono fidato di te perché Saphira ti rispetta. Ma adesso basta! Tu non sei la persona che ho conosciuto in tutti questi anni a Carvahall, Dimmi chi sei.»
Per un lunghissimo istante Brorri guardò il fumo dilatarsi fra loro, la fronte solcata da rughe sempre più profonde. Quando si mosse, fu solo per trarre un'altra boccata. Infine disse: «Probabilmente non ci hai mai pensato, ma ho trascorso gran parte della mia vita lontano dalla Valle Palancar, È stato solo a Carvahall che ho assunto il ruolo di cantastorie. Ho recitato diverse parti per diverse persone... il mio passato è complicato. È anche per il desiderio di sfuggirgli che sono venuto qui. E comunque hai ragione, non sono l'uomo che pensavi che fossi.»
«Ah!» sbuffò Eragon. «E allora chi sei?»
Brom sorrise con dolcezza. «Sono colui che è qui per aiutarti. Non disprezzare queste parole, perché sono le più sincere che abbia mai pronunciato. Ma non risponderò alla tua domanda. In questo momento non ti serve conoscere la "mia storia, né ti sei guadagnato questo diritto. Sì, possiedo conoscenze che Brom il cantastorie non potrebbe mai avere, ma io sono più di lui. Dovrai imparare a convivere con questo, e con il fatto che non elargisco descrizioni della mia vita a chiunque me le chieda!»
Eragon lo guardò, corrucciato. «Vado a dormire» disse, e si allontanò dal fuoco.
Brom non parve sorpreso, ma nei suoi occhi comparve un'ombra di dolore. Distese la sua coperta accanto al fuoco, mentre Eragon si coricava al fianco di Saphira. Un silenzio glaciale calò sull'accampamento.
L'ARTE DEL SELLAIO
Q
uando Eragon aprì gli occhi, il ricordo di Garrow lo investì con tutto il suo dolore straziante. Si trasse le coperte sulla testa e pianse in silenzio nel buio tepore. Quanto avrebbe voluto restare così, nascondersi per sempre dal resto del mondo. Le lacrime cessarono di sgorgare.
Maledisse Brom. Si asciugò le guance e si alzò a malincuore.
Brom stava preparando la colazione. «Buongiorno» disse. Eragon grugnì un saluto. S'infilò le mani ghiacciate sotto le ascelle e si accovacciò davanti al fuoco, in attesa che il cibo fosse pronto. Mangiarono in fretta, prima che si raffreddasse. Quando ebbero finito, Eragon lavò la sua ciotola con la neve, poi distese le pelli rubate sul terreno.
«Che cosa vuoi fare con quelle?» domandò Brom. «Non possiamo portarle con noi.» «Voglio fare una sella per Saphira.»
«Mmm» disse Brom, avvicinandosi. «Sai, i draghi usavano due tipi di selle. Le prime erano dure, sagomate come una sella per cavalli. Ma per farle ci vogliono tempo e attrezzi adatti. Le altre erano più sottili, nient'altro che uno strato imbottito fra il Cavaliere e il suo drago. Si usavano quando era necessario essere rapidi e mobili, anche se non erano comode come quelle sagomate.» «Sai com'erano fatte?» disse Eragon.
«Meglio: posso fartene una.»
«Allora prego» disse Eragon, facendosi da parte.
«D'accordo, ma sta' attento. Un giorno potresti aver bisogno di fartela da solo.» Con il permesso di Saphira. Brom le prese le misure del collo e del torace. Poi ricavò cinque strisce da una delle pelli, e sulle altre disegnò e ritagliò una decina di sagome. Infine tagliò il resto in lunghe fettucce sottili. Usò le fettucce per cucire insieme i pezzi, ma per ogni punto servivano due buchi, ed Eragon lo aiutò a praticarli. Al posto delle borchie, usarono nodi complicati; ogni nastro di pelle era lungo più del necessario, affinchè la sella si adattasse alla dragonessa anche nei mesi a venire. La parte principale della sella era composta da tre parti identiche, cucite insieme e imbottite. Davanti era fissato un robusto cappio da infilare su una delle punte del collo di Saphira, mentre ampie strisce cucite su entrambi i lati avevano passare sotto il suo ventre per poi essere annodate. Al posto delle staffe c'era una serie di nodi scorsoi su entrambe le fasce. Una volta stretti, avrebbero fornito appoggio ai piedi di Eragon. Un'altra lunga fascia doveva issare davanti alle zampe anteriori di Saphira, divisa in due, per poi risalire e unirsi alla sella.
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