Volodyk - Paolini2-Eldest

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Mentre Eragon e Saphira si avvicinavano alla grande tenda nera, i lembi dell'ingresso si sollevarono di colpo, e Trianna uscì spedita, le braccia alzate, nude fino ai gomiti, pronta a usare la magia. Alle sue spalle veniva un gruppo di stregoni dall'aria risoluta, anche se lievemente spaventata; Eragon ne aveva già visti molti nel Farthen Dùr, impegnati a combattere o a curare i feriti.

Eragon guardò Trianna e gli altri reagire sorpresi davanti al suo aspetto alterato. Abbassando le braccia, Trianna disse: «Ammazzaspettri, Saphira. Avreste dovuto avvertirci prima che eravate qui. Ci stavamo preparando a combattere quello che pensavamo un nemico formidabile.»

«Non intendevo turbarvi» disse Eragon, «ma dovevamo prima presentarci da Nasuada e re Orrin.» «E perché adesso ci onori della tua graziosa presenza? Non ci hai mai degnato di una visita, noi che siamo i tuoi più stretti fratelli fra i Varden.»

«Sono venuto ad assumere il comando del Du Vrangr Gata.»

L'assemblea di stregoni fu percorsa da un mormorio di meraviglia al suo annuncio, e Trianna s'irrigidì. Eragon sentì che alcuni maghi cercavano di sondare la sua coscienza, nel tentativo di capire le sue reali intenzioni. Invece di difendersi un gesto che lo avrebbe reso cieco a eventuali attacchi - Eragon rispose trapassando le menti degli intrusi abbastanza da costringerli a ritirarsi dietro le loro barriere. Ebbe anche la soddisfazione di vedere due uomini e una donna fare una smorfia e abbassare lo sguardo.

«Per ordine di chi?» chiese Trianna.

«Per ordine di Nasuada.»

«Ah» disse la maga con un sorriso di trionfo, «ma Nasuada non ha alcuna autorità su di noi. Noi aiutiamo i Varden di nostra spontanea volontà.»

La sua resistenza sconcertò Eragon. «Sono sicuro che Nasuada sarebbe sorpresa nel sentirlo, dopo tutto quello che lei, e suo padre, hanno fatto per il Du Vrangr Gata. Potrebbe avere l'impressione che non desideriate più il sostegno e la protezione dei Varden.» Lasciò che la velata minaccia aleggiasse per qualche istante sul gruppo. «E poi mi pare di ricordare che proprio tu mi hai proposto questo incarico, una volta. Perché non adesso?»

Trianna inarcò un sopracciglio. «Tu hai rifiutato quella proposta, Ammazzaspettri... o l'hai dimenticato?» Malgrado l'espressione composta, Eragon notò dal tono della sua voce che la maga era sulla difensiva, sapendo di non poter sostenere oltre la propria posizione. Gli sembrava più matura di quando si erano incontrati l'ultima volta, ed Eragon si rese conto che aveva dovuto affrontare non poche traversie, dalla marcia fino al Surda all'organizzazione degli stregoni del Du Vrangr Gata ai preparativi per la guerra.

«All'epoca non potevo accettare. Era il momento sbagliato.»

Cambiando tattica all'improvviso, Trianna chiese: «Perché

Nasuada ritiene che dovresti comandarci? Suppongo che tu e Saphira sareste molto più utili altrove.» «Nasuada vuole che sia io a condurre il Du Vrangr Gata nella battaglia imminente, e così farò.» Eragon pensò che fosse meglio evitare di dire che era stata un'idea sua.

Un fosco cipiglio conferì a Trianna un aspetto feroce. Indicò il gruppo alle sue spalle. «Abbiamo dedicato la vita allo studio della nostra arte. Tu conosci la magia da meno di due anni. Che cosa ti rende più qualificato per questo incarico di uno qualsiasi di noi? Non importa. Dimmi, invece: qual è la tua strategia? Come pensi di utilizzarci?» «Il mio piano è semplice» rispose lui. «Unirete le vostre menti per cercare gli stregoni nemici. Nel momento in cui ne individuerete uno, aggiungerò la mia forza alla vostra, e insieme schiacceremo la resistenza del mago. Poi potremo sconfiggere il battaglione ormai privo di difese arcane.»

«E cosa farai il resto del tempo?» «Combatterò con Saphira.»

Dopo un lungo silenzio imbarazzato, uno degli stregoni alle spalle di Trianna disse: «È un buon piano.» L'uomo si fece piccolo piccolo sotto lo sguardo severo della maga.

Lentamente, Trianna si volse a guardare di nuovo Eragon. «Da quando sono morti i Gemelli, ho condotto io il Du Vrangr Gata. Sotto la mia guida, hanno fornito ai Varden i mezzi per sovvenzionare questa guerra, hanno scoperto la Mano Nera, la rete di spie di Galbatorix che ha tentato di assassinare Nasuada, per non parlare di innumerevoli altri servigi. Non è vanagloria se affermo che non sono state imprese facili. E sono certa di poter continuare a ottenere simili risultati... Perché, dunque, Nasuada vuole depormi? In che modo l'ho delusa?»

In quel momento, Eragon ebbe chiara la situazione. Si è abituata al potere e non vuole cederlo. Ma soprattutto, considera la sostituzione come una critica alla sua condotta.

Devi risolvere la questione, e alla svelta, disse Saphira. Ormai ci resta pochissimo tempo.

Eragon si arrovellò in cerca di un modo per ribadire la propria autorità sul Du Vrangr Gata senza alienarsi l'appoggio di Trianna. Infine disse: «Non sono venuto qui per creare problemi. Sono venuto a chiedere aiuto.» Si rivolse a all'intera congregazione, ma guardò dritto negli occhi Trianna. «Sono forte, sì. Saphira e io potremmo probabilmente sconfiggere tutti gli stregoni di Galbatorix. Ma non potremmo proteggere tutti i Varden. Non possiamo essere dappertutto. E se gli stregoni guerrieri di Galbatorix unissero i loro sforzi, anche noi avremmo difficoltà a sopravvivere... Non possiamo combattere questa guerra da soli. Tu hai ragione, Trianna... Hai guidato bene il Du Vrangr Gata, e non sono qui per usurpare il tuo posto. È solo che, in quanto mago, ho bisogno di lavorare col Du Vrangr Gata, e in quanto Cavaliere, ho bisogno di darvi ordini, ordini che devo essere sicuro saranno eseguiti senza obiezioni. È necessario definire una gerarchia di comando. Detto questo, continuerete a mantenere gran parte della vostra autonomia. Il più delle volte sarò troppo impegnato per dedicare la mia attenzione al Du Vrangr Gata. E intendo ricorrere ai vostri consigli, perché so bene che avete molta più esperienza di me... Perciò, vi chiedo ancora una volta: ci aiuterete, per il bene dei Varden?» Trianna esitò, poi chinò il capo. «Certo, Ammazzaspettri... per il bene dei Varden. Sarà un onore averti a capo del Du Vrangr Gata.»

«Cominciamo, allora.»

Nel corso delle ore che seguirono, Eragon parlò con ciascuno degli stregoni riuniti, anche se un discreto numero era assente, impegnato in un modo o nell'altro ad aiutare i Varden. Fece del suo meglio per rendersi conto delle loro capacità. Scoprì che la maggior parte degli uomini e delle donne del Du Vrangr Gata erano stati introdotti alle arti magiche da un parente, spesso in gran segreto per evitare di attirare l'attenzione di coloro che temevano la magia, e ovviamente di Galbatorix. Soltanto uno sparuto gruppetto aveva ricevuto un adeguato addestramento. Di conseguenza, la maggioranza degli stregoni conosceva assai poco dell'antica lingua - nessuno la sapeva parlare con disinvoltura - e le loro credenze in fatto di magia erano spesso distorte da superstizioni religiose; in più, ignoravano le numerose applicazioni della negromanzia.

Non c'è da sorprendersi se i Gemelli morivano dalla voglia di carpire il tuo vocabolario nell'antica lingua, quando ti misero alla prova nel Farthen Dùr, osservò Saphira. Grazie a quelle parole, avrebbero avuto gioco facile su questi fattucchieri da quattro soldi.

Sono tutto quello che abbiamo, però.

Vero. Spero che adesso tu ti renda conto che avevo ragione su Trianna. Antepone i suoi desideri al bene comune. Avevi ragione, ammise Eragon. Ma non mi sento di condannarla per questo. Trianna si destreggia nel mondo meglio che può, come facciamo tutti, del resto. La capisco, anche se non l'approvo, e la comprensione, come ha detto Oromis, genera simpatia.

Poco più di un terzo degli stregoni erano specializzati come guaritori. Eragon li congedò, dopo aver insegnato loro cinque nuovi incantesimi da usare per curare una vasta gamma di ferite e malattie. Con il resto, Eragon lavorò per definire una chiara catena di comando - nominò Trianna suo luogotenente affinchè si assicurasse che i suoi ordini venissero eseguiti - e per fondere le diverse personalità in una compatta unità da combattimento. Cercare di convincere dei maghi a collaborare, scoprì, era come cercare di convincere una muta di cani a condividere un osso. Né lo aiutò il timore reverenziale che sembrava suscitare in loro, perché non riusciva lo stesso a trovare il modo di usare la sua influenza per moderare le relazioni fra gli stregoni litigiosi.

Per farsi un'idea migliore delle loro capacità, Eragon ordinò loro di evocare una serie di incantesimi. Quando li vide sforzarsi con formule che ormai lui considerava semplici, si rese conto di quanto i suoi poteri fossero aumentati. A Saphira espresse il suo stupore. E pensare che un tempo avevo difficoltà a sollevare un ciottolo. E pensare, ribattè lei, che Galbatorix ha avuto oltre un secolo per affinare il suo talento.

Il sole era basso a occidente, e intensificava la malsana luce arancione finché l'accampamento dei Varden, il livido Jiet, e la vastità delle Pianure Ardenti non rosseggiò in quel folle, screziato fulgore come la scena del sogno di un pazzo. Il sole aveva appena lambito l'orizzonte quando arrivò un messaggèro. Disse a Eragon che Nasuada voleva vederlo subito. «E credo che sia meglio se ti affretti, Ammazzaspettri, se posso permettermi di dirlo.»

Dopo aver fatto promettere ai membri del Du Vrangr Gata che sarebbero stati pronti a intervenire quando lui li avesse chiamati in aiuto, Eragon corse insieme a Saphira attraverso le file di tende grigie verso il padiglione di Nasuada. Un rauco clamore sopra di loro fece alzare la testa a Eragon.

Vide un gigantesco stormo di uccelli che volteggiavano sui due eserciti. Individuò aquile, falchi e sparvieri, insieme ad avide cornacchie e ai loro più grossi, rapaci cugini dal becco acuminato e il dorso nero, i corvi. Gli uccelli stridevano in attesa del sangue per bagnarsi la gola e di carne calda per riempirsi la pancia e saziare la fame. Per esperienza e istinto, sapevano che ogni volta che compariva un esercito in Alagaésia, presto o tardi avrebbero banchettato con centinaia di carogne.

Le nubi di guerra si addensano, pensò Eragon.

Nar Garzhvog

Eragon non aveva fatto che un passo sulla soglia del padiglione, con Saphira che si affacciava dietro di lui, quando il suo ingresso fu accolto da una salva di scatti metallici, mentre Jòrmundur e un'altra mezza dozzina di comandanti sguainavano le spade davanti agli intrusi. Gli uomini si affrettarono ad abbassare le lame quando Nasuada disse: «Vieni avanti, Eragon.»

«Quali ordini?» chiese Eragon.

«I nostri osservatori ci hanno riferito di una compagnia di oltre cento Kull che avanza da nordest.» Eragon s'incupì. Non si era aspettato di incontrare Urgali in questa battaglia, dato che Durza non li controllava più e che molti erano rimasti uccisi nel Farthen Dùr. Ma se erano venuti, non c'era più tempo di chiedersi come era accaduto. Si sentì ribollire il sangue e si concesse un ghigno feroce al pensiero di distruggere gli Urgali con i suoi nuovi poteri. Battendo una mano su Zar'roc, proclamò: «Sarà un piacere sterminarli. Saphira e io possiamo occuparcene da soli, se lo desideri.»

Nasuada scrutò con attenzione il suo volto e disse: «Non possiamo farlo, Eragon. Portano una bandiera bianca e hanno chiesto di parlare con me.»

Eragon la fissò sbalordito. «Non intenderai concedere loro udienza?»

«Gli riserverò la stessa cortesia che offrirei a qualsiasi nemico che sventola la bandiera della tregua.» «Ma sono dei barbari! Dei mostri! È una follia farli entrare nell'accampamento... Nasuada, ho visto le atrocità che commettono gli Urgali. Adorano il sangue e le sofferenze, e non meritano più pietà di un cane rabbioso. Non occorre che tu perda tempo per quella che è sicuramente una trappola. Di' solo una parola, e andrò più che volentieri a uccidere quelle brutali creature per te.»

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