Volodyk - Paolini2-Eldest
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«Devo ammettere» disse Jòrmundur «che in questo concordo con Eragon. Se non vuoi ascoltare noi, Nasuada, almeno dai retta a lui.»
Nasuada abbassò la voce perché soltanto Eragon udisse. «Il tuo addestramento è davvero incompiuto se sei ancora così cieco.» Poi alzò il tono, e in esso Eragon percepì le stesse adamantine note di comando che possedeva suo padre. «Voi tutti dimenticate che anch'io ho combattuto nel Farthen Dùr, e ho assistito alle atrocità degli Urgali... Tuttavia ho visto i nostri uomini commettere gesti altrettanto spregevoli. Non è mia intenzione sminuire le sofferenze che abbiamo patito per mano degli Urgali, ma nemmeno ignorare potenziali alleati quando l'Impero è in superiorità numerica così schiacciante.»
«Mia signora, è troppo pericoloso incontrarti con un Kull.»
«Troppo pericoloso?» Nasuada inarcò un sopracciglio. «Mentre sono protetta da Eragon, Saphira, Elva e tutti i miei guerrieri? Non credo.»
Eragon digrignò i denti per la frustrazione. Di' qualcosa, Saphira. Tu puoi convincerla a desistere da questo folle progetto.
No, non lo farò. La tua mente è annebbiata in questo momento.
Sei d'accordo con lei! esclamò Eragon, sgomento. Tu eri a Yazuac con me; hai visto che cos'hanno fatto gli Urgali agli abitanti del villaggio. E che mi dici di Teirm, della mia cattura a Gil'ead, e del Farthen Dùr? Ogni volta che abbiamo incontrato Urgali, hanno cercato di ucciderci, o peggio. Non sono altro che bestie spietate.
Gli elfì pensavano la stessa cosa dei draghi, durante la Du Fyrn Skulblàka.
A un cenno di Nasuada, le guardie sollevarono e legarono i lembi di stoffa dell'ingresso e dei lati del padiglione, affinchè tutti potessero vedere, e Saphira si accovacciò accanto a Eragon. Poi Nasuada si sedette sull'alto scranno, mentre Jòrmundur e gli altri comandanti si disponevano in due file parallele, in modo che chiunque volesse parlare con lei dovesse camminare fra di loro. Eragon rimase in piedi alla sua destra, Elva a sinistra.
Meno di cinque minuti dopo, un enorme ruggito di rabbia proruppe dal confine orientale dell'accampamento. La tempesta di grida e insulti si fece sempre più assordante finché non comparve un Kull solitario, che avanzava verso Nasuada, mentre una folla di Varden si divertiva a stuzzicarlo. L'Urgali - o ariete, come Eragon ricordò che venivano chiamati - teneva la testa alta e mostrava le zanne gialle, ma per il resto non reagì in alcun modo agli abusi perpetrati. Era un esemplare magnifico, alto più di otto piedi, con lineamenti forti, orgogliosi, quantunque grotteschi, un paio di enormi corna ritorte e una muscolatura possente che gli dava l'aria di chi avrebbe potuto abbattere un orso con un pugno. Indossava soltanto un cencio annodato sui lombi, alcune placche di ferro grezzo tenute insieme da brandelli di maglia, e un disco di metallo concavo fra le corna per proteggersi la testa. Sulla schiena ondeggiava una lunga, folta coda di capelli neri.
Eragon si sentì contrarre le labbra in una smorfia di puro odio; frenò a stento l'impulso di estrarre Zar'roc per attaccare. Eppure, malgrado tutto, non poteva fare a meno di ammirare il coraggio dell'Urgali nell'affrontare, solo e disarmato, un intero esercito nemico. Con sua sorpresa, trovò la mente del Kull protetta da tenaci barriere.
Quando l'Urgali si fermò davanti all'ingresso del padiglione, esitante, Nasuada ordinò alle sue guardie di intimare il silenzio alla folla. Tutti guardavano l'Urgali, chiedendosi che cosa avrebbe fatto.
L'Urgali alzò le braccia muscolose verso il cielo, trasse un potente respiro, poi spalancò la bocca ed emise un grido belluino contro Nasuada. In un lampo, il Kull si ritrovò circondato da una foresta di spade, ma non vi badò, continuando a ululare fino a svuotarsi i polmoni. Poi guardò Nasuada, ignorando le centinaia di persone che, era ovvio, non vedevano l'ora di ucciderlo, e ringhiò nel suo accento rozzo e gutturale: «Che trappola è mai questa, ledy Furianera? Mi è stato promesso un passaggio sicuro. Gli umani non rispettano forse la parola data?» Fatto un passo avanti, uno dei comandanti di Nasuada disse: «Permettici di punirlo, signora, per la sua insolenza. Una volta che gli avremo insegnato il significato del rispetto, allora potrai ascoltare il suo messaggio, qualunque esso sia.»
Eragon avrebbe voluto restare in silenzio, ma conosceva i suoi obblighi nei confronti di Nasuada e dei Varden, così si chinò su di lei e le mormorò all'orecchio: «Non era un'offesa. Quello è il loro modo di salutare i comandanti. La risposta adeguata sarebbe far cozzare le teste, ma dubito che tu voglia provarci.»
«Sono stati gli elfi a insegnartelo?» mormorò lei, senza staccare gli occhi dal Kull.
«Sì.»
«E cos'altro ti hanno insegnato sugli Urgali?»
«Molte cose» ammise lui, a malincuore.
Nasuada si rivolse al Kull, come a tutti i presenti. «I Varden non sono menzogneri come Galbatorix e l'Impero. Parla liberamente; non devi temere alcun pericolo finché siamo riuniti in consiglio sotto il vessillo della tregua.» L'Urgali grugnì e levò il mento sporgente, esponendo la gola; Eragon riconobbe il gesto d'amicizia. Abbassare la testa, per la loro razza, equivaleva a una minaccia, perché significava che un Urgali intendeva caricare con le corna. «Io sono Nar Garzhvog, della tribù dei Bolvek. Parlo a nome del mio popolo.» Sembrava che masticasse ogni parola prima di sputarla. «Gli Urgali sono odiati più di qualsiasi altra razza. Elfi, nani, umani, tutti ci danno la caccia, bruciano le nostre tane e ci cacciano dalla nostra terra.»
«Non senza buone ragioni» puntualizzò Nasuada.
Garzhvog annuì. «Non senza buone ragioni. Il nostro popolo ama la guerra. Eppure quanto spesso veniamo attaccati solo perché ci trovate ripugnanti, nella stessa misura in cui voi fate ribrezzo a noi? Dalla caduta dei Cavalieri la nostra razza ha prosperato. Le nostre tribù adesso sono così numerose che l'arida terra su cui viviamo non ci basta più.» «E così avete stretto un patto con Galbatorix.»
«Sì, ledy Furianera. Ci ha promesso della buona terra se uccidevamo i suoi nemici. Ma ci ha ingannati. Il suo sciamano dai capelli di fuoco, Durza, ha piegato le menti dei nostri comandanti e ha costretto le nostre tribù a collaborare, come non è nostra usanza. Quando lo abbiamo capìto, nella montagna cava dei nani, le Herndall, le madri che ci governano, hanno deciso di inviare la mia compagna presso Galbatorix a chiedere perché ci aveva usati così.» Garzhvog scosse la poderosa testa. «Non è mai tornata. I nostri arieti migliori sono morti per Galbatorix, e lui ci ha abbandonati come una lama spezzata. È un drajl, un infame traditore senza corna. ledy Furianera, siamo rimasti in pochi, ma combatteremo con voi, se lo vorrai.»
«A quale prezzo?» chiese Nasuada. «Le tue Herndall devono volere qualcosa in cambio.»
«Sangue. Il sangue di Galbatorix. E se l'Impero cade, chiediamo di darci delle terre, terre per vivere e crescere, terre per evitare altre guerre in futuro.»
Eragon intuì la decisione di Nasuada dalla sua espressione ancor prima che parlasse. E lo stesso dovette capire Jòrmundur, perché si sporse verso di lei e mormorò: «Nasuada, non puoi farlo. È contro natura.» «La natura non può aiutarci a sconfiggere l'Impero. Abbiamo bisogno di alleati.»
«Gli uomini diserteranno piuttosto di combattere fianco a fianco con gli Urgali.»
«Questo ostacolo si può aggirare. Eragon, gli Urgali terranno fede al patto?»
«Soltanto finché avremo un nemico comune.»
Con un brusco cenno del capo, Nasuada alzò di nuovo la voce: «D'accordo, Nar Garzhvog. Tu e i tuoi guerrieri potete accamparvi lungo il fianco orientale del nostro esercito, lontani dal corpo principale, e in seguito discuteremo i termini dell'accordo.»
«Ahgrat ukmar» ringhiò il Kull, battendosi i pugni sulla
fronte. «Sei una saggia Herndall, ledy Furianera.»
«Perché mi chiami così?»
«Herndall?»
«No, Furianera.»
Garzhvog emise un rauco gorgoglio che Eragon interpretò come una risata. «Furianera è il nome che abbiamo dato a tuo padre per come ci inseguiva negli oscuri tunnel della montagna cava e per il colore della sua pelle. Tu, che sei sua figlia, meriti lo stesso nome.» Con queste parole, il Kull si volse e si allontanò a grandi passi dal padiglione. Alzandosi, Nasuada proclamò: «Chiunque attacchi un Urgali verrà punito come se avesse attaccato un compagno umano. Che il mio ordine venga diffuso in ogni compagnia.»
Aveva appena finito di parlare, quando Eragon notò re Orrin arrivare trafelato, il lungo mantello che gli svolazzava sui polpacci. Quando fu abbastanza vicino, gridò: «Nasuada! È vero che ti sei incontrata con un Urgali? Che cosa intendevi fare, e perché non sono stato avvertito prima? Io non...»
Il re fu interrotto da una sentinella che emerse dalla moltitudine di tende grigie, gridando: «Un uomo a cavallo, mandato dall'Impero!»
Re Orrin interruppe subito la sua protesta per seguire Nasuada che correva verso l'avanguardia dell'esercito, seguita da almeno un centinaio di soldati. Piuttosto che rimanere bloccato dalla folla, Eragon montò in groppa a Saphira e si fece portare da lei a destinazione.
Quando Saphira si fermò vicino al terrapieno, le trincee e le file di pali acuminati che proteggevano la prima linea dei Varden, Eragon vide un soldato solitario avanzare al galoppo sfrenato lungo la terra di nessuno. I rapaci si abbassarono in volo per vedere se era arrivato l'antipasto del banchetto imminente.
Il soldato tirò le redini del suo nero stallone a trenta iarde dalle fortificazioni, fermandosi a una ragionevole distanza di sicurezza dai Varden, e gridò: «Rifiutando la generosa offerta di resa di re Galbatorix, avete scelto di morire. Non ci sarà più alcun negoziato. La mano tesa in segno di amicizia si è trasformata in un pugno di ferro! Se qualcuno di voi rispetta ancora il nostro legittimo sovrano, l'onnipotente, l'onnisciente re Galbatorix, che fugga! Nessuno sopravviverà quando l'esercito imperiale provvedere a far piazza pulita in Alagaésia di ogni miscredente, traditore e sovversivo. E per quanto questo addolori il nostro sovrano, perché sa che la maggior parte di questi atti di ribellione sono stati istigati da capi invidiosi e dissidenti, puniremo com'è giusto il riottoso territorio noto come Surda per restituirlo alla benevola guida di re Galbatorix, lui, che si sacrifica giorno e notte per il bene del suo popolo. Perciò fuggite, vi dico, o subirete il destino del vostro araldo.»
Il soldato slegò i cordoni di una sacca di tela che teneva appesa al fianco ed estrasse una testa mozzata. La scagliò in aria e la guardò cadere fra i Varden; poi fece voltare lo stallone, gli piantò gli speroni nei fianchi e tornò al galoppo verso la massa scura dell'esercito di Galbatorix.
«Devo ucciderlo?» chiese Eragon.
Nasuada scosse il capo. «Avremo presto la nostra vendetta. Non violerò la sacralità dei messaggèri, come ha fatto l'Impero.»
«Come...» Eragon trasalì di sorpresa e si afferrò al collo di Saphira per non cadere di sella, quando la dragonessa si impennò, piantando le zampe davanti sulla terra livida e compatta del bastione. Spalancando le fauci, Saphira lanciò un lungo, profondo ruggito, come aveva fatto Garzhvog: ma questo era una sfida aperta ai suoi nemici, un avvertimento dell'ira che avevano suscitato e un appello per tutti coloro che odiavano Galbatorix.
Il suono della sua voce tonante spaventò tanto lo stallone da farlo scartare. Il cavallo scivolò sul terreno bollente e cadde. Il soldato fu sbalzato di sella e piombò su una vampa di fuoco verde che eruttò proprio in quel momento. Lanciò un solo grido, così orribile che fece arricciare il cuoio capelluto di Eragon. Poi calò un silenzio di morte. Gli uccelli cominciarono a scendere.
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