Volodyk - Paolini2-Eldest
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«E io che cosa dovrei fare, ledy Nasuada?» chiese Orik.
«Con noi sono venuti diversi knurlan del Dùrgrimst Ingietum, della cui profonda esperienza ci siamo serviti per scavare trincee e innalzare terrapieni. Puoi assumere il loro comando, se lo desideri.»
Orik s'illuminò alla prospettiva d'incontrare altri nani, e per di più del suo stesso clan. Si battè il pugno sul petto e disse: «Lo desidero eccome, mia signora. Ora, se vuoi scusarmi, andrò subito da loro.» E senza indugiare un secondo di più, il nano si volse e si allontanò trotterellando per l'accampamento, puntando a nord, verso le fortificazioni. Tornata al suo padiglione con i quattro rimasti, Nasuada disse a Eragon: «Vieni a riferirmi quando avrai stabilito la strategia col Du Vrangr Gata.» Poi scostò il lembo di tenda dell'ingresso ed entrò nel padiglione, seguita come un'ombra da Elva.
Quando Arya fece per entrare, Eragon tese una mano verso di lei e nell'antica lingua le disse: «Aspetta!» L'elfa si fermò a guardarlo, senza tradire alcuna emozione. Lui sostenne il suo sguardo senza vacillare, fissandola negli occhi, che riflettevano la strana luce intorno a loro. «Arya, non mi scuserò per ciò che provo per te. Ma voglio che tu sappia che mi dispiace per come mi sono comportato durante l'Agaeti Blòdhren. Non ero me stesso quella notte; altrimenti non sarei mai stato così esplicito con te.»
«E non lo farai più?»
Lui le rivolse un sorriso amaro. «Se lo facessi, otterrei forse qualcosa?» Quando lei rimase in silenzio, aggiunse: «Non importa. Non voglio più importunarti, anche se tu...» Si morse le labbra, prima di dire qualcosa di cui sapeva si sarebbe pentito.
L'espressione di Arya si addolcì. «Non ho alcuna intenzione di ferirti, Eragon. Devi capirlo.»
«Capisco» disse lui, ma senza convinzione.
Un lungo, scomodo silenzio seguì fra di loro. «Il volo è andato bene?»
«Abbastanza bene, grazie.»
«Non avete incontrato nessuna difficoltà nel deserto?»
«Avremmo dovuto?»
«No. Volevo soltanto sapere.» Poi, in tono più gentile, Arya gli chiese: «E tu, Eragon? Come sei stato da dopo la celebrazione? Ho ascoltato quello che hai detto a Nasuada, ma non hai parlato che della tua schiena.» «Io...» Eragon cercò di mentire - non voleva che lei sapesse quanto gli era mancata - ma l'antica lingua gli trattenne le parole in gola e lo rese muto. Allora ricorse alla tecnica degli elfi: dire soltanto una parte della verità per dare l'impressione della verità opposta. «Sto meglio di prima» concluse, riferendosi, nella sua mente, soltanto alle condizioni della schiena.
Malgrado il sotterfugio, Arya non parve convinta. Tuttavia non insistette e disse invece: «Ne sono lieta.» La voce di Nasuada risuonò dall'interno del padiglione, e Arya scoccò una rapida occhiata alla tenda prima di parlargli ancora. «Si richiede la mia presenza altrove, Eragon... Anche tu devi andare. Ci aspetta una battaglia.» Sollevando i lembi di tela, l'elfa si accinse a entrare, ma si fermò sulla soglia e voltandosi aggiunse: «Abbi cura di te, Eragon Ammazzaspettri.» E scomparve nel padiglione.
Eragon rimase impietrito dallo sconforto. Aveva fatto quello che desiderava, ma sembrava che non fosse cambiato nulla fra lui e Arya. Strinse i pugni e incurvò le spalle, fissando truce il terreno senza vederlo, fremente di delusione. Trasalì quando Saphira gli sfiorò la spalla con il muso. Andiamo, piccolo mio, gli disse lei con dolcezza. Non puoi restare qui per sempre, e questa sella comincia a darmi fastidio.
Eragon cominciò a slegarle la cinghia del collo, imprecando fra i denti quando la fibbia s'incastrò. Sperò quasi che il cuoio si spezzasse. Dopo aver slegato tutte le altre cinghie, lasciò scivolare la sella e il resto per terra. Mi sento meglio senza quella roba addosso, disse Saphira soddisfatta, sciogliendosi le spalle.
Dalle bisacce, Eragon estrasse i vari elementi della sua armatura e li indossò. Per primo indossò l'usbergo sulla tunica elfica, poi si allacciò gli schinieri e i bracciali. In testa si mise la calotta di pelle imbottita, la cuffia di maglia di acciaio temprato, e infine l'elmo d'oro e d'argento. Infine sostituì i consueti guanti di pelle con quelli d'acciaio. Allacciò in vita la cintura di Beloth il Savio, da cui pendeva Zar'roc sul fianco sinistro. Infilò a tracolla la faretra di frecce dal candido impennaggio che gli aveva donato Islanzadi, e scoprì con piacere che poteva contenere anche l'arco che la regina elfica aveva cantato per lui.
Dopo aver depositato i bagagli suoi e di Orik nel padiglione, Eragon e Saphira andarono in cerca di Trianna, l'attuale guida del Du Vrangr Gata. Non avevano fatto che pochi passi quando Eragon percepì una mente vicina che si schermava dalla sua. Immaginando che si trattasse di uno dei maghi dei Varden, si diressero da quella parte. A una decina di iarde di distanza s'imbatterono in una piccola tenda verde, con un asino legato all'ingresso. A sinistra della tenda ribolliva un calderone di ferro annerito appeso a un tripode di metallo collocato su una delle nauseabonde fiamme che scaturivano dalla terra. Intorno al calderone erano tese corde da cui pendevano mazzetti di belladonna, cicuta, rododendro, sabina, corteccia di tasso, e svariati funghi, fra cui l'amanita falloide e l'ovolaccio, tutte piante che Eragon riconobbe grazie alle lezioni di Oromis sui veleni. Dietro il calderone, intenta a rimestare con un lungo ramaiolo di legno, c'era Angela l'erborista. Ai suoi piedi era acciambellato Solembum.
Il gatto mannaro emise un lugubre miagolio, e Angela alzò gli occhi dall'intruglio fumante, i riccioli neri che le incorniciavano il volto sudato come nuvole tempestose.
Aggrottò la fronte e la sua espressione divenne veramente spettrale, illuminata dal basso dalla tremolante fiamma verde. «E così siete tornati, eh?»
«Siamo tornati» disse Eragon.
«Non hai altro da dire? Hai già incontrato Elva? Hai visto cos'hai fatto a quella povera bambina?» «Sì.»
«Sì!» esclamò Angela. «Fin dove può arrivare l'incapacità di esprimersi di una persona? Tutto questo tempo passato a Ellesméra a farti addestrare dagli elfi, e "Sì" è il massimo che riesci a dire? Lascia che ti dica una cosa, zuccone: chiunque sia abbastanza stupido da fare quello che hai fatto merita di...»
Eragon si strinse le mani dietro la schiena, e aspettò paziente che Angela lo informasse, in termini quanto mai espliciti, dettagliati e coloriti, di che razza di zuccone fosse; che i suoi antenati dovevano essere dei trogloditi per aver generato il colossale zuccone che era - arrivò addirittura a insinuare che uno dei suoi nonni doveva essersi accoppiato con una Urgali; e delle punizioni mai abbastanza atroci che uno zuccone come lui si meritava per una tale idiozia. Se qualunque altra persona lo avesse insultato a quel modo, Eragon l'avrebbe sfidata a duello senza pensarci due volte, ma tollerò il fiume di bile che l'indovina gli vomitò addosso perché sapeva di non poter giudicare il suo comportamento secondo i normali criteri, e perché sapeva che la sua collera era più che giustificata: aveva commesso un terribile errore. Quando Angela s'interruppe per riprendere fiato, Eragon disse: «Hai ragione, e cercherò di annullare l'incantesimo quando la battaglia sarà decisa.»
Angela battè le palpebre tre volte, in rapida successione, mentre la sua bocca restò aperta per un secondo in un muto "Oh", prima di richiudersi di scatto. Con un'occhiataccia torva, gli chiese: «Non lo stai dicendo solo per rabbonirmi, vero?»
«Non lo farei mai.»
«E sul serio intendi annullare la tua maledizione? Credevo che incantesimi del genere fossero irrevocabili.» «Gli elfi hanno scoperto molti modi per usare la magia.»
«Ah... D'accordo, allora, la questione è risolta.» Gli concesse un ampio sorriso, poi lo superò per avvicinarsi a Saphira e accarezzarla sul muso. «È bello rivederti, Saphira. Sei cresciuta.»
Anch'io sono contenta, Angela.
Quando l'indovina tornò a mescolare la sua brodaglia, Eragon disse: «Che sermone impressionante, Angela.» «Ti ringrazio. Ci ho lavorato per diverse settimane. È un peccato che non sia arrivata al finale: è memorabile. Ti andrebbe di sentirlo?»
«No, grazie, mi è bastato così. Il resto me lo immagino.»
Guardandola di sottecchi, Eragon aggiunse: «Non sembri sorpresa di vedere quanto sono cambiato.» L'erborista si strinse nelle spalle. «Ho le mie fonti. È un miglioramento, a mio avviso. Prima eri... oh, come dire?... incompiuto.»
«Già.» Eragon indicò le piante. «A cosa ti servono?»
«Oh, una cosuccia che ho in mente... diciamo una specie di esperimento.»
«Mmm.» Esaminando le sfumature verdastre sul cappello rossiccio di un fungo, Eragon chiese: «Hai poi scoperto se i rospi esistono o no?»
«Ebbene, sì! A quanto pare, tutti i rospi sono rane, ma non tutte le rane sono rospi. Perciò in quel senso i rospi non esistono, il che significa che ho sempre avuto ragione.» Interruppe le sue farneticazioni, si chinò da un lato e prese una tazza dalla panca accanto a lei per offrirla a Eragon. «Gradisci una tazza di té?»
Eragon scoccò un'occhiata alle piante mortali appese a seccare intorno a loro, poi guardò di nuovo il volto cordiale di Angela. Sottovoce, per non farsi sentire dall'erborista, mormorò tre formule per individuare i veleni. Una volta sicuro che il té non era contaminato, osò bere un sorso. Era delizioso, anche se non riuscì a identificarne gli ingredienti. Intanto Solembum si era avvicinato a Saphira e inarcando la schiena aveva cominciato a strusciarsi contro la sua zampa, come avrebbe fatto un gatto qualsiasi. Spostando il collo, Saphira si chinò ad accarezzare il dorso del gatto mannaro col muso. A Ellesméra, disse lei, ho incontrato qualcuno che ti conosce.
Solembum smise di strusciarsi e inclinò la testa da un lato. Davvero?
Sì. Si chiamava Zampalesta oppure la Danzatrice dei Sogni, e anche Maud.
Solembum sgranò gli occhi dorati. Cominciò a fare le fusa, e riprese a strofinarsi contro Saphira con rinnovato entusiasmo.
«E così» disse Angela «immagino che tu abbia già parlato con Nasuada, Arya e re Orrin.» Eragon annuì. «E che ne pensi del buon vecchio Orrin?»
Eragon scelse le parole con cura, ben sapendo che stavano parlando di un re. «Be'... a quanto pare coltiva molti interessi.»
«Già, è più matto di un matto ubriaco alla vigilia della Notte di Mezza Estate. Ma d'altro canto, chi più chi meno, lo siamo un po' tutti.»
Divertito di fronte a tanta schiettezza, Eragon disse: «Effettivamente dev'essere matto per aver trasportato tutti quei vetri da Aberon fin qui.»
Angela inarcò un sopracciglio. «Che vuoi dire?»
«Non sei stata nella sua tenda?»
«A differenza di certa gente» dichiarò lei, tirando su col naso, «io non cerco di ingraziarmi ogni testa coronata che incontro.» E così Eragon le descrisse la moltitudine di delicati strumenti che Orrin si era portato sulle Pianure Ardenti. Angela smise di mescolare mentre lui parlava, ascoltando con interesse sempre maggiore. Nell'istante in cui lui finì, l'indovina cominciò ad affannarsi intorno al calderone, raccogliendo i mazzetti di piante e usando a volte delle pinze per farlo, e disse: «Credo sia opportuno che vada a fare una visitina a Orrin. Voi due mi racconterete del vostro viaggio a Ellesméra un'altra volta... Be', che aspettate? Vi saluto!»
Eragon scosse il capo mentre la donna minuta li incitava ad allontanarsi dalla tenda. Lui aveva ancora la tazza in mano. Parlare con lei è sempre...
Strano? suggerì Saphira.
Esatto.
Nubi di guerra
Dalla tenda di Angela impiegarono quasi mezz'ora per individuare quella di Trianna, che evidentemente fungeva da quartier generale del Du Vrangr Gata. Ebbero difficoltà a trovarla, perché poche persone sapevano della sua esistenza, e ancora meno sapevano dove fosse, visto che era nascosta dietro un affioramento di roccia che serviva da baluardo contro gli sguardi degli stregoni nemici al servizio di Galbatorix.
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