Volodyk - Paolini2-Eldest
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Stanco per lo sforzo, si avvolse nelle coperte, si sdraiò accanto a Saphira e si abbandonò al suo stato di dormiveglia, dove i fantasmi della notte giocavano a rincorrersi con le stelle che brillavano in cielo.
Poco dopo aver ripreso il viaggio, l'indomani mattina, l'erba ondeggiante cedette il passo a un'arida prateria dagli steli sempre più secchi e sporadici, che alla fine furono sostituiti da un terreno brullo e bruciato dal sole, dove non cresceva niente se non le piante più resistenti. Comparvero le prime dune rosseggianti. Dall'alto sembrava di sorvolare una serie di onde che si susseguivano verso una costa remota.
Quando il sole cominciò a calare, Eragon notò in lontananza, a est, un gruppo di montagne e capì che si trattava delle Du Fells Nàngoròth, dove i draghi selvatici andavano per accoppiarsi, allevare i cuccioli e infine morire. Dobbiamo andarci, un giorno o l'altro, disse Saphira, seguendo il suo sguardo.
Sì.
Quella notte, Eragon sentì la solitudine più forte che mai, perché si erano accampati nella regione più desolata del Deserto di Hadarac, dove nell'aria c'era così poca umidità che le sue labbra si screpolarono presto, anche se le spalmava spesso di nalgask. Percepiva pochissima vita nel suolo, soltanto un pugno di miserabili piante, qualche insetto e qualche lucertola.
Come aveva fatto quando erano fuggiti da Gil'ead attraverso il deserto, Eragon trasse acqua dal suolo per riempire le borracce, e prima di consentire alla sabbia di riassorbire l'acqua, la usò per divinare Nasuada e vedere se i Varden erano già stati attaccati. Con sollievo, scoprì di no.
Il terzo giorno da quando erano partiti da Ellesméra, il vento prese a soffiare alle loro spalle, facendo diventare Saphira ancora più veloce e trasportandoli ai confini del deserto.
Sorvolarono una carovana di nomadi che indossavano lunghi mantelli per proteggersi dal calore. Gli uomini inveirono nel loro rozzo linguaggio e agitarono le spade e le lance contro Saphira, ma nessuno osò scagliare una freccia.
Eragon, Saphira e Orik bivaccarono quella notte nelle propaggini meridionali della Foresta Imbiancata che costeggiava il lago Tùdosten, così chiamata perché composta quasi soltanto da faggi, salici e pioppi tremuli. In contrasto con la perenne penombra che regnava sotto i pini della Du Weldenvarden, la Foresta Imbiancata era inondata di luce, di canti di allodole e del gentile fruscìo delle foglie verdi. Gli alberi emanavano un'aria giovane e spensierata, ed Eragon fu felice di trovarsi lì. E sebbene fosse sparita ogni traccia del deserto, il clima era molto più caldo rispetto a quanto Eragon era abituato in quel periodo dell'anno. Sembrava più estate che primavera.
Da lì volarono diretti ad Aberon, la capitale del Surda, guidati dalle indicazioni che Eragon trasse dai ricordi degli uccelli che incontrarono. Saphira non fece nulla per nascondersi durante il tragitto, e spesso udirono grida di stupore e di allarme levarsi dai villaggi che sorvolava.
Era tardo pomeriggio quando giunsero ad Aberon, una città bassa e fortificata che si sviluppava intorno a un picco roccioso, in un panorama altrimenti piatto. In cima al picco sorgeva il Castello Farnaci. L'irregolare cittadella era protetta da tre cinte di mura concentriche, numerose torri e, notò Eragon, centinaia di baliste costruite per abbattere i draghi. La calda luce ambrata del sole morente faceva risaltare i profili degli edifici di Aberon e illuminava una nuvola di polvere che si levava dal cancello ovest della città, dove una fila di soldati aspettava di entrare.
Mentre Saphira scendeva verso la corte interna del castello, Eragon entrò in contatto con la moltitudine di pensieri degli abitanti della capitale. Il frastuono dapprima lo confuse - come poteva ascoltare in cerca di nemici e restare vigile allo stesso tempo? - ma poi si rese conto che, come al solito, si era concentrato troppo sugli individui. Non doveva far altro che percepire le generali intenzioni della gente. Ampliò il suo raggio mentale, e le singole voci che reclamavano la sua attenzione si fusero in un flusso continuo di emozioni. Era come un velo impalpabile steso sul panorama, che si ondulava a seconda delle sensazioni delle persone e si gonfiava dove qualcuno era in preda a una forte passione. In questo modo, Eragon percepì l'allarme destato fra la gente dalla comparsa di Saphira. Attenta, le disse. Non voglio che ci attacchino.
La polvere si levò in piccoli mulinelli mentre Saphira batteva lentamente le ali per atterrare al centro del cortile, affondando gli artigli nel terreno per mantenere l'equilibrio. I cavalli legati nel cortile nitrirono di paura, suscitando un tale fracasso che Eragon decise di insinuarsi nelle loro menti per calmarli con dolci parole nell'antica lingua. Eragon smontò dopo Orik, tenendo d'occhio i molti soldati schierati lungo i merli e le minacciose baliste. Non temeva le armi, ma non aveva alcun desiderio di essere coinvolto in uno scontro con i suoi stessi alleati.
Un drappello di dodici uomini, alcuni dei quali erano soldati armati, uscì dal maschio per correre verso Saphira. Erano capitanati da un uomo alto con la pelle scura come quella di Nasuada, la terza persona con la pelle di quel colore che Eragon avesse incontrato. Fermandosi a dieci passi di distanza, l'uomo s'inchinò - come gli altri - e poi disse: «Benvenuto, Cavaliere. Io sono Dahwar, figlio di Kedar. Sono il siniscalco di re Orrin.»
Eragon inclinò la testa. «E io sono Eragon Ammazzaspettri, figlio di nessuno.»
«E io Orik, figlio di Thrifk.»
E io Saphira, figlia di Vervada, disse Saphira, usando Eragon come portavoce.
Dahwar s'inchinò di nuovo. «Mi scuso se non ci sono dignitari di più alto rango a ricevere ospiti del vostro prestigio, ma re Orrin, ledy Nasuada, e tutti i Varden sono da tempo in marcia per affrontare l'esercito di Galbatorix.» Eragon annuì. Se l'era aspettato. «Hanno lasciato ordine che se tu fossi venuto a cercarli, avresti dovuto unirti a loro direttamente, perché la tua presenza è indispensabile per avere una speranza di vittoria.»
«Puoi mostrarci su una mappa dove possiamo trovarli?» chiese Eragon.
«Ma certo, mio signore. Mentre mando a prenderla, non gradiresti cercare un riparo da questo calore e qualche rinfresco?»
Eragon fece di no con la testa. «Non abbiamo tempo da
perdere. Per giunta, non sono io che ho bisogno della mappa, ma Saphira, e dubito che lei entrerebbe nel vostro palazzo.»
Questo parve cogliere il siniscalco di sorpresa. Battè le palpebre e fece scorrere lo sguardo su Saphira, poi disse: «Naturalmente, mio signore. A ogni buon conto, la nostra ospitalità è a vostra disposizione. Se c'è qualcosa che tu e i tuoi compagni desiderate, non esitate a chiedere.»
Per la prima volta, Eragon si rese conto che poteva dare ordini e aspettarsi che venissero eseguiti. «Ci servono viveri per una settimana. Per me soltanto frutta, verdure, farina, formaggio, pane... cose del genere. E acqua per riempire le borracce.» Rimase colpito quando Dahwar non lo interrogò sulla mancanza di carne. Orik aggiunse la sua richiesta di carne salata, prosciutto e altri prodotti di analoga natura.
Con uno schiocco di dita, Dahwar mandò due servitori nel maschio a prendere le provviste. Mentre tutti aspettavano che tornassero, chiese: «Dalla tua presenza qui, Ammazzaspettri, posso desumere che il tuo addestramento con gli elfi è stato completato?»
«Il mio addestramento non finirà finché vivrò.»
«Capisco.» Poi, dopo un momento, Dahwar disse: «Ti prego di scusare la mia impertinenza, signore, perché non sono avvezzo agli usi dei Cavalieri, ma tu sei umano? Mi avevano detto che lo eri.»
«Certo che lo è» borbottò Orik. «È stato... cambiato. E tu dovresti rallegrarti per ciò che è diventato, altrimenti ci troveremmo in guai ben peggiori.» Dahwar fu abbastanza discreto da non indagare oltre, ma dai suoi pensieri Eragon arguì che il siniscalco avrebbe pagato uno sproposito per avere ulteriori dettagli: qualunque informazione su Eragon e Saphira era importante nel governo di Orrin.
Il cibo, l'acqua e la mappa arrivarono poco dopo, fra le braccia di due paggi dagli occhi sgranati. Su ordine di Eragon, posarono gli oggetti davanti a Saphira con aria terrorizzata, poi si rintanarono alle spalle di Dahwar. Inginocchiatosi per terra, Dahwar dispiegò la mappa, che raffigurava il Surda e i territori confinanti, e tracciò una linea in direzione nordovest, da Aberon a Cithri. «Le ultime notizie» disse «ci riferiscono che re Orrin e ledy Nasuada si sono fermati qui per gli approvvigionamenti. Non avevano intenzione di fermarsi, però, perché l'Impero avanza verso sud lungo il fiume Jiet, e volevano trovarsi già sul posto all'arrivo dell'armata di Galbatorix. A questo punto i Varden potrebbero trovarsi ovunque, fra la città di Cithri e il fiume Jiet. È soltanto la mia umile opinione, ma direi che il posto migliore per cercarli sono le Pianure Ardenti.»
«Le Pianure Ardenti?»
Dahwar sorrise. «Probabilmente le conosci con il loro antico
nome, quello che usavano gli elfi: Du Vòllar Eldrvarya.»
«Ah, sì.» Adesso Eragon rammentava. Ne aveva letto in una delle pergamene che Oromis gli aveva dato. Le pianure che contenevano enormi depositi di torba - si estendevano lungo la riva orientale dello Jiet, dove i confini del Surda lo attraversavano, ed erano state teatro di una feroce battaglia fra i Cavalieri e i Rinnegati. Durante lo scontro, i draghi avevano inavvertitamente incendiato la torba, e il fuoco scaturito dalle loro fauci era sceso in profondità, dov'era rimasto a covare fin da allora. La terra era diventata inospitale a causa dei fumi nocivi che uscivano dalle bocche rosseggianti aperte nel terreno carbonizzato.
Un brivido corse lungo la schiena di Eragon nel ricordare la premonizione: masse di guerrieri che si scontravano su un campo giallo e arancio, accompagnate dalle grida rauche dei corvi e dal sibilo delle frecce nere. Rabbrividì ancora. Il destino converge su di noi, disse a Saphira. Poi, indicando la mappa: Hai visto abbastanza?
Sì.
Muovendosi in fretta, lui e Orik infilarono le provviste nelle bisacce, rimontarono su Saphira, e dalla sua groppa ringraziarono Dahwar per i suoi servigi. Mentre Saphira stava per prendere il volo, Eragon trasalì: una nota discordante risuonava dalle menti che stava chiamando a sé. «Dahwar, due stallieri litigano nelle scuderie, e uno di loro, Tathal, ha intenzione di uccidere l'altro. Puoi fermarlo, però, se ti affretti a mandare là degli uomini.»
Dahwar spalancò gli occhi esterrefatto, e persino Orik si volse a guardare Eragon. Il siniscalco domandò: «Come lo sai, Ammazzaspettri?»
Eragon si limitò a rispondere: «Sono un Cavaliere.»
Poi Saphira dispiegò le ali, e tutti i presenti indietreggiarono rapidi per non essere investiti dallo spostamento d'aria quando la dragonessa le spinse verso il basso e si librò nel cielo. Mentre il Castello Farnaci rimpiccioliva dietro di loro, Orik chiese: «Riesci a sentire i miei pensieri, Eragon?»
«Vuoi che ci provi? Non l'ho mai fatto, lo sai.»
«Prova.»
Aggrottando la fronte, Eragon concentrò la sua attenzione sulla coscienza del nano e rimase sorpreso nel trovarla ben protetta da forti barriere mentali. Percepiva la presenza di Orik, ma non i suoi pensieri e le sue sensazioni. «Niente.» Orik sogghignò, soddisfatto. «Bene. Volevo essere sicuro di non aver dimenticato le antiche lezioni.» Per tacito accordo, non si fermarono per la notte, ma continuarono a volare nel cielo buio. Non c'era traccia di luna o di stelle, né luci né distanti chiarori a illuminare le tenebre opprimenti. Le ore si trascinarono lente, aggrappandosi a ogni secondo, come riluttanti a concedersi al passato.
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