Volodyk - Paolini3-Brisingr

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Un'esplosione di vapore eruttò dalla superficie dell'acqua, che sibilò, sfrigolò e gorgogliò intorno alla lama. Dopo un minuto l'acqua si placò e Rhunön ritrasse la spada, che aveva assunto un color grigio perla. Rimettendola nel fuoco, portò l'intera lama alla stessa bassa temperatura di prima, in modo da ridurre la fragilità dei bordi, poi la temprò ancora una volta.

Eragon si era aspettato che Rhunön gli lasciasse libero il corpo dopo che aveva forgiato, indurito e temprato la lama, ma con sua grande sorpresa l'elfa rimase nella sua mente continuando a controllare i suoi movimenti.

Rhunön gli fece spegnere la forgia, poi lo riportò alla panca con le lime, i raschietti e le pietre abrasive. Lo fece sedere e, servendosi di pietre a grana sempre più fine, lucidò la lama. Dai ricordi dell'elfa, Eragon apprese che in genere impiegava più di una settimana a levigare una lama, ma grazie alla canzone che cantavano insieme, Rhunön attraverso di lui fu in grado di completare l'opera in sole quattro ore, durante le quali riuscì anche a dotare entrambi i lati della lama di una stretta scanalatura centrale. Via via che l'acciaioluce diventava più liscio, cominciò a rivelarsi la vera bellezza del metallo: in esso Eragon intravide una trama scintillante dove ciascuna riga segnava il confine fra due strati dell'acciaio vellutato. E lungo ciascun filo della spada compariva una tremolante fascia argentata, larga quanto un suo pollice, che dava l'impressione che i bordi ardessero di fiamme di ghiaccio.

I muscoli del braccio destro di Eragon cedettero mentre Rhunön stava coprendo il codolo con un tratteggio decorativo, e la lima che stringeva gli scivolò e gli cadde dalle dita. Eragon si sorprese di quanto era stanco, perché si era concentrato sulla spada a tal punto da dimenticarsi del resto.

Basta così, disse Rhunön, e uscì dalla sua mente senza aggiungere altro.

Sconvolto dalla sua improvvisa assenza, Eragon vacillò sulla sedia e per poco non perse l'equilibrio prima di riconquistare il controllo sulle membra. «Ma non abbiamo finito!» protestò, voltandosi verso Rhunön. La notte gli parve innaturalmente silenziosa senza le note del loro lungo duetto.

Rhunön si alzò dal posto dov'era rimasta seduta per tutto il tempo, a gambe incrociate, appoggiata al palo, e scosse il capo. «Non ho più bisogno di te, Ammazzaspettri. Vai a sognare fino all'alba.»

«Ma...»

«Sei stanco e anche con la mia magia corri il rischio di rovinare la spada se continui a lavorarci. Ora che la lama è pronta, posso occuparmi del resto senza infrangere il mio giuramento, perciò va' in casa mia. Troverai un letto al primo piano. Se hai fame, c'è del cibo nella dispensa.»

Eragon esitò, riluttante ad andarsene, poi annuì, si alzò barcollando dalla panca e si avviò a passi strascicati nella polvere. Quando passò accanto a Saphira, le accarezzò un'ala e le augurò la buonanotte, troppo esausto per dire altro. In risposta, lei gli arruffò i capelli con un caldo soffio d'aria e gli disse: Guarderò e ricorderò per te, piccolo mio.

Eragon si fermò sulla soglia della casa di Rhunön e si volse verso il patio ombreggiato; Maud e i due bambini elfi erano ancora lì. Alzò una mano per salutarli e Maud gli sorrise, scoprendo i denti aguzzi. Eragon si sentì formicolare la nuca quando i bambini lo guardarono: i loro grandi occhi obliqui emanavano un lieve bagliore nel buio. Quando capì che non si sarebbero mossi, Eragon chinò il capo e si affrettò a entrare in casa, desideroso di sdraiarsi su un soffice materasso.

UN VERO CAVALIERE

Svegliati, piccolo mio, disse Saphira. Il sole è sorto e Rhunön è impaziente.

Eragon si mise a sedere di scatto e insieme alle coperte si liberò dei sogni del suo sonno vigile. Aveva gambe e braccia ancora indolenzite per la fatica del giorno prima. S'infilò gli stivali, così eccitato da annaspare coi lacci, afferrò da terra il grembiule sudicio e scese a due a due gli scalini intagliati della casa a cupola di Rhunön.

Fuori, il cielo era illuminato dalle prime luci dell'alba, anche se il patio era ancora immerso nell'ombra. Eragon scorse Rhunön e Saphira vicino alla forgia e le raggiunse di corsa, ravviandosi i capelli con le dita.

Rhunön era in piedi, appoggiata al bordo della panca. Aveva borse scure sotto gli occhi e le rughe del volto più marcate.

La spada giaceva di fronte a lei, nascosta da una tela bianca.

«Ho fatto l'impossibile» disse, la voce rauca e incrinata. «Ho realizzato una spada quando avevo giurato che non l'avrei mai più fatto. C'è di più... l'ho fatta in meno di un giorno e con mani che non erano le mie. E malgrado questo, la spada non è né rozza né scadente. No! È la spada migliore che abbia mai forgiato. Avrei preferito usare meno magia durante il processo, ma questo è il mio unico rimorso, ed è ben poca cosa se paragonato alla perfezione del risultato. Ecco!»

Afferrando un angolo della tela, Rhunön la sollevò, rivelando la spada.

Eragon trasalì.

Aveva pensato che nella manciata d'ore in cui l'aveva lasciata sola Rhunön avesse avuto il tempo di fabbricare soltanto un'elsa dalla semplice guardia crociata, e magari un nudo fodero di legno. Invece Eragon vide sulla panca una spada magnifica quanto Zar'roc, Naegling o Tàmerlein, e ai suoi occhi era ancora più bella.

La lama era coperta da un lucido fodero dello stesso blu scuro delle squame del dorso di Saphira. Il colore era leggermente cangiante, come la luce screziata sul fondo di un limpido laghetto di foresta. Uno scampolo di acciaioluce brunito, a forma di foglia, ornava il puntale del fodero, mentre una ghiera decorata a viticci stilizzati ne circondava l'imboccatura. Anche la guardia crociata ricurva era fatta d'acciaioluce brunito, così come le quattro coste che sorreggevano il grande zaffiro del pomolo. L'impugnatura a una mano e mezza era di duro legno nero.

Sopraffatto da un senso di timore reverenziale, Eragon protese una mano verso la spada, poi si fermò e scoccò un'occhiata a Rhunön. «Posso?» le chiese.

L'elfa inclinò la testa. «Certo. È tua, Ammazzaspettri.»

Eragon prese la spada dalla panca. Il fodero e il legno dell'elsa erano freddi. Per alcuni minuti ammirò i dettagli del fodero, della guardia e del pomolo. Poi strinse la mano sull'elsa e sguainò la spada.

Anche la lama era blu, ma di una tonalità più chiara, come quello delle squame della gola di Saphira. Il colore era iridescente, come quello di Zar'roc: ogni volta che Eragon muoveva la spada, il colore cambiava e scintillava di uno dei tanti toni di blu delle squame di Saphira. Si vedeva la trama all'interno dell'acciaioluce e le pallide fasce lungo i fili della lama erano ancora visibili.

Con una sola mano, Eragon tagliò l'aria con la spada, vibrando colpi da un lato e dall'altro, e rise nel sentirla leggera e veloce. Sembrava quasi viva. Poi l'afferrò con tutte e due le mani e fu contento di scoprire che stavano alla perfezione sull'elsa allungata. Provando un affondo, colpì un nemico immaginario, sicuro di avergli sferrato un colpo mortale.

«Avanti» disse Rhunön, e gli indicò tre sbarre di ferro piantate nel terreno, proprio davanti alla fucina. «Provala su quelle.»

Eragon si concentrò per un istante, poi fece un solo passo e, con un grido, menò un colpo di traverso che tagliò tutte e tre le sbarre. La lama emise una sola nota cristallina, che lentamente si spense. Quando Eragon esaminò il filo nel punto dove aveva colpito il ferro, vide che l'impatto non lo aveva nemmeno scalfito.

«Sei soddisfatto, Cavaliere dei Draghi?» chiese Rhunön.

«Più che soddisfatto, Rhunön-elda» rispose Eragon, e s'inchino davanti a lei. «Non so come ringraziarti per un simile dono.»

«Mi ringrazierai uccidendo Galbatorix. Se esiste una spada destinata ad abbattere quel folle di un re, è senza dubbio questa.»

«Farò del mio meglio, Rhunön-elda.»

L'elfa annuì, compiaciuta. «Be', finalmente hai una spada tua, com'era giusto che fosse. Adesso sì che sei un vero Cavaliere dei Draghi!»

«Già» disse Eragon e alzò la spada al cielo, ammirandola. «Ora sono un vero Cavaliere.»

«Prima di andartene, però, c'è un'ultima cosa che devi fare» disse Rhunön.

«Cosa?»

L'elfa indicò la spada. «Devi darle un nome, perché io possa incidere il giusto glifo sulla lama e sul fodero.»

Eragon si avvicinò a Saphira e disse: Che ne pensi?

Non sono io quella che deve portare la spada. Chiamala come ritieni meglio.

Sì, ma non hai qualche idea?

Lei abbassò la testa verso di lui e annusò la spada, poi disse: Dentegemmablu, ecco come la chiamerei. Oppure Artiglioblurosso.

Suonerebbe ridicolo alle orecchie degli umani.

Allora che ne dici di Tritacarne o Squarciabudella? O magari Guerrartiglio, oppure Brillaspina o Squartamembra? Potresti chiamarla Terrore o Dolore o Mordibraccia o Sempreaffilata. Oppure Squameondulate, per le linee nell'acciaio. Ti suggerisco anche Lingua di Morte e Acciaio Elfico e Metallo di Stella. Se ne vuoi altri...

L'improvvisa sfilza di suggerimenti sorprese Eragon. Sei brava con i nomi, disse.

Inventare nomi a caso è facile. Inventare il giusto nome, però, può mettere alla prova anche la pazienza di un elfo.

Che ne dici di Ammazzatiranni? chiese Eragon.

E se uccidiamo davvero Galbatorix? Poi? Non ci vuoi fare nient'altro, con la tua spada?

Uhm. Affiancando la spada alla zampa di Saphira, Eragon disse: Ha il tuo colore preciso: potrei chiamarla come te.

Un basso ringhio risuonò nel petto di Saphira. No.

Eragon trattenne un sorriso. Sicura? Immagina se fossimo in battaglia e...

Gli artigli della dragonessa affondarono nel terreno. No. Non sono un oggetto da brandire e da canzonare.

No, hai ragione. Scusa. Be', e se la chiamassi Speranza nell'antica lingua? Zar'roc significa "miseria", perciò non sarebbe giusto che io avessi una spada che già solo col nome combatte la miseria?

Un nobile sentimento, disse Saphira. Ma vuoi davvero dare speranza ai tuoi nemici? Vuoi colpire Galbatorix con la speranza?

È un gioco di parole divertente, ridacchiò lui.

Un tempo forse, ma ora non più.

Tornando subito serio, Eragon fece una smorfia e si stropicciò il mento, studiando il gioco di luci sulla lama splendente. Mentre fissava le profondità dell'acciaio, lo sguardo gli cadde sul punto di passaggio fra l'acciaio più morbido della cresta centrale e quello più duro dei fili, dove la forma somigliava a una fiamma, e rammentò la parola che Brom aveva usato per accendere la pipa, nel ricordo che Saphira gli aveva mostrato. Poi Eragon pensò a Yazuac, dove per la prima volta aveva usato la magia, e anche al duello con Durza, nel Farthen Dûr, e in quell'istante seppe senza ombra di dubbio di aver trovato il nome giusto per la sua spada.

Si consultò con Saphira e quando lei fu d'accordo con la sua scelta sollevò l'arma col braccio teso e disse: «Ho deciso. Spada, ti chiamerò Brisingr!»

E con un rumore simile al fruscio del vento, la lama prese fuoco: un involucro di fiamme blu zaffiro avvolse l'acciaio tagliente.

Con un grido di sorpresa, Eragon lasciò cadere la spada e balzò all'indietro, temendo di scottarsi. La spada continuò a bruciare sul terreno; le fiamme traslucide incenerirono l'erba tutto attorno. Fu allora che Eragon si accorse che era lui ad alimentare quel fuoco innaturale con la sua energia. Si affrettò a recidere il flusso di magia e il fuoco svanì. Domandandosi come aveva fatto a evocare un incantesimo involontariamente, raccolse la spada e provò a toccare la lama con la punta di un dito. Non era più calda di prima.

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