Volodyk - Paolini3-Brisingr

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Saphira planò verso la radura vicina alla casa di legno di pino, dove Glaedr e Oromis erano in piedi ad aspettarli. Eragon fu stupito nel vedere che Glaedr aveva una sella nascosta fra due punte acuminate del dorso e che Oromis indossava pesanti abiti da viaggio, blu e verdi, su cui portava un'armatura dalle scaglie dorate. Gli avambracci erano protetti da lunghi bracciali e a tracolla portava un alto scudo romboidale. Teneva un antico elmo sotto il braccio sinistro e dalla cintola pendeva la sua spada color bronzo, Naegling.

Levando con le ali una folata di vento, Saphira atterrò sul prato di trifoglio e schioccò la lingua assaggiando l'aria mentre Eragon scivolava a terra. Verrete con noi dai Varden? chiese lei, la punta della coda fremente per l'eccitazione.

«Voleremo con voi fino ai margini della Du Weldenvarden, ma lì le nostre strade si separeranno» dichiarò Oromis.

Deluso, Eragon chiese: «E poi tornerete a Ellesméra?»

Oromis scosse il capo. «No, Eragon. Poi continueremo fino alla città di Gil'ead.»

Saphira sibilò, sorpresa quanto Eragon. «Perché Gil'ead?» chiese lui.

Perché da Ceunon, Islanzadi e il suo esercito hanno marciato sulla città e stanno per cingerla d'assedio, disse Glaedr. Le strane, scintillanti strutture della sua mente sfiorarono la coscienza di Eragon.

Ma non volevate tenere nascosta la vostra esistenza all'Impero? chiese Saphira.

Oromis chiuse gli occhi per un momento, con un'espressione triste ed enigmatica. «Il tempo di nascondersi è finito, Saphira. Io e Glaedr vi abbiamo insegnato tutto quello che potevamo, nel breve periodo in cui avete avuto la possibilità di studiare sotto la nostra guida. È stata ben poca cosa se paragonata all'istruzione che avreste ricevuto ai tempi antichi, ma visto il precipitare degli eventi siamo già stati fortunati a riuscire a insegnarvi quanto sapete. Io e Glaedr siamo soddisfatti: ora avete tutte le informazioni che possono aiutarvi a sconfiggere Galbatorix.

«Perciò, poiché è improbabile che torniate per continuare il vostro addestramento prima della conclusione di questa guerra, ed è ancora più improbabile che esistano un altro drago e un altro Cavaliere da istruire mentre Galbatorix calpesta ancora questa terra, abbiamo deciso che non ci sono altre ragioni per restare confinati nella Du Weldenvarden. È più importante aiutare Islanzadi e i Varden a sconfiggere Galbatorix che restare qui nell'ozio, aspettando che un altro Cavaliere e un altro drago ci vengano a cercare.

«Quando Galbatorix saprà che siamo ancora vivi, sarà meno sicuro di sé, e si chiederà se altri draghi e altri Cavalieri sono sopravvissuti al suo tentativo di sterminio. Sapere della nostra esistenza rinsalderà lo spirito dei nani e dei Varden, e annullerà qualsiasi effetto negativo che la comparsa di Murtagh e Castigo sulle Pianure Ardenti può aver avuto sulla risolutezza dei guerrieri. Non solo: altri sudditi dell'Impero potrebbero decidere di unirsi ai soldati di Nasuada.»

Eragon scoccò un'occhiata a Naegling e disse: «Certo. Però, maestro, non avrete intenzione di scendere in campo, vero?»

«E perché no?» ribatté Oromis, inclinando la testa di lato.

Temendo di offenderli, Eragon esitò. Infine disse: «Perdonami, maestro, ma come puoi combattere se ti manca l'energia per evocare incantesimi di un certo peso? E gli attacchi che talvolta ti prendono? E se accadesse nel mezzo di una battaglia? Potrebbe essere fatale.»

Oromis rispose: «Come ormai dovresti sapere, la semplice forza di rado decreta il vincitore quando due maghi si affrontano. E in ogni caso ho tutta la forza che mi serve qui, nella gemma della mia spada.» E posò la mano sul diamante giallo che costituiva il pomolo di Naegling. «Per oltre cento anni io e Glaedr abbiamo accumulato in questo diamante ogni briciolo risparmiato della nostra forza, e molti altri hanno aggiunto la loro. Due volte la settimana parecchi elfi di Ellesméra vengono a farmi visita e trasferiscono nella gemma tutta la forza vitale di cui possono fare a meno senza uccidersi. La quantità di energia contenuta in questa pietra è formidabile, Eragon: con essa potrei spostare un'intera montagna. Sarà facile quindi difendere Glaedr e me stesso da spade, lance, frecce o persino da un masso lanciato da una catapulta. Quanto ai miei attacchi, ho aggiunto alcuni incantesimi di protezione alla pietra di Naegling che mi difenderanno nel caso che venissi colpito da convulsioni mentre sono in battaglia. Perciò vedi, Eragon, io e Glaedr siamo tutt'altro che indifesi.»

Eragon chinò umilmente la testa e mormorò: «Sì, maestro.»

L'espressione di Oromis si addolcì. «Apprezzo la tua preoccupazione, Eragon, e fai bene a essere preoccupato, perché la guerra è una cosa pericolosa e persino il guerriero più esperto potrebbe trovare la morte ad attenderlo nella frenesia della battaglia. Tuttavia la nostra è una giusta causa. Se io e Glaedr andremo verso la morte, allora ci andremo volentieri, perché con il nostro sacrificio potremo aiutare Alagaësia a liberarsi dall'incubo della tirannia di Galbatorix.»

«Ma se voi morite» disse Eragon, sentendosi all'improvviso molto piccolo «e noi riuscissimo comunque a uccidere Galbatorix e a liberare l'ultimo uovo di drago, chi addestrerà quel drago e il suo Cavaliere?»

Eragon fu sorpreso quando Oromis tese la mano e gli afferrò la spalla. «Se ciò dovesse accadere» disse l'elfo con espressione solenne «allora sarà compito tuo, Eragon, e tuo, Saphira, istruire il nuovo Cavaliere e il nuovo drago secondo le regole del nostro ordine. Su, non fare quella faccia, Eragon. Non saresti solo in questa missione. Sono sicuro che Islanzadi e Nasuada ti circonderanno di saggi studiosi di entrambe le razze per aiutarti.»

Eragon si sentì pervadere da una strana inquietudine. Aveva spesso desiderato di essere trattato come un adulto, e tuttavia non si sentiva pronto a prendere il posto di Oromis. Gli sembrava sbagliato persino contemplare l'ipotesi. Per la prima volta capì che alla fine anche lui sarebbe diventato parte della vecchia generazione e che quando questo fosse avvenuto, non avrebbe avuto nessun mentore a guidarlo. Gli si serrò la gola.

Lasciando scivolare la mano dalla sua spalla, Oromis indicò Brisingr, che Eragon stringeva fra le braccia e disse: «L'intera foresta ha tremato quando hai svegliato l'albero di Menoa, Saphira, e metà degli elfi di Ellesméra ci hanno cercati con preghiere e suppliche perché accorressimo in suo aiuto. Poi siamo dovuti intervenire a vostro favore con Gilderien il Saggio per impedirgli di punirvi per aver usato metodi così violenti.»

Non chiederò scusa, disse Saphira. Non avevamo tempo di aspettare che funzionassero i modi gentili.

Oromis annuì. «Capisco, e non ti sto criticando, Saphira. Volevo solo che sapeste che ogni azione ha le sue conseguenze.» A un suo cenno, Eragon gli porse la spada appena forgiata e gli resse l'elmo mentre Oromis la studiava. «Rhunön ha superato se stessa!» esclamò Oromis. «Poche armi, spade o quant'altro, possono competere con questa. Sei fortunato a possedere una lama così eccezionale, Eragon.» Oromis inarcò appena un sopracciglio affilato mentre leggeva il glifo sulla lama. «Brisingr... un gran bel nome per la spada di un Cavaliere dei Draghi.»

«Già» disse Eragon, «ma per qualche ragione ogni volta che pronuncio il suo nome la lama prende...» Esitò, e invece di dire fuoco - che nell'antica lingua, ovviamente, era brisingr disse: «Fiamma.»

Il sopracciglio di Oromis si sollevò ancora di più. «Davvero? Rhunön ti ha dato una spiegazione per questo straordinario fenomeno?» Mentre parlava, gli restituì Brisingr in cambio dell'elmo.

«Sì, maestro» disse Eragon, e gli riferì le due teorie di Rhunön.

Quando ebbe finito, Oromis mormorò: «Mi domando...» E il suo sguardo scivolò oltre Eragon, verso l'orizzonte. Poi scosse il capo e tornò a guardare Eragon e Saphira con i suoi intensi occhi grigi. La sua espressione divenne ancora più solenne di prima. «Temo di aver lasciato parlare il mio orgoglio. Io e Glaedr non siamo deboli, ma come hai giustamente sottolineato tu, Eragon, non siamo nemmeno in perfette condizioni. Glaedr ha la sua ferita, e io ho la mia... Non per niente mi chiamano lo Storpio Che è Sano.

«I nostri limiti non sarebbero un problema se i nostri nemici fossero semplici mortali. Anche nelle nostre attuali condizioni, potremmo facilmente uccidere un centinaio di umani qualsiasi... un centinaio, un migliaio, poco importa. Ma il nostro nemico è l'avversario più pericoloso che noi o questa terra abbiamo mai affrontato. Per quanto mi dispiaccia ammetterlo, io e Glaedr siamo in svantaggio, ed è possibile che non sopravviveremo alle battaglie imminenti. Le nostre vite sono state lunghe e piene, e le tribolazioni dei secoli ci pesano, ma voi due siete giovani e freschi e pieni di speranza, e credo che le vostre prospettive di sconfiggere Galbatorix siano superiori a quelle di chiunque altro.»

Oromis scoccò un'occhiata a Glaedr e il volto dell'elfo si adombrò di apprensione. «Per questo motivo, per contribuire alla vostra sopravvivenza, e come precauzione contro la nostra possibile morte, Glaedr, con la mia benedizione, ha deciso...»

Ho deciso, intervenne Glaedr, di donarvi il mio cuore dei cuori, Saphira Squamediluce ed Eragon Ammazzaspettri.

Lo stupore di Saphira fu enorme quanto quello di Eragon. Tutti e due guardarono a bocca aperta il maestoso drago dorato che torreggiava su di loro. Saphira disse: Maestro, tu ci fai un onore che è difficile esprimere a parole, ma... sei sicuro di volerci affidare il tuo cuore?

Sì, rispose Glaedr, e abbassò la testa massiccia. E ne sono sicuro per diverse ragioni. Se terrete il mio cuore, anche se sarete lontanissimi potrete comunicare con Oromis e me, e io sarò in grado di aiutarvi con la mia forza in qualunque circostanza. E se io e Oromis dovessimo cadere in battaglia, la nostra conoscenza ed esperienza, come anche la mia forza, saranno sempre a vostra disposizione. Ho riflettuto molto su questa scelta, Eragon, e sono convinto che sia quella giusta.

«Ma se Oromis dovesse morire» disse Eragon in tono sommesso «vorresti davvero continuare a vivere senza di lui come un Eldunarí?»

Glaedr volse la testa e guardò Eragon con uno dei suoi immensi occhi. Non desidero separarmi da Oromis, ma qualunque cosa accada continuerò a fare il possibile per detronizzare Galbatorix. Questo è il nostro unico scopo, e nemmeno la morte ci impedirà di perseguirlo. L'idea di perdere Saphira tifa orrore, Eragon, e lo capisco, ma Oromis e io abbiamo avuto tanti secoli per rassegnarci alla consapevolezza che una simile separazione è inevitabile. Per quanto facciamo attenzione, per quanto possiamo vivere ancora a lungo, alla fine uno di noi morirà. Non è un pensiero felice, ma è la verità. Così va il mondo.

Cambiando posizione, Oromis disse: «Non posso fingere di essere lieto di questa decisione, ma lo scopo della vita non è fare ciò che vogliamo, ma ciò che va fatto. Ed è questo che il destino vuole da noi.»

Perciò vi chiedo, riprese Glaedr, Saphira Squamediluce ed Eragon Ammazzaspettri, accettate il mio dono e tutto ciò che esso comporta?

Sì, disse Saphira.

Sì, disse Eragon dopo un attimo di esitazione.

Glaedr ritrasse la testa. I muscoli sul suo addome ondeggiarono e si contrassero diverse volte, e il collo cominciò a sussultare come se avesse qualcosa che gli ostruiva la gola. Allargando le zampe, il drago dorato tese il collo in avanti; ogni nervo e tendine del corpo sporgevano in rilievo dalla corazza di squame luccicanti. La sua gola continuò a flettersi e allentarsi, sempre più veloce, finché Glaedr abbassò la testa davanti a Eragon e spalancò le fauci, sprigionando un'acre zaffata di alito caldo. Eragon sgranò gli occhi e cercò di non vomitare. Mentre fissava le profondità della bocca del drago, vide la sua gola contrarsi un'ultima volta, e poi un bagliore di luce dorata comparve fra le pieghe di carne umida e rossa. Un secondo dopo, un oggetto rotondo, del diametro di circa un piede, scivolò lungo la lingua cremisi di Glaedr e gli uscì dalla bocca così in fretta che Eragon per poco non mancò la presa.

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