Volodyk - Paolini3-Brisingr

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Accigliata, Rhunön si fece avanti e gli strappò la spada dalle mani, esaminandola dalla punta al pomolo. «Sei fortunato che l'abbia già protetta con un incantesimo contro il calore e gli urti, altrimenti avresti scalfito la guardia e distrutto la tempra della lama. Non far cadere di nuovo la spada, Ammazzaspettri, nemmeno se si dovesse trasformare in un serpente, altrimenti me la riprendo e al suo posto ti darò un martello ammaccato.» Eragon si scusò. Ammansita, Rhunön gli restituì la spada. «Le hai dato fuoco apposta?» gli chiese.

«No» disse Eragon, incapace di spiegarsi che cosa fosse accaduto.

«Dillo di nuovo» gli ordinò Rhunön.

«Cosa?»

«Il nome, il nome, dillo di nuovo.»

Tenendo la spada il più lontano possibile dal corpo, Eragon esclamò: «Brisingr!»

Una colonna di fiamme guizzanti avvolse la lama, investendo il suo volto col calore. Questa volta Eragon avvertì la leggera flessione nella forza causata dell'incantesimo. Dopo un attimo spense il fuoco senza fumo.

Ancora una volta esclamò: «Brisingr!» E ancora una volta la lama scintillò di spettrali lingue di fuoco blu.

Questa sì che è una spada che si addice a un Cavaliere e a un drago! esclamò Saphira, entusiasta. Sputa fuoco come me.

«Ma io non volevo evocare un incantesimo!» protestò Eragon. «Ho soltanto detto Brisingr e...» Lanciò un grido e imprecò quando la spada prese fuoco. Lo spense per la quarta volta.

«Posso?» chiese Rhunön, tendendo la mano verso Eragon. Lui le passò la spada e anche lei disse «Brisingr.» Un brivido parve correre lungo la lama, ma a parte questo, restò inanimata. Pensierosa, Rhunön restituì la spada a Eragon e disse: «Mi vengono in mente soltanto due spiegazioni per questo prodigio. La prima è che dal momento che sei stato coinvolto nella sua creazione, hai impresso nella lama parte della tua personalità, e perciò la spada entra in sintonia con i tuoi desideri. L'altra è che forse hai scoperto il vero nome della tua spada. Forse sono successe entrambe le cose. In ogni caso hai scelto bene, Ammazzaspettri. Brisingr, sì, mi piace. È un bel nome per una spada.»

Un nome perfetto, convenne Saphira.

Poi Rhunön posò la mano al centro della lama di Brisingr e mormorò un incantesimo impercettibile. Il glifo elfico per fuoco comparve su entrambi i lati della lama. Fece lo stesso con il fodero.

Eragon rivolse un nuovo inchino all'elfa, e sia lui che Saphira le espressero la loro gratitudine. Un sorriso illuminò il vecchio volto di Rhunön, che toccò entrambi sulla fronte con il pollice calloso. «Sono felice di aver potuto aiutare ancora una volta i Cavalieri. Tornate dai Varden. Va', Squamediluce. Va', Ammazzaspettri. Che i vostri nemici fuggano in preda al terrore alla vista della spada che adesso possiedi.»

I due si congedarono, e si allontanarono dalla casa di Rhunön. Eragon stringeva Brisingr fra le braccia come un neonato.

♦ ♦ ♦

SCHINIERI E BRACCIALI

Una sola candela illuminava l'interno della tenda di lana grigia, misero sostituto della luce del sole. Roran era in piedi con le braccia tese mentre Katrina gli allacciava i lati della giubba imbottita che aveva fatto per lui. Quando ebbe finito, Katrina strattonò l'orlo, lisciando le grinze, e disse: «Ecco fatto. Troppo stretto?»

Lui scosse la testa. «No.»

Katrina prese gli schinieri dalla branda dove dormivano insieme e gli si inginocchiò davanti, nella luce tremula della candela. Roran la osservò mentre glieli allacciava. Lei gli circondò la curva del polpaccio con la mano mentre fissava il secondo, la carne calda contro quella di lui attraverso il tessuto dei pantaloni.

Katrina si rialzò, tornò alla branda e prese i bracciali. Roran tese le braccia e la fissò negli occhi proprio mentre lei cercava i suoi. Con lenti movimenti studiati, gli assicurò i bracciali sugli avambracci, poi lasciò scorrere le dita dall'incavo dei gomiti fino ai polsi, e lui le afferrò le mani.

Lei sorrise e si liberò della sua stretta gentile.

Ancora una volta tornò alla branda per prendere la cotta di maglia. Si alzò in punta di piedi e sollevò la cotta di maglia sopra la testa di lui, tenendola alta finché Roran non ebbe infilato le braccia nelle maniche. La maglia tintinnò come ghiaccio quando lei la lasciò srotolare dalle spalle fino alle ginocchia.

Katrina gli sistemò in testa la calotta di cuoio, facendogli un nodo sotto il mento per tenerla ferma. Gli prese il viso fra le mani per un attimo, poi lo baciò sulle labbra e andò a prendere l'elmo con la visiera, calcandolo con attenzione sulla calotta protettiva.

Roran le cinse la vita ingrossata con il braccio, fermandola prima che tornasse alla branda. «Ascoltami» disse. «Andrà tutto bene.» Cercò di infondere tutto il suo amore nel tono della voce e nella forza dello sguardo. «Non startene qui tutta sola. Promettimelo. Va' da Elain; potrebbe avere bisogno del tuo aiuto. Sta male, e il suo bambino è in ritardo.»

Katrina levò il mento, gli occhi lucidi di lacrime che, Roran sapeva, non avrebbe versato finché lui non se ne fosse andato. «Devi marciare in prima linea?» mormorò lei.

«Qualcuno deve; tanto vale che sia io. Chi manderesti al mio posto?»

«Chiunque... chiunque.» Katrina abbassò gli occhi e rimase in silenzio. Poi estrasse un fazzoletto rosso dal corpetto e disse: «Tieni, porta questo mio dono perché tutto il mondo sappia quanto sono fiera di te.» Gli annodò il fazzoletto alla cintura della spada.

Roran la baciò due volte e la lasciò andare, e lei gli portò lo scudo e la lancia. Lui li prese e la baciò una terza volta, poi infilò il braccio nella cinghia dello scudo.

«Se mi succedesse qualcosa...»

Katrina gli mise un dito sulle labbra. «Ssst. Non dirlo, porta male.»

«D'accordo.» La abbracciò un'ultima volta. «Abbi cura di te.»

«Anche tu.»

Roran odiò separarsi ancora una volta da lei. Sollevò lo scudo e uscì dalla tenda, emergendo nella pallida luce dell'alba. Uomini, nani e Urgali sciamavano nell'accampamento correndo verso il grande spiazzo a ovest dove si andavano radunando i Varden.

Roran si riempì i polmoni con l'aria fresca del mattino e s'incamminò; sapeva che il suo gruppo di guerrieri lo stava già aspettando. Arrivato allo spiazzo, cercò la divisione di Jörmundur, e dopo essersi presentato all'ufficiale, si avviò alla testa del gruppo, dove scelse di mettersi vicino a Yarbog.

L'Urgali gli scoccò un'occhiata e grugnì: «Un buon giorno per combattere.»

«Già, un buon giorno.»

Un corno risuonò alla testa dei Varden non appena il sole spuntò all'orizzonte. Roran sollevò la lancia e cominciò a correre, come tutti gli altri intorno a lui, urlando con quanto fiato aveva in gola, mentre nugoli di frecce e massi scagliati dalle catapulte sibilavano sulle loro teste, volando da entrambe le direzioni. Davanti a lui si profilò la muraglia di pietra alta ottanta piedi.

L'assedio di Feinster era cominciato.

♦ ♦ ♦

COMMIATO

Una volta lasciata la dimora di Rhunön, Eragon e Saphira tornarono in volo alla casa sull'albero. Eragon radunò le sue cose, sellò Saphira e le montò in groppa.

Prima di andare alla rupe di Tel'Naeír, disse, c'è ancora una cosa che devo fare a Ellesméra.

Devi? chiese Saphira.

Altrimenti non mi darò pace.

Saphira spiccò un salto dalla casa sull'albero. Volò verso ovest finché il numero di abitazioni cominciò a diminuire, poi discese adagio per un dolce atterraggio su uno stretto sentiero coperto di muschio. Dopo aver chiesto e ottenuto indicazioni da un elfo che sedeva fra i rami di un albero vicino, Eragon e Saphira proseguirono attraverso la foresta, finché arrivarono a una piccola capanna con una sola stanza, ricavata dal tronco di un abete inclinato ad angolo acuto, come piegato da un vento incessante.

A sinistra della casa c'era un morbido terrapieno, più alto di Eragon di diversi piedi. Un rivolo d'acqua scorreva dal bordo del terrapieno per gettarsi in un limpido laghetto e serpeggiare di nuovo negli ombreggiati recessi della foresta. Il laghetto era orlato da ciuffi di orchidee bianche. Tra i fiori slanciati sporgeva dal terreno una radice nodosa. E sulla radice, seduto a gambe incrociate, c'era Sloan.

Eragon trattenne il fiato perché non voleva tradire la propria presenza. Secondo lo stile degli elfi, il macellaio indossava abiti marrone e arancio. Una sottile striscia di tela nera legata intorno alla testa gli nascondeva le orbite vuote. In grembo teneva un pezzo di legno stagionato, che stava intagliando con un piccolo coltello ricurvo. Aveva il volto solcato da molte più rughe di quante Eragon ricordasse, e mani e braccia piene di cicatrici recenti, che risaltavano livide sulla pelle.

Aspetta qui, disse Eragon a Saphira, e le scivolò giù dalla schiena.

Mentre Eragon gli si avvicinava, Sloan smise di intagliare e fece un brusco cenno con la testa. «Vattene» gracchiò.

Non sapendo che cosa rispondere, Eragon si fermò e restò in silenzio.

Con i muscoli della mascella che gli tremavano, Sloan rimosse un altro paio di riccioli dal pezzo di legno, poi batté la punta del coltello contro la radice e disse: «Maledizione! Non potete lasciarmi solo con la mia miseria per qualche ora? Non voglio più ascoltare quei vostri bardi o menestrelli. E potete chiedermelo all'infinito, ma non cambierò idea. E adesso via! Via!»

Eragon provò un misto di pietà e di rabbia, e un senso di smarrimento nel vedere un uomo con cui era cresciuto, e che così spesso aveva temuto e disprezzato, ridotto in un simile stato. «Ti trovi bene?» gli chiese nell'antica lingua, adottando un tono leggero e cadenzato.

Sloan emise un grugnito di disgusto. «Sai che non capisco la tua lingua e non voglio nemmeno impararla. Le parole mi risuonano nelle orecchie più di quanto non dovrebbero. Se non parli nella lingua della mia razza, tanto vale che non mi rivolga la parola.»

Malgrado la sua richiesta, Eragon non ripeté la domanda nella loro lingua. E neppure se ne andò.

Imprecando fra i denti, Sloan ricominciò a intagliare. Ogni due passate di lama, accarezzava la superficie del legno col pollice destro per controllare i progressi del proprio lavoro. Dopo qualche minuto, in tono più gentile, disse: «Avevate ragione; fare qualcosa con le mani mi calma la mente. A volte... a volte riesco quasi a dimenticare quello che ho perduto, ma i ricordi tornano sempre e io mi sento soffocare... Sono contento che mi abbiate affilato il coltello. I coltelli di un uomo dovrebbero sempre essere affilati.»

Eragon lo guardò ancora per un minuto, poi si voltò e tornò dove Saphira stava aspettando. Mentre si issava in sella disse: Sloan non mi sembra molto cambiato.

Saphira replicò: Non puoi aspettarti che diventi un altro in così breve tempo.

No, ma speravo che qui a Ellesméra gli venisse un po' di buonsenso, e che si pentisse dei suoi crimini.

Se non vuole riconoscere i suoi errori, Eragon, niente può costringerlo a farlo. Comunque, tu hai fatto il possibile. Ora spetta a lui riconciliarsi con la vita, e se non ce la fa, lascia che cerchi il conforto della tomba eterna.

Da una radura vicino alla casa di Sloan, Saphira si slanciò in aria, librandosi sugli alberi per puntare a nord, verso la rupe di Tel'naeír. Batteva le ali in fretta, con tutta la forza che aveva. Il sole del mattino era ormai spuntato all'orizzonte, e i raggi di luce che lambivano le cime degli alberi creavano lunghe ombre scure che puntavano a ovest, come vessilli purpurei.

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