Volodyk - Paolini3-Brisingr

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Manipolando il flusso di magia, Eragon discese rapidamente dalla tana dei Ra'zac - che la parete illusoria di roccia nascose di nuovo - fino alla cengia. Quanto atterrò, lo stivale gli scivolò su una pietra viscida. Per una manciata di terrificanti secondi, agitò il braccio libero per recuperare l'equilibrio, ma non guardò di sotto per paura di sbilanciarsi. La gamba sinistra gli scivolò oltre il bordo della cengia, facendolo sbandare di lato. Gridò. Ma prima che potesse ricorrere alla magia per salvarsi, la caduta si arrestò bruscamente perché il piede sinistro si era infilato in una fessura della roccia. I bordi della spaccatura gli affondarono nel polpaccio dietro il gambale, ma lui non ci badò, perché in quel modo almeno il volo si era interrotto.

Eragon appoggiò la schiena all'Helgrind, usando la parete di roccia per sostenere il corpo inerte di Sloan. «Non è andata troppo male» si disse. Lo sforzo gli era costato, ma non tanto da non poter continuare. «Ce la faccio.» Inspirò aria fresca, aspettando che i battiti del cuore rallentassero; gli sembrava di aver corso venti iarde di scatto, con Sloan in spalla. «Ce la faccio...»

Gli uomini a cavallo catturarono di nuovo la sua attenzione. Erano parecchio più vicini rispetto a poco prima e galoppavano sull'arido terreno a un ritmo preoccupante. È una gara fra loro e me, pensò. Devo riuscire a fuggire prima che raggiungano l'Helgrind. Di sicuro ci sono dei maghi fra di loro, e io non sono in condizione di combattere gli stregoni di Galbatorix. Scoccando un'occhiata alla faccia inespressiva di Sloan, disse: «Magari tu puoi darmi una mano, eh? È il minimo che puoi fare, considerando che rischio la vita e, peggio ancora, la sto rischiando per te.» La testa del macellaio addormentato ciondolò; l'uomo era smarrito nel suo mondo di sogni.

Con un grugnito, Eragon si staccò dalla parete dell'Helgrind. Disse di nuovo «Audr» e di nuovo si levò in aria. Questa volta ricorse alla forza di Sloan - per quanto esigua - oltre che alla propria. Insieme planarono come due strani uccelli lungo il fianco accidentato dell'Helgrind, verso un'altra cengia abbastanza larga da offrire un appoggio sicuro.

Fu in questo modo che Eragon orchestrò la discesa. Non procedeva in linea retta, ma tenendo un'angolatura che lo fece curvare a destra intorno all'Helgrind, affinché la sua mole li nascondesse ai cavalieri.

Più si avvicinavano al suolo, più rallentavano. La stanchezza prese il sopravvento, riducendo la distanza che Eragon poteva percorrere in un unico tratto, e gli era sempre più difficile recuperare nelle pause tra uno sforzo e l'altro. Perfino alzare un dito ormai gli costava una fatica enorme, e fu avvolto nelle calde pieghe di una strana nebbia che gli ottenebrava i sensi e i pensieri, tanto che persino la roccia più dura gli parve soffice come un cuscino per riposare i muscoli indolenziti.

Quando alla fine toccò il terreno riarso dal sole - troppo stanco per non franare nella polvere con Sloan in spalla - Eragon rimase con le braccia ripiegate sotto il torace e fissò con gli occhi ridotti a fessure le gialle inclusioni di citrino nel piccolo sasso a un paio di pollici dal suo naso. Sloan gli pesava sulla schiena come una pila di lingotti di ferro. L'aria gli uscì sibilando dai polmoni, ma parve non voler rientrare. La vista gli si oscurò come se una nuvola avesse coperto il sole. Un intervallo letale separava ogni battito del suo cuore, e quando arrivava, la pulsazione non era più forte di un fievole sfarfallio.

Eragon non era più capace di pensieri coerenti, ma in un angolo remoto del cervello era consapevole che stava morendo. Non aveva paura: al contrario, la prospettiva lo confortava, perché era stanco oltre ogni dire, e la morte lo avrebbe liberato dal suo logoro involucro di carne donandogli finalmente il riposo eterno.

D'un tratto sopra la sua testa arrivò un bombo grosso quanto il suo pollice. L'insetto gli volò intorno all'orecchio, poi si fermò sul sasso saggiando i cristalli di citrino, che erano dello stesso giallo brillante dei fiori di campo sulle colline. La peluria del bombo riluceva nel fulgore del mattino - ogni setola si stagliava nitida davanti agli occhi di Eragon - e le ali frementi producevano un delicato ronzio. Le zampette erano impolverate di polline.

Il bombo era così vibrante di vita e così bello che la sua presenza infuse in Eragon una nuova voglia di vivere. Un mondo che conteneva una creatura così stupefacente come quel bombo era un mondo in cui valeva la pena di vivere.

Con la sola forza di volontà, liberò la mano sinistra da sotto il torace e afferrò lo stelo legnoso di un arbusto vicino. Come una sanguisuga o una zecca o un altro parassita, estrasse la vita dalla pianta, lasciandola vizza e floscia. Il flusso di energia che lo percorse gli fece tornare il senno: adesso aveva paura. Oltre al desiderio di vivere appena riconquistato, non provava altro che terrore.

Trascinandosi sui gomiti, afferrò un altro arbusto e ne trasferì la vitalità nel proprio corpo, poi un terzo e un quarto, e così via, fino a riguadagnare completamente le forze. Si alzò e si guardò indietro: sentì un sapore amaro in bocca quando vide la scia di piante morte che aveva lasciato alle sue spalle.

Eragon sapeva di aver abusato della magia e che il suo comportamento avrebbe condannato i Varden a una sicura sconfitta se lui fosse morto. Col senno di poi, si vergognò della propria stupidità. Brom mi avrebbe strappato le orecchie per come mi sono cacciato in questo pasticcio, pensò.

Tornò da Sloan e riprese in spalla il macellaio ancora inerte. Poi si avviò a grandi balzi verso est, allontanandosi dall'Helgrind verso il riparo del letto di un torrente asciutto. Dieci minuti dopo, quando si fermò per controllare gli inseguitori, vide una nube di polvere turbinare alla base dell'Helgrind, segno che i cavalieri erano arrivati alla nera torre di roccia.

Eragon sorrise. Gli emissari di Galbatorix erano troppo lontani perché eventuali stregoni tra le loro fila potessero individuare la mente sua o di Sloan. Prima che abbiano il tempo di scoprire i cadaveri dei Ra'zac, pensò, avrò già percorso almeno una lega o due. Per giunta quelli cercano un drago e il suo Cavaliere, non un uomo che viaggia a piedi.

Lieto di non doversi preoccupare di un attacco imminente, Eragon riprese il suo ritmo di corsa, una falcata fluida e costante che avrebbe potuto mantenere per l'intera giornata.

Sopra di lui il sole splendeva caldo e abbagliante. Davanti a lui una natura arida e selvaggia si estendeva per miglia e miglia prima di lambire i margini di qualche villaggio sperduto. E nel suo cuore ardevano una nuova gioia e una nuova speranza.

Almeno i Ra'zac erano morti!

Alla fine la sua sete di vendetta era stata placata. Alla fine aveva estinto il suo debito con Garrow e Brom. E alla fine si era liberato del sudario di paura e di rabbia che lo aveva avvolto da quando i Ra'zac erano comparsi per la prima volta a Carvahall. Per ucciderli si era spinto più lontano di quanto avesse previsto, ma l'avventura era conclusa, ed era stata una grande avventura. Si crogiolò nella soddisfazione di aver portato a termine quella difficile impresa, pur con l'aiuto di Roran e Saphira.

Malgrado ciò, si rese conto con sorpresa che il suo trionfo aveva un sapore dolceamaro, contaminato da un inspiegabile senso di perdita. La caccia ai Ra'zac era stata uno degli ultimi legami con la sua vita nella Valle Palancar, ed era riluttante ad abbandonarlo, nonostante fosse zuppo di sangue. La vendetta gli aveva dato uno scopo nella vita quando non ne aveva nessuno: era la ragione che lo aveva spinto ad abbandonare casa. Ma ora dentro di lui si era creato un vuoto dove prima aveva covato l'odio per i Ra'zac.

Il fatto di poter rimpiangere la fine di una missione così terribile lo atterrì, ed Eragon giurò a se stesso che non avrebbe più commesso lo stesso errore. Non mi farò ossessionare dalla lotta contro l'Impero e Murtagh e Galbatorix al punto da non volermi dedicare a nient'altro, quando e se il momento arriverà... o peggio, al punto da cercare di prolungare il conflitto piuttosto che adattarmi a quello che mi aspetta dopo. Decise quindi di ignorare quel suo malsano rimpianto e di concentrarsi sul sollievo: sollievo per essere finalmente libero dai biechi obblighi della vendetta che si era imposto e per dover assolvere soltanto quelli legati alla sua attuale situazione.

L'euforia gli alleggerì il passo. Con la fine dei Ra'zac, Eragon sentiva di poter finalmente vivere la sua vita fondandola non su chi era stato, ma su chi era diventato: un Cavaliere dei Draghi.

Sorrise all'orizzonte frastagliato, e mentre correva si mise a ridere, incurante del rischio di essere sentito. La sua voce riverberò fra le sponde del torrente in secca, e tutto ciò che aveva intorno gli parve nuovo, bellissimo e pieno di promesse.

GIUDIZIO E CONDANNA

Lo stomaco di Eragon brontolò.

Giaceva sulla schiena, le gambe ripiegate sotto le ginocchia - un esercizio per allungare i muscoli delle cosce dopo aver corso più a lungo e recando un peso maggiore di quanto gli fosse mai capitato prima - quando il sonoro borbottio eruppe dalle sue viscere.

Il rumore fu così inaspettato che Eragon si alzò a sedere di scatto, cercando il bastone a tentoni.

Il vento fischiava sulla landa deserta. Il sole era tramontato e senza la sua luce tutto aveva assunto una sfumatura blu e viola. Nulla si muoveva, tranne i fili d'erba nella brezza e Sloan, che apriva e chiudeva le dita in risposta a chissà quale visione nel suo sonno stregato. Un freddo pungente annunciava l'arrivo della vera notte.

Eragon si rilassò e si concesse un lieve sorriso.

La sua allegria si spense non appena si rese conto del motivo del suo disagio. Combattere i Ra'zac, evocare incantesimi e portare il peso morto di Sloan in spalla per la maggior parte della giornata gli aveva fatto venire una tale fame che se avesse potuto viaggiare indietro nel tempo avrebbe divorato l'intero banchetto che i nani avevano preparato in suo onore durante la visita a Tarnag. Il ricordo dell'aroma del Nagra arrostito - il cinghiale gigante - caldo, fragrante, condito di miele e spezie, grondante di lardo, gli fece venire l'acquolina in bocca.

Il problema era la mancanza di viveri. Procurarsi l'acqua era facile: gli bastava estrarre l'umidità dal terreno ogni volta che ne sentiva il bisogno. Ma trovare del cibo in quella terra desolata era molto più difficile, e per giunta lo poneva di fronte a un dilemma morale che aveva sperato di evitare.

Oromis aveva dedicato molte lezioni ai diversi climi e alle varie regioni geografiche di Alagaësia. Perciò quando Eragon si allontanò dal bivacco per studiare l'area attorno riuscì a riconoscere la maggior parte delle piante che incontrò sul suo cammino. Soltanto un paio erano commestibili e di queste nessuna era abbastanza grande o abbondante da offrire a due uomini adulti un pasto decente in un ragionevole lasso di tempo. Gli animali del posto avevano nascosto scorte di bacche e frutti nelle loro tane, ma Eragon non aveva idea di dove cercare. Né pensava che un topo del deserto avesse potuto ammassare più di qualche boccone di cibo.

Non gli restavano che due possibilità, nessuna delle quali lo allettava. Poteva - come aveva fatto in precedenza - estrarre energia dalle piante e dagli insetti intorno al bivacco. Il prezzo sarebbe stato lasciare una zona morta, una piaga della terra dove niente, nemmeno il più piccolo organismo, sarebbe sopravvissuto. Per giunta, anche se utili a lui e Sloan, le trasfusioni di energia erano ben poco gratificanti, perché non riempivano lo stomaco.

Oppure poteva andare a caccia.

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