Volodyk - Paolini3-Brisingr
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«Allora?» gridò Roran, che non riusciva a vedere davanti.
«Gli schiavi sono spariti!»
Eragon si sentì come schiacciato da un peso enorme quando Saphira interruppe bruscamente la picchiata per risalire a spirale intorno all'Helgrind, in cerca dell'ingresso del covo dei Ra'zac.
Nemmeno un buco sufficiente a far passare un ratto, dichiarò la dragonessa. Rallentò e restò sospesa davanti a un crinale che congiungeva il terzo dei quattro picchi, il più basso, alla cima dominante. Lo sperone irregolare amplificava il rombo prodotto da ogni battito d'ali tanto da renderlo simile al fragore di un tuono. Eragon aveva gli occhi colmi di lacrime mentre l'aria gli frustava la pelle.
Una ragnatela di venature bianche adornava le pareti in ombra dei dirupi e dei pilastri, dove la brina si era raccolta nelle fessure della roccia. Non c'era altro a disturbare la cupezza dei neri bastioni battuti dai venti dell'Helgrind. Non crescevano alberi sui pendii rocciosi, non c'erano arbusti o ciuffi d'erba o muschi o licheni; le aquile non osavano fare il nido sulle cornici frastagliate della torre. Fedele al suo nome, l'Helgrind era un luogo di morte, e si ergeva ammantato nelle pieghe rigide e affilate delle sue scarpate e dei suoi crepacci come uno spettro scheletrico sorto a perseguitare la terra.
Espandendo la mente, Eragon trovò conferma della presenza delle due persone che aveva scoperto imprigionate all'interno dell'Helgrind il giorno prima, ma lo turbò il fatto di non riuscire a localizzare i Ra'zac o i Lethrblaka. Se non qui, allora dove sono? si domandò. Cercando ancora, notò qualcosa che prima gli era sfuggito: un fiore solitario, una genziana, a meno di cinquanta piedi da loro, dove, secondo logica, non avrebbe dovuto esserci altro che solida roccia. Dove trova la luce per sopravvivere?
Saphira rispose alla sua domanda appollaiandosi su una sporgenza di roccia franosa distante qualche passo. Nel farlo, per un attimo perse l'equilibrio, e batté le ali per recuperarlo. Invece di urtare contro la massa compatta dell'Helgrind, la punta dell'ala destra affondò nella roccia e ne riemerse.
Saphira, hai visto?!
Sì.
Protesa in avanti, Saphira allungò la punta del muso verso la roccia, fermandosi a uno o due pollici di distanza, come in attesa che scattasse qualche trappola; poi continuò ad avanzare. Squama dopo squama, la testa di Saphira scivolò nell'Helgrind, finché di lei non rimasero visibili che il collo, il torso e le ali.
È un'illusione! esclamò la dragonessa.
Con un guizzo dei muscoli possenti, Saphira abbandonò la sporgenza di roccia e fece seguire alla testa il resto del corpo. Eragon fece appello a tutto il suo autocontrollo per non coprirsi il volto nel tentativo disperato di proteggersi mentre la parete rocciosa gli correva incontro.
Un istante dopo, si ritrovò a fissare una vasta caverna con la volta soffusa dal tiepido chiarore del mattino. Le squame di Saphira rifrangevano la luce, proiettando migliaia di tremuli puntini azzurri sulle pareti di roccia. Voltando la testa, Eragon non vide roccia alle loro spalle: soltanto l'ingresso della grotta e uno squarcio del panorama sottostante.
Sorrise amaro. Non gli era venuto in mente che Galbatorix avesse potuto nascondere la tana dei Ra'zac con la magia. Idiota! Devo fare di meglio, si disse. Sottovalutare il re era un modo sicuro per farsi uccidere tutti.
Roran imprecò fra i denti e disse: «La prossima volta prima di fare una cosa del genere, avvertimi.»
Chino in avanti, Eragon cominciò a slacciare le cinghie che gli tenevano le gambe legate alla sella, studiando nel frattempo l'ambiente in cerca di pericoli.
L'ingresso della caverna era un ovale irregolare, alto cinquanta piedi e largo una sessantina, che si apriva su di una camera grande il doppio. In fondo, a un buon tiro di freccia di distanza, la grotta terminava in un cumulo di lastre rocciose addossate l'una all'altra alla rinfusa. Una ragnatela di scalfitture solcava il pavimento, prova delle innumerevoli volte che i Lethrblaka avevano spiccato il volo, erano atterrati e avevano camminato su quella superficie. Come misteriosi buchi di serratura, sui lati della caverna si aprivano cinque basse gallerie e un arco ogivale abbastanza alto da far passare Saphira. Eragon studiò con attenzione le gallerie, ma erano nere come la pece e apparentemente vuote, un fatto a cui trovò conferma con una rapida esplorazione della mente. Strani mormorii confusi riecheggiavano dalle profondità dell'Helgrind, evocando immagini di cose sconosciute che sgattaiolavano nel buio, insieme a un incessante gocciolio d'acqua. Al coro di sussurri si univa il respiro regolare di Saphira, amplificato dalle ridotte dimensioni della caverna.
La caratteristica più notevole della grotta, tuttavia, era il misto di odori che la pervadeva. Sotto l'odore predominante della pietra fredda, Eragon fiutò il tanfo dell'umidità e della muffa, e anche qualcosa di peggio: il fetore dolciastro e nauseabondo della carne in putrefazione.
Dopo essersi slacciato le ultime cinghie, Eragon scavalcò il dorso di Saphira e restò seduto in sella di lato, pronto a saltare giù. Altrettanto fece Roran dall'altra parte.
Un attimo prima di lanciarsi, Eragon udì, confusi fra i diversi fruscii che gli solleticavano le orecchie, una serie di picchiettii simultanei, come se qualcuno colpisse la roccia con delle piccozze. Il rumore si ripeté mezzo secondo dopo.
Volse la testa in direzione del rumore, e Saphira lo imitò.
Un'enorme figura deforme si avventò dall'arco ogivale. Occhi neri, sporgenti, senza palpebre. Becco lungo diversi piedi. Ali da pipistrello. Torso nudo, glabro, vibrante di muscoli. Artigli come punte di lancia.
Saphira guizzò di lato nel tentativo di schivare il Lethrblaka, ma fu inutile. La creatura cozzò contro il fianco destro della dragonessa con quella che a Eragon parve la potenza e la furia di una valanga.
Quanto accadde subito dopo, Eragon non lo capì, perché lo scontro lo spedì in aria senza che riuscisse a formulare un solo pensiero coerente. Il volo terminò bruscamente così com'era iniziato quando il giovane finì di schiena contro qualcosa di duro e piatto, per poi cadere a terra picchiando la testa un'altra volta. Il secondo, violento impatto gli sottrasse quel poco di aria che gli restava nei polmoni. Stordito, rimase raggomitolato su un fianco, ansante, e tentò di riprendere una parvenza di controllo sulle membra inerti.
Eragon! gridò Saphira.
Il tono angosciato della dragonessa fu come una sferzata di energia per Eragon. Mentre la vita gli tornava nella braccia e nelle gambe, protese la mano per afferrare il bastone caduto lì accanto. Piantò il puntale di ferro in una fessura nella roccia e si issò facendo forza sul ramo di biancospino. Barcollò. Uno sciame di puntini rossi gli danzò davanti agli occhi.
La situazione era così confusa che non sapeva dove guardare prima.
Saphira e il Lethrblaka rotolavano avvinghiati nella grotta, distribuendo calci, unghiate e morsi con tanta ferocia da scheggiare la roccia. Il clamore della lotta doveva essere assordante, ma per Eragon si azzuffavano in silenzio: le orecchie non gli funzionavano. Tuttavia avvertiva le vibrazioni sotto i piedi, mentre le colossali creature si schiantavano di qua e di là, minacciando di schiacciare chiunque capitasse loro vicino.
Un torrente di fuoco azzurro eruttò dalle fauci di Saphira e avvolse il lato sinistro della testa del Lethrblaka in una vampa infernale così ardente da riuscire a fondere l'acciaio. Le fiamme curvarono intorno al Lethrblaka senza procurare alcun danno alla creatura. Imperturbato, il mostro si avventò col becco contro il collo di Saphira, costringendola a interrompere la fiammata per difendersi.
Fulmineo come una freccia scoccata da un arco, il secondo Lethrblaka uscì dall'arco per avventarsi sul fianco di Saphira e spalancando il becco aguzzo emise un orribile stridio, così forte che Eragon si sentì accapponare la pelle e avvertì un gelido nodo di terrore formarsi nello stomaco. Digrignò i denti: quello lo aveva sentito.
L'odore adesso, con entrambi i Lethrblaka presenti, era paragonabile al fetore nauseabondo di una decina di libbre di carne rancida lasciate a fermentare in un barile di letame per una settimana in piena estate.
Eragon si tappò la bocca con la mano, lo stomaco sottosopra, e rivolse altrove la sua attenzione per non vomitare.
A qualche passo di distanza, Roran giaceva rannicchiato contro la parete della grotta addosso alla quale era stato scagliato. Sotto lo sguardo preoccupato di Eragon, il cugino riuscì a mettersi carponi e poi in piedi. Aveva gli occhi vitrei e barcollava come un ubriaco.
Alle spalle di Roran, da una delle gallerie emersero i due Ra'zac. Con le mani deformi impugnavano lunghe spade livide di antica fattura. A differenza dei loro genitori, i Ra'zac avevano dimensioni e forma vagamente umane. Erano rivestiti da capo a piedi da un esoscheletro nero come l'ebano, che si intravvedeva a stento, dato che perfino nell'Helgrind indossavano mantelli e cappucci scuri.
Si spostavano con una rapidità impressionante, con improvvisi movimenti a scatti simili a quelli degli insetti.
Eppure Eragon non riusciva ancora a percepirli, e nemmeno i Lethrblaka. Anche loro sono illusioni? si chiese. Ma no, era una sciocchezza: la carne che Saphira lacerava coi suoi artigli era decisamente vera. Allora gli venne in mente un'altra spiegazione: forse era impossibile rilevare la loro presenza. Forse i Ra'zac potevano nascondersi alla mente degli umani - le loro prede - come i ragni si nascondono alle mosche. Se le cose stavano così, allora si capiva come mai i Ra'zac fossero riusciti a dare la caccia a maghi e Cavalieri per conto di Galbatorix, pur non essendo capaci di usare la magia.
Dannazione! Eragon avrebbe potuto trovare imprecazioni molto più colorite, ma quello era il momento di agire, non di maledire la sfortuna. Brom gli aveva detto che i Ra'zac non erano alla sua altezza in piena luce del giorno, e poteva anche essere vero - Brom aveva avuto decine di anni per inventare incantesimi da usare contro i Ra'zac - ma Eragon sapeva che senza il vantaggio della sorpresa lui, Saphira e Roran sarebbero stati fortunati a portare in salvo la pelle, figurarsi Katrina.
Levando in alto la mano destra, Eragon gridò: «Brisingr!» e scagliò una ruggente sfera di fuoco contro i Ra'zac. I mostri la schivarono e la sfera andò a infrangersi contro il pavimento di roccia, sfarfallò per un istante, poi si dissolse. Era stato un incantesimo stupido e infantile, che non avrebbe potuto arrecare alcun danno ai Ra'zac se Galbatorix li aveva protetti come i Lethrblaka. Ma almeno gli diede soddisfazione e distrasse i Ra'zac abbastanza a lungo da permettergli di correre da Roran e mettersi spalle a spalle col cugino.
«Tienili a bada per un minuto» gridò, sperando che Roran lo sentisse. Roran afferrò il senso, perché si riparò con lo scudo e levò il martello preparandosi a combattere.
L'enorme potenza in ogni singolo, terribile colpo dei Lethrblaka aveva già esaurito le difese magiche contro il pericolo fisico che Eragon aveva eretto intorno a Saphira. Senza più barriere a ostacolarli, i Lethrblaka avevano inflitto una serie di graffi - lunghi ma poco profondi - alle cosce della dragonessa e l'avevano infilzata tre volte col becco: ferite piccole, ma profonde e molto dolorose.
Dal canto suo, Saphira aveva aperto uno squarcio nel torace di un Lethrblaka e staccato con un morso buona parte della coda dell'altro. Il sangue dei Lethrblaka, notò Eragon sbigottito, era di un verdazzurro metallico, simile alla patina verdastra che si forma sul rame ossidato.
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