Volodyk - Paolini1-Eragon.doc

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«Non appena torni a casa, cerca di sbarazzartene.» Eragon soffocò un'esclamazione sgomenta, mentre Horst proseguiva. «Ieri sono arrivati due stranieri. Due tipi loschi vestiti di nero e armati di spada. Mi è venuta la pelle d'oca solo a vederli. Ieri sera hanno cominciato a fare domande a tutti, chiedendo di una pietra come la tua. E oggi lo stesso.» Eragon impallidì. «Nessuno con un briciolo di buonsenso ha detto niente, sanno riconoscere i guai quando li incontrano. Ma conosco qualcuno che potrebbe parlare.»

Eragon si sentì attanagliare le viscere dal terrore. Chiunque avesse mandato la pietra sulla Grande Dorsale, alla fine l'aveva ritrovata. O forse l'Impero era venuto a sapere di Saphira. Non sapeva che cosa fosse peggio. Pensa! Pensa! L'uovo ormai è andato. Adesso per loro è impossibile trovarlo. Ma se sanno che cos'era, capiranno che cosa è successo... Saphira potrebbe essere in pericolo!

Ricorse a tutto il suo autocontrollo per assumere un'aria disinvolta. «Grazie per avermelo detto. Sai dove sono?» Notò con orgoglio che la sua voce tremava appena.

«Non ti ho avvertito per farteli incontrare, ragazzo! Vattene da Carvahall. Torna a casa.» «Sicuro» disse Eragon per tranquillizzare il fabbro. «se credi che sia meglio.»

«Altroché, se lo credo.» Il volto di Horst si addolcì. «Forse esagero, ma ho un gran brutto presentimento. Sarà meglio che resti a casa finché quei due non se ne vanno. Cercherò di tenerli lontani dalla tua fattoria, anche se dubito che servirà a molto.»

Eragon gli scoccò un'occhiata colma di gratitudine. Avrebbe voluto raccontargli di Saphira. «Me ne vado subito» disse, e tornò indietro da Roran. Lo abbracciò forte e gli disse addio. «Non resti ancora un po'?» domandò Roran, sorpreso.

Eragon represse una risata. Per qualche ragione, quella domanda gli pareva buffa. «Non ho niente da fare qui, e non voglio vederti partire.»

«D'accordo» disse Roran, perplesso. «Immagino che questa sia l'ultima volta che ci vedremo per parecchi mesi.»

«Sono convinto che passeranno in fretta» replicò Eragon, asciutto. «Abbi cura di te e torna presto.» Lo abbracciò ancora e si allontanò dalla bottega. Horst era ancora sulla strada. Consapevole di essere seguito dallo sguardo del fabbro, Eragon prese la via che portava fuori da Carvahall. Non appena il fabbro scomparve alla vista, sgusciò dietro una casa e tornò al villaggio per un'altra strada. Cercò in ogni vicolo, restando nell'ombra, le orecchie tese in ascolto del più lieve rumore. Con la mente tornò in camera sua, dove aveva lasciato l'arco; quanto avrebbe voluto averlo con sé! Percorse Carvahall in lungo e in largo, evitando qualsiasi incontro, finché non sentì una voce sibilante provenire da dietro una casa. Per quanto avesse un buon udito, dovette fare uno sforzo per cogliere le parole.

«Quando è successo?» La voce era melliflua; sembrava colare nell'aria come un rivoletto untuoso, ma aveva un che di gelido e sibilante che gli fece rizzare i capelli sulla nuca.

«Circa tre mesi fa» rispose qualcun altro, che Eragon identificò subito come Sloan. Per il sangue di uno Spettro, gli sta dicendo... Decise che avrebbe mollato un pugno a Sloan, la prossima volta che l'avesse incontrato.

Intervenne una terza persona. La voce era cavernosa, umida, faceva pensare a qualcosa in decomposizione, alla muffa, e ad altre cose che era meglio non toccare. «Sei sicuro? Non vorremmo che ti sbagliassi. Perché in tal caso sarebbe una situazione davvero... incresciosa.» A Eragon non fu difficile immaginare che cosa sarebbe successo. Chi, se non l'Impero, avrebbe osato minacciare la gente in quel modo? Nessuno. Ma chiunque avesse inviato l'uovo doveva essere abbastanza potente da usare la forza impunemente.

«Sì che sono sicuro. All'epoca ce l'aveva lui. Non sto mentendo. Un sacco di gente lo sa. Chiedete in giro.» Sloan era chiaramente terrorizzato. Poi disse qualcosa che Eragon non sentì. «L'abbiamo fatto, ma abbiamo ricevuto scarsa... collaborazione.» Le parole erano ironiche. Ci fu una pausa. «La tua informazione ci è stata preziosa. Non ci dimenticheremo di te.» Questo è certo , pensò Eragon.

Sloan borbottò qualcosa; poi Eragon sentì qualcuno allontanarsi in fretta. Spiò da dietro l'angolo. In mezzo alla strada c'erano due uomini alti, con lunghi mantelli neri dal bordo sollevato all'altezza dei polpacci, dove spuntavano i foderi delle spade. Sulle loro casacche spiccavano complicati stemmi intessuti d'argento. Avevano il volto coperto dal cappuccio e le mani guantate. La loro schiena mostrava uno strano rigonfiamento, come se gli abiti fossero imbottiti.

Eragon si spostò appena per vedere meglio. Uno degli stranieri si irrigidì e lanciò un eloquente grugnito al compagno. Si volsero di scatto, pronti all'attacco. Eragon trattenne il fiato, in preda a un terrore mortale. Il suo sguardo rimase inchiodato sui volti nascosti, mentre un potere immenso s'impadroniva della sua mente e gli impediva qualsiasi movimento. Tentò di opporsi e gridò a se stesso: Muoviti! , ma le sue gambe non risposero. Gli stranieri presero ad avanzare tranquilli verso di lui. Eragon sapeva che ormai lo vedevano in viso. Erano quasi all'angolo; le loro mani corsero alle spade...

«Eragon!» Il ragazzo trasalì nel sentirsi chiamare. Gli stranieri si bloccarono, sibilando. Brom arrivò da una traversa, a testa nuda, il bastone in mano. Dov'era non poteva vedere gli stranieri. Eragon tentò di avvertirlo, ma la sua lingua e le sue mani erano paralizzate. «Eragon!» esclamò ancora il vecchio. Gli stranieri scoccarono un'ultima occhiata a Eragon; poi scivolarono via tra le case. Eragon crollò a terra, tremante. Aveva la fronte imperlata di sudore e sentiva un gran freddo. Il vecchio gli tese la mano e lo aiutò ad alzarsi. «Ragazzo, che ti prende? Ti senti bene?» Eragon deglutì e annuì senza parlare. Si guardò intorno, in cerca di qualcosa di insolito. «All'improvviso ho avuto un capogiro... è passato. Strano... non so come è successo.» «Ti rimetterai» disse Brom. «ma forse è meglio che te ne torni a casa.»

Sì, devo andare a casa! Devo arrivare prima di loro . «Hai ragione. Forse sta arrivando una malattia.»

«Allora per te non c'è posto migliore di casa. È una lunga camminata, ma una volta arrivato, sono sicuro che ti sentirai meglio. Vieni, ti accompagno sulla strada.» Eragon non protestò quando il vecchio lo prese per un braccio, guidandolo in fretta. La neve crepitava sotto il bastone di Brom. «Perché mi stavi cercando?»

Brom si strinse nelle spalle. «Pura curiosità. Ho saputo che eri in città e mi chiedevo se ti eri ricordato il nome di quel mercante.»

Quale mercante? Di che cosa sta parlando? Eragon lo fissò vacuo; la sua confusione attirò lo sguardo inquisitorio di Brom. «Non,..» disse. Poi rammentò. «Non mi è venuto ancora in mente.» Brom sospirò, come se avesse avuto la conferma di qualcosa, e si strofinò il naso aquilino. «Be'... quando te lo ricordi, vieni a dirmelo. Sono molto interessato a questo mercante che pretende di sapere tutto sui draghi.» Eragon annuì con aria distratta. Camminarono in silenzio fino alla strada, poi Brom disse: «Affrettati a tornare a casa. Non credo che sarebbe una buona idea ciondolare lungo il tragitto.» E gli tese la destra rattrappita.

Eragon la strinse, ma quando fece per tirare indietro il braccio, qualcosa s'impigliò nella mano di Brom e gli sfilò il guanto di lana, che cadde in terra. Il vecchio si chinò a raccoglierlo. «Che sbadato» si scusò, e lo porse a Eragon. Non appena il ragazzo lo prese, le dita robuste di Brom si chiusero sul suo polso e lo girarono di scatto. Per un istante, l'ovale argenteo sul suo palmo fu ben visibile. Gli occhi di Brom scintillarono, ma lasciò che Eragon ritraesse la mano e si rimettesse il guanto.

«Arrivederci» borbottò Eragon, turbato, e si avviò di corsa. Alle sue spalle, sentì Brom fischiettare un allegro motivetto.

SULLE ALI DEL DESTINO

L

a mente di Eragon era in tumulto, mentre correva a perdifiato verso casa, sempre più ansante. Calpestando a grandi falcate il terreno gelato, cercò di dilatare la mente in cerca di Saphira, ma la dragonessa era ancora troppo lontana per stabilire un contatto. Pensò a quello che

avrebbe detto a Garrow. Non aveva scelta, ormai: doveva rivelargli l'esistenza di Saphira. Arrivò a casa senza fiato, con il cuore che gli batteva all'impazzata. Garrow era accanto alla stalla, con i cavalli. Eragon esitò. Devo dirglielo adesso? Non mi crederà mai, se non vede Saphira . È meglio che vada a chiamarla. Aggirò la fattoria e si diresse nella foresta. Saphira! gridò col pensiero.

Arrivo , fu la debole risposta. Eragon avvertì anche una. nota di allarme. La sua attesa impaziente non durò a lungo; ben presto udì un fragore di ali che frustavano l'aria. La dragonessa atterrò in uno sbuffo di fumo. Che cosa è successo? gli domandò.

Lui le toccò la spalla e chiuse gli occhi. Sforzandosi di restare calmo, le raccontò in fretta che cos'era successo. Quando arrivò agli stranieri, Saphira trasalì. S'impennò sulle zampe di dietro e lanciò un ruggito assordante, agitando la coda, che gli mancò la testa di un soffio. Eragon indietreggiò sorpreso e si chinò per schivare un altro colpo di coda, che sollevò una nube di neve polverizzata. La creatura emanava spaventose ondate di terrore e ferocia. Fuoco! Nemici! Morte! Assassini!

Che cosa succede? Eragon fece ricorso a tutti i suoi poteri mentali, ma una parete d'acciaio sembrava schermare i pensieri della dragonessa, che lanciò un altro ruggito e conficcò gli artigli nel terreno, strappando zolle di terra gelata. Fermati! Garrow li sentirà!

Giuramenti traditi, anime uccise, uova infrante! Sangue dappertutto. Assassini!

In preda al panico, Eragon respinse le emozioni di Saphira e tenne d'occhio la sua coda. Quando gli passò accanto, si gettò di lato e le afferrò una punta del dorso. Tenendosi ben saldo, si issò sul piccolo incavo alla base del collo, mentre lei. tornava a impennarsi. «Basta, Saphira!» gridò. Il flusso di pensieri cessò di colpo. Il ragazzo le accarezzò le squame. «Andrà tutto bene.» La dragonessa si rannicchiò e alzò le ali, tenendole sospese per un istante; poi le abbassò di colpo e spiccò il volo.

Eragon lanciò un urlo quando il terreno si allontanò dai suoi piedi e cominciarono a volare sopra gli alberi. Il vento lo investiva con violenza, strappandogli il respiro, Saphira ignorò il suo terrore e virò verso la Grande Dorsale. Sotto di loro, Eragon scorse la fattoria e il fiume Anora. Il sito stomaco si ribellò. Strinse le braccia intorno al collo di Saphira e per non vomitare si concentrò sulle squame che aveva davanti al naso, mentre la dragonessa continuava la sua ascesa. Quando il volo si fece più regolare, Eragon trovò il coraggio di guardarsi attorno.

L'aria era così fredda che sulle sue ciglia si cristallizzò uno strato di brina. Avevano raggiunto le montagne più in fretta di quanto non ritenesse possibile. Dall'alto, le cime sembravano gigantesche zanne affilate come rasoi, in attesa di farli a brandelli. Saphira s'inclinò su un lato all'improvviso, ed Eragon perse quasi l'equilibrio. Si asciugò le labbra, amare di bile, e seppellì di nuovo la testa nella nuca della creatura.

Dobbiamo tornare indietro , la supplicò. G li stranieri stanno andando alla fattoria. Bisogna avvertire Garrow. Voltati! Nessuna risposta. Provò a entrare nella sua mente, che però era ancora bloccata da una torbida barriera di rabbia e paura. Deciso a farla tornare indietro, tentò di insinuarsi nella sua armatura mentale, cercando i punti deboli, minando le zone più resistenti, lottando per farsi ascoltare: ma invano.

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