Volodyk - Paolini1-Eragon.doc
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«Guarda!» urlò il ragazzo. «Avremmo potuto avvertire Garrow! È colpa tua se non è fuggito!» Sferrò un pugno contro un palo e si sbucciò le nocche. Senza badare al sangue che gli gocciolava dalle dita, uscì a grandi passi dalla casa, o meglio, da ciò che ne restava. Raggiunse il sentiero che conduceva alla strada maestra e si accoccolò per esaminare la neve. C'erano parecchie impronte, ma aveva la vista appannata e non riusciva a distinguerle bene. Sto diventando cieco? si chiese. Con la mano tremante si toccò le guance e le trovò bagnate.
Un'ombra torreggiò su di lui quando Saphira lo raggiunse, coprendolo con le sue ali. Consolati; forse non tutto è perduto… Eragon alzò lo sguardo versò di lei, in cerca di speranza. Guarda la neve. I miei occhi vedono soltanto due serie di orme. Garrow non è stato portato via.
Eragon scrutò la neve calpestata. Le orme di due paia di stivali andavano verso la casa. Poco distante, le stesse impronte che si allontanavano. E chiunque avesse lasciato quest'ultima serie, aveva lo stesso peso di quando era arrivato. Hai ragione: Garrow è ancora qui Si alzò di scatto e corse di nuovo verso le rovine.
lo cercherò qui intorno e nella foresta, disse Saphira.
Eragon scavalcò i resti della cucina e cominciò a scavare frenetico sotto un cumulo di macerie. Grossi detriti che normalmente non sarebbe riuscito a sollevare gli parevano leggeri come fuscelli. Per un attimo fu ostacolato da una credenza quasi intatta; poi la spostò di peso e la fece volare. Mentre afferrava una tavola, udì un rumore alle sue spalle. Si volse di scatto, pronto a difendersi. Una mano sbucò da sotto una parte di tetto crollato. Si muoveva appena, ed Eragon l'afferrò con un grido. «Zio, riesci a sentirmi?» Nessuna risposta. Eragon prese a staccare pezzi di legno, senza far caso alle schegge che gli ferivano le mani. Comparvero un braccio e una spalla, ma il corpo era sepolto sotto una trave pesante. Provò a spingerla con la spalla, mettendoci ogni fibra del suo essere, ma fu inutile. «Saphira! Ho bisogno di te!»
La dragonessa arrivò subito. Il legno schioccava sotto le sue zampe mentre si faceva strada fra le rovine. Senza una parola, gli passò accanto e appoggiò il fianco contro la trave. Conficcò gli artigli in quello che restava del pavimento e tese i muscoli. Con un lento scricchiolio, la trave si alzò ed Eragon vi s'infilò sotto. Garrow era disteso a faccia in giù, gli abiti ridotti a brandelli. Eragon lo trascinò fuori dalle macerie. Non appena furono al sicuro, Saphira lasciò andare la trave, che ricadde con uno schianto fragoroso.
Eragon trascinò lo zio fuori dalla casa distrutta e lo adagiò per terra. Lo guardò sconvolto, lo toccò con delicatezza. La sua pelle era grigia, senza vita, e secca, come se una febbre lo avesse prosciugato. Aveva il labbro spaccato e un taglio profondo gli solcava lo zigomo, ma non era quella la cosa peggiore. La maggior parte del corpo era coperta da gravi ustioni, bianche come gesso, che trasudavano un liquido chiaro. Emanava un puzzo nauseabondo, come di frutta marcita. Respirava a fatica; ogni rantolo sembrava l'ultimo.
Assassini, sibilò Saphira.
Non dirlo.. Potrebbe ancora salvarsi! Dobbiamo portarlo da Gertrude. Ma io non posso,farcela da solo fino a Carvahall
Saphira gli trasmise l'immagine di Garrow sospeso sotto di lei mentre volava.
Puoi portarci tutti e due?
Devo.
Eragon scavò fra le macerie finché non trovò una tavola abbastanza grande e qualche cinghia di cuoio. Disse a Saphira di trapassare con un'unghia ciascuno dei quattro angoli della tavola, poi fece scorrere le cinghie nei fori e le fissò alle zampe davanti della dragonessa. Dopo aver controllato i nodi, fece rotolare Garrow sulla barella. Mentre lo legava per sicurezza, dalla mano dello zio cadde un brandello di stoffa nera. Era il tessuto dei mantelli degli stranieri. Eragon se lo infilò in tasca con un gesto di rabbia, salì in groppa a Saphira e chiuse gli occhi per combattere il dolore pulsante che gli tormentava le gambe. Vai!
La dragonessa piantò saldamente le zampe dietro a terra e s'impennò, agitando le ali con vigore, i muscoli tesi nello sforzo di contrastare la gravità. Per un lungo, terribile istante non accadde nulla; poi la creatura si staccò dal suolo e prese a salire rapida. Mentre sorvolavano la foresta, Eragon le disse: Segui la strada maestra, così troverai spazio per atterrare.
Mi potrebbero vedere.
Non ha più importanza! La dragonessa non replicò. Virò verso la strada e si diresse a Carvahall. Garrow ondeggiava paurosamente sotto di loro; soltanto le sottili cinghie di cuoio gli impedivano di cadere.
Il doppio peso rallentava il volo di Saphira. La testa prese a ciondolarle; aveva la schiuma alla bocca. Nonostante gli sforzi, mancava ancora una lega a Carvahall quando si arrese e atterrò sulla strada.
Le sue zampe sollevarono un ampio ventaglio di neve, Eragon scivolò a terra, rotolando su un fianco per evitare di farsi ancora male alle gambe. Si alzò a fatica e sciolse i lacci dalle zampe di Saphira. Il respiro affannoso della dragonessa rimbombava nell'aria fredda. Trova un posto sicuro per riposare, le disse. Non so quanto starò via, perciò dovrai cavartela da sola per un po'. Aspetterò, disse lei.
Eragon strinse i denti e cominciò a trascinare Garrow lungo la strada. I primi passi gli procurarono un'esplosione di dolore, in tutto il corpo. «Non posso farcela!» gridò al cielo, ma continuò ad arrancare. Le labbra contratte in una smorfia, fissava il terreno sotto i piedi per costringersi ad andare avanti. Era una lotta contro il proprio corpo: una lotta che voleva vincere a tutti i costi. I minuti passavano con una lentezza intollerabile; ogni piede guadagnato sembrava lungo un miglio. In preda alla disperazione, si chiese se Carvahall esistesse ancora, o se non fosse stata rasa al suolo dagli stranieri. Dopo quella che gli parve un'eternità di dolore, sentì gridare e alzò gli occhi. Brom correva verso di lui, gli occhi sgranati, i capelli scarmigliati, un lato della testa incrostato di sangue rappreso. Agitava le braccia come un forsennato. Quando lo raggiunse, lasciò cadere il bastone e lo afferrò per le spalle, dicendogli qualcosa ad alta voce. Eragon lo guardò senza capire. All'improvviso, il terreno parve venirgli incontro. Sentì il sapore del sangue; poi tutto si fece nero.
VEGLIA DI DOLORE
S
trani sogni affollavano la mente di Eragon, resi vividi e reali dalle misteriose leggi dell'inconscio.
Vide un gruppo di gente su fiere cavalcature che si avvicinava a un fiume solitario. Molti
avevano chiome d'argento e impugnavano lunghe lance. Li attendeva una strana nave bianca, scintillante al chiaro di luna. Le figure s'imbarcarono lente sul vascello; due di loro, più alte delle altre, avanzavano mano nella mano. I loro volti erano celati da cappucci, ma una era senz'alcun dubbio una donna. Rimasero sul ponte della nave, a contemplare la riva. Un uomo era rimasto sulla spiaggia ghiaiosa, l'unico a non essere salito a bordo. Gettò indietro la testa e lanciò un lungo grido colmo di dolore. Sulla scia inquietante di quel grido, la nave scivolò lungo il fiume, senza vele e senza remi, solcando la terra piatta e deserta. La visione si offuscò, ma prima che svanisse del tutto, in cielo Eragon scorse due draghi.
Eragon colse per prima cosa un cigolio costante: avanti e indietro, avanti e indietro. Il rumore gli fece aprire gli occhi, che si trovarono a fissare un soffitto di paglia. Le sue nudità erano nascoste sotto una ruvida coperta. Qualcuno gli aveva fasciato le gambe e stretto una benda pulita intorno alle nocche.
Era in una capanna. Da una parte c'era un tavolo, su cui poggiavano un mortaio e un pestello, oltre a una serie di ciotole e vasi di piante. Alle pareti erano appesi mazzolini di erbe essiccate che riempivano la stanza di aromi pungenti. Il fuoco ardeva in un camino, davanti al quale c'era una sedia a dondolo di vimini, occupata da una donna corpulenta: Gertrude, la guaritrice del villaggio. Aveva gli occhi chiusi e la testa ciondoloni. In grembo teneva due ferri da calza e un gomitolo di lana.
Pur sentendosi assolutamente privo di forze, Eragon si costrinse a sedersi. Il gesto lo aiutò a schiarirsi la mente, e il ragazzo ripassò gli eventi degli ultimi giorni. Il suo primo pensiero fu per Garrow; il secondo per Saphira. Spero che sia al sicuro. Provò a cercarla con la mente, ma senza esito. Ovunque fosse, era lontana da Carvahall. Almeno Brom mi ha portato a Carvahall Mi chiedo che cosa gli sia successo. Tutto quel sangue…
Gertrude si mosse e aprì gli occhi, due palline lucenti.
«Oh» disse. «Sei sveglio. Bene!» La sua voce era piena e calda. «Come ti senti?»
«Così così. Dov'è Garrow?»
Gertrude trascinò la sedia accanto al letto. «È a casa di Horst. Qui non c'era posto per tutti e due. Sai, non ho fatto altro che correre avanti e indietro per badare a entrambi. Sono stanca morta.» Eragon inghiottì le proprie preoccupazioni e chiese: «Come sta?»
. Ci fu una lunga pausa durante la quale la donna si scrutò le mani. «Non bene. Continua ad avere la febbre alta, e le sue ferite non guariscono.»
«Devo vederlo.» Cercò di alzarsi dal letto.
«No, finché non avrai mangiato» ribattè lei decisa, spingendolo contro il materasso. «Non ho passato tutto questo tempo al tuo capezzale solo per vederti star male di nuovo. Su gran parte delle gambe hai carne viva al posto della pelle, e la febbre ti è passata solo ieri sera. Non temere per Garrow. Si rimetterà. Ha una forte tempra.» Gertrude mise una pentola sul fuoco e cominciò ad affettare delle pastinache per la zuppa.
«Da quanto sono qui?»
«Due giorni.»
Due giorni! Voleva dire che il suo ultimo pasto risaliva a quattro giorni prima! Al solo pensiero fu preso da un profondo senso di debolezza. Saphira è rimasta da sola tutto questo tempo; spero che stia bene.
«Tutta la città vuole sapere che cosa è successo. Hanno mandato degli uomini alla fattoria e l'hanno trovata distrutta.» Eragon annuì; se l'era aspettato. «Il fienile era bruciato... È così che si è ferito Garrow?»
«Io... non lo so» disse Eragon. «Non c'ero quando è successo.»
«Be', non importa. Sono sicura che la verità si saprà presto.» Gertrude riprese a fare la maglia mentre la zuppa bolliva. «Hai una bella cicatrice sul palmo.»
Eragon strinse il pugno, per un riflesso istintivo. «Già.»
«Come te la sei fatta?»
Gli vennero in ménte diverse risposte. Scelse la più semplice. «Ce l'ho da quando ho memoria. Non ho mai chiesto a Garrow la sua origine.»
«Mmm...» Calò il silenzio, interrotto soltanto dal borbottio della pentola. A un certo punto. Gertrude tolse la zuppa dal fuoco e ne versò una scodella a Eragon, porgendogli anche un cucchiaio. Lui l'accettò volentieri e sorbì una cauta cucchiaiata. Era squisita.
Quando ebbe finito, chiese: «Posso andare a trovare Garrow adesso?»
Gertrude sospirò. «Sei un ragazzo ostinato, eh? Be', se proprio lo desideri, non ti fermerò. Vestiti, ti accompagno.»
Lei si voltò mentre lui si infilava le braghe a fatica; strinse i denti quando gli strusciarono sulle bende. Poi toccò alla camicia, e Gertrude lo aiutò ad alzarsi. Sentiva le gambe deboli, ma non gli facevano più male come prima.
«Prova a fare qualche passo» gli ordinò lei, poi osservò secca: «Almeno non dovrai strisciare fino da Horst.»
Fuori, il vento gli soffiò sul viso il fumo che si spandeva dalle costruzioni vicine. Nubi di temporale nascondevano la Grande Dorsale e coprivano la valle, mentre un fronte nevoso avanzava verso il villaggio, oscurando le colline, Eragon si appoggiò con tutto il suo peso a Gertrude mentre percorrevano le vie del villaggio.
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