Volodyk - Paolini1-Eragon.doc

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Saphira era un balsamo per la sua delusione. Con lei parlava in libertà, esprimeva le sue emozioni più intime, e lei lo comprendeva meglio di chiunque altro. Nelle settimane prima della partenza di Roran, la dragonessa attraversò un'altra fase di crescita repentina. Le sue spalle superarono quelle di Eragon, e il ragazzo scoprì che l'avvallamento vuoto fra le punte del dorso gli offriva un comodo spazio dove sedersi. Spesso la sera le saliva in groppa e le grattava il collo, spiegandole il significato delle parole. Ben presto la creatura arrivò a capire tutto quello che lui diceva, e spesso lo commentava, anche.

Per Eragon, questa parte della vita era meravigliosa. Saphira era vera e complessa come un essere umano. La sua personalità era eclettica, a volte molto remota, eppure si comprendevano a vicenda a un livello molto profondo. Le azioni e i pensieri della dragonessa rivelavano di continuo nuovi aspetti del suo carattere. Una volta catturò un'aquila e invece di mangiarla la liberò, dicendo: Nessun predatore dei cieli dovrebbe finire i propri giorni da preda. Meglio morire in volo che inchiodati al suolo.

L'idea di Eragon di mostrare Saphira alla famiglia si scontrò con l'annuncio di Roran e le parole caute della stessa Saphira. La dragonessa era riluttante a mostrarsi e lui, in parte per egoismo, accettò. Nel momento in cui fosse stata resa nota, la sua esistenza, ne sarebbero scaturiti timori e accuse contro di lui: perciò rimandava. Si disse che avrebbe aspettato un segno, il segnale che i tempi erano maturi. La notte prima della partenza di Roran, Eragon andò a parlargli. Si fece avanti lungo il corridoio verso la porta aperta della sua stanza. Sul cassettone era accesa una lampada a olio, che irradiava sulle pareti la sua calda luce tremula. Le colonnine del letto gettavano lunghe ombre sulle mensole vuote, che arrivavano fino al soffitto. Roran, il volto in ombra, stava arrotolando delle coperte intorno alle proprie cose. Si fermò, prese un oggetto dal cuscino e se lo fece rimbalzare nella mano. Eragon riconobbe una pietra lucida che proprio lui gli aveva regalato anni prima. Roran fece per infilarla nel fagotto, poi ci ripensò e la posò su uno scaffale, Eragon sentì un nodo alla gola e se ne andò in silenzio.

«Bene. Avremo tempo per prepararci. Sarà diverso, avere la casa solo per noi. Ma se va tutto come deve andare, non sarà per molto…Guardò Eragon dall'altro lato del tavolo e chiese: «Tu lo sapevi?» Eragon si strinse nelle spalle con aria afflitta. «Non fino a oggi... È una pazzia.

Garrow si passò una mano sul volto. «È il corso naturale della vita.» Si alzò. «Andrà tutto bene; il tempo aggiusta ogni cosa. Ma per il momento, datemi una mano a sparecchiare.» Eragon e Roran lo aiutarono in silenzio.

I giorni che seguirono furono tesi. Eragon aveva i nervi a fior di pelle. Tranne che per rispondere in fretta alle domande dirette, non parlava con nessuno. Ovunque si voltasse, piccoli ma eloquenti dettagli gli annunciavano l'imminente partenza di Roran: Garrow che gli preparava un pacco, oggetti che mancavano alle pareti, e uno strano senso di vuoto che si dilatava dentro la casa. Dopo una settimana si accorse che lui e Roran erano separati da un distacco sempre maggiore: quando si parlavano, le parole uscivano a fatica e conversare era difficile.

Saphira era un balsamo per la sua delusione. Con lei parlava in libertà, esprimeva le sue emozioni più intime, e lei lo comprendeva meglio di chiunque altro. Nelle setti-mane prima della partenza di Roran, la dragonessa attraversò un'altra fase di crescita repentina. Le sue spalle superarono quelle di Eragon, e il ragazzo scoprì che l'avvalla-mento vuoto fra le punte del dorso gli offriva un comodo spazio dove sedersi. Spesso la sera le saliva in groppa e le grattava il collo, spiegandole il significato delle parole. Ben presto la creatura arrivò a capire tutto quello che lui diceva, e spesso lo commentava, anche.

Per Eragon, questa parte della vita era meravigliosa. Saphira era vera e complessa come un essere umano. La sua personalità era eclettica, a volte molto remota, eppure si comprendevano a vicenda a un livello molto profondo. Le azioni e i pensieri della dragonessa rivelavano di continuo nuovi aspetti del suo carattere. Una volta catturò un'aquila e invece di mangiarla la liberò, dicendo: Nessun predatore dei cieli dovrebbe finire i propri giorni da preda. Meglio morire in volo che inchiodati al suolo.

L 'idea di Eragon di mostrare Saphira alla famiglia si scontrò con l'annuncio di Roran e le parole caute della stessa Saphira. La dragonessa era riluttante a mostrarsi e lui, in parte per egoismo, accettò. Nel momento in cui fosse stata resa nota la sua esistenza, ne sarebbero scaturiti timori e accuse contro di lui: perciò rimandava. Si disse che avrebbe aspettato un segno, il segnale che i tempi erano maturi.

La notte prima della partenza di Roran, Eragon andò a parlargli. Si fece avanti lungo il corridoio verso la porta aperta della sua stanza. Sul cassettone era accesa una lampada a olio, che irradiava sulle pareti la sua calda luce tremula. Le colonnine del letto gettavano lunghe ombre sulle mensole vuote, che arrivavano fino al soffitto. Roran, il volto in ombra, stava arrotolando delle coperte intorno alle proprie cose. Si fermò, prese un oggetto dal cuscino e se lo fece rimbalzare nella mano. Eragon riconobbe una pietra lucida che proprio lui gli aveva regalato anni prima. Roran fece per infilarla nel fagotto, poi ci ripensò e la posò su uno scaffale. Eragon sentì un nodo alla gola e se ne andò in silenzio.

STRANIERI A CARVAHALL

C

onsumarono una colazione fredda, ma per fortuna il té era bollente. Il ghiaccio dentro le finestre si era sciolto al fuoco del mattino ed era colato sul pavimento di legno, formando piccole pozzanghere scure. Eragon guardò Garrow e Roran in piedi accanto alla stufa e

pensò che quella era l'ultima volta che li avrebbe visti insieme per parecchi mesi. Roran si sedette e prese ad allacciarsi gli stivali. A terra c'era il grosso zaino. Garrow rimase in piedi, con le mani in tasca. Aveva la camicia fuori dai calzoni; il volto era teso, tirato. Nonostante le insistenze dei ragazzi, si rifiutò di andare con loro. Quando gli chiesero perché, si limitò a rispondere che era meglio così.

«Hai preso tutto?» disse Garrow al figlio.

«Sì.» :

L'uomo annuì ed estrasse dalla tasca un borsellino che porse a Roran in un tintinnio dì monete. «Li ho messi da parte per te. Non è molto, ma ti basterà se desideri comprare qualche gingillo.» «Grazie, ma non sprecherò il mio denaro in cose superflue» disse Roran.

«Fa' come vuoi; sono tuoi» disse Garrow. «Non ho altro da darti, tranne la mia benedizione. Accettala, se vuoi, per quello che vale.»

La voce di Roran era rotta dall'emozione. «Sarò onorato di riceverla.»

«Eccola, dunque, e vai in pace» disse Garrow, e lo baciò sulla fronte. Poi si voltò e disse con voce stentorea: «Non pensare che mi sia dimenticato di te, Eragon. Ho parole per tutti e due. È tempo che ve le dica, poiché vi state affacciando sul mondo. Fatene tesoro, perché vi saranno utili nella vita.» Fissò i ragazzi con sguardo severo. «Per prima cosa, non permettete a nessuno di dominare la vòstra mente o il vostro corpo. Badate che i vostri pensieri siano sempre liberi. Un uomo può essere libero, eppure vivere in ceppi peggiori di quelli che ha uno schiavo. Date agli altri la vostra attenzione, mai il vostro cuore. Mostrate rispetto per chi possiede il potere, ma non seguitelo ciecamente. Giudicate con logica e raziocinio, ma non commentate.

«Non considerate nessuno superiore a voi, qualunque sia il suo rango. Trattate tutti con giustizia, o vi attirerete la vendetta. Non sciupate il denaro. Tenetevi strette le vostre convinzioni, e gli altri vi ascolteranno.» Proseguì in tono più lento. «Per quanto riguarda le questioni d'amore, il mio unico consiglio è di essere onesti. Questo è il vostro strumento più potente per schiudere un cuore e garantirvi il perdono. Questo è quanto ho da dirvi.» Tacque, alquanto compiaciuto del proprio discorso.

Prese lo zaino di Roran. «Devi andare. L'alba è vicina e Dempton ti starà aspettando.» Roran s'infilò lo zaino in spalla e abbracciò Garrow. «Tornerò il prima possibile» disse. «Bene!» rispose Garrow. «Ma adesso vai, e non preoccuparti di noi.»

Si separarono a malincuore. Eragon e Roran uscirono di casa, poi si voltarono e lo salutarono con la mano. Garrow ricambiò il saluto con la mano ossuta; i suoi occhi tristi seguirono i ragazzi che si avviavano sul sentiero. Dopo un lungo istante chiuse la porta. Il tonfo echeggiò nell'aria tersa del mattino e raggiunse Roran, che si fermò.

Eragon si guardò indietro a contemplare la fattoria. I suoi occhi indugiarono sulle costruzioni solitarie, dall'aria piccola e fragile. Il sottile filo di fumo che s'innalzava dalla casa era l'unica prova che quella fattoria isolata nella neve era abitata.

«Questo è tutto il nostro mondo» osservò Roran in tono cupo.

Eragon rabbrividì impaziente e borbottò: «Un bel mondo, però.»

Roran annuì, poi raddrizzò le spalle e s'incamminò verso il suo futuro.

Era ancora prestò quando giunsero a Carvahall, ma trovarono la bottega del fabbro già aperta. All'interno regnava un piacevole calore. Baldor stava azionando piano due enormi mantici, fissati alla grande fucina di pietra dove rosseggiavano i carboni. Davanti alla fucina c'erano un'incudine nera e un barile cerchiato di ferro, pieno d'acqua salata. Da una serie di pali sporgenti dalle pareti pendevano parecchi utensili: tenaglie, pinze, martelli di ogni forma e peso, scalpelli, bulini, lime, raspe, barre di ferro e d'acciaio in attesa di essere forgiate, morse, cesoie, punteruoli e palette. Horst e Dempton chiacchieravano davanti a un lungo bancone.

Dempton si avvicinò sorridendo sotto i fiammeggianti baffi rossicci. «Roran! Sono lieto che tu sia venuto. Con le nuove mole che ho acquistato, ci sarà molto più lavoro di quanto possa farne da solo. Sei pronto a partire?»

Roran mostrò lo zaino. «Sì. Andiamo subito?»

«Ci sono alcune cosette che devo sbrigare prima, ma partiremo al massimo fra un'ora.» Eragon strofinò i piedi per terra quando Dempton si rivolse a lui arricciandosi la punta di un baffo. «Tu devi essere Eragon. Avrei voluto offrire un lavoro anche a te, ma Roran ha preso l'unico posto disponibile. Magari fra un anno o due, eh?»

Eragon abbozzò un sorriso e gli strinse la mano. L'uomo era cordiale; in altre circostanze gli sarebbe riuscito simpatico, ma in quel momento Eragon avrebbe voluto che il mugnaio non avesse mai messo piede a Carvahall. Dempton sbuffò. «Bene, molto bene.» Rivolse la sua attenzione a Roran e prese a spiegargli come funzionava un mulino.

«Sono pronti» lo interruppe Horst, indicando una serie di involti sul tavolo. «Potete prenderli.» Si scambiarono una stretta di mano; poi Horst uscì dalla bottega, facendo cenno a Eragon di seguirlo. Eragon ubbidì, incuriosito. Trovò il fabbro sulla strada, con le braccia incrociate. Eragon indicò con il pollice il mugnaio alle sue spalle e disse: «Cosa ne pensi di lui?»

«È un brav'uomo» borbottò Horst. «Roran si troverà bene con lui.» Si spazzolò con aria assente qualche filo metallico dal grembiule, poi posò una mano possente sulla spalla di Eragon. «Figliolo, ti ricordi la lite con Sloan?»

«Se ti riferisci al pagamento della carne, sappi che non l'ho dimenticato.»

«No.. mi fido di te, figliolo. Quel che voglio sapere è se hai ancora quella pietra blu.» Il cuore di Eragon ebbe un sussulto. Perché lo vuole sapere? Forse qualcuno ha visto Saphira! Sforzandosi di mantenere il controllo, rispose: «Sì, ma perché me lo chiedi?»

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