Volodyk - Paolini1-Eragon.doc
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Scese dall'albero e si allontanò, gettandosi continue occhiate alle spalle. Il drago fece capolino dal rifugio e lo guardò con gli occhi spalancati.
Tornato di corsa a casa, Eragon sgattaiolò in camera sua per sbarazzarsi dei frammenti d'uovo. Era sicuro che Garrow e Roran non avrebbero notato l'assenza della pietra: l'avevano dimenticata non appena avevano saputo di non poterla vendere. Quando si svegliarono. Roran disse di aver sentito dei rumori nella notte, ma con grande sollievo di Eragon, non insistette.
L'entusiamo aiutò Eragon a far passare in fretta la giornata. La facilità con cui era riuscito a nascondere il segno sulla mano lo liberò da ogni preoccupazione. Ben presto tornò al sorbo rosso, portando con sé delle salsicce che aveva sottratto dalla dispensa. Si avvicinò all'albero con apprensione. Riuscirà a sopravvivere all'inverno?
Le sue paure erano infondate. Appollaiato su un ramo, il drago stava masticando qualcosa che teneva fra le zampe davanti. Non appena lo vide, cominciò a squittire, eccitato, Eragon fu lieto che fosse rimasto sull'albero, alla larga da eventuali predatori. Non appena lui posò le salsicce ai piedi dell'albero, il drago scese. Mentre divorava vorace il cibo, Eragon esaminò il rifugio. Tutta la carne che aveva lasciato era scomparsa, ma il covo era intatto, e il pavimento era cosparso di piume. B ene. Sa procurarsi il cibo da solo.
In quel momento si rese conto di non sapere se il drago era maschio o femmina. Lo prese in braccio e lo voltò, ignorando i suoi squittii di disapprovazione, ma non riuscì a trovare alcun segno distintivo. A quanto pare non rivela i suoi segreti senza combattere.
Passò molto tempo col drago. Lo slegò, lo posò su una spalla e andò con lui a esplorare il bosco. Gli alberi carichi di neve li sovrastavano come solenni pilastri di una grande cattedrale. In quell'isolamento, Eragon disse al drago tutto ciò che sapeva della foresta, senza curarsi se capisse le sue parole. Era il semplice atto di mettere in comune una conoscenza che era importante. Gli parlò di continuo. Il drago ricambiava il suo sguardo con occhi brillanti, bevendosi ogni sua parola. Per un po' Eragon sedette con la creatura in grembo, guardandola con stupore, ancora turbato dai fatti recenti. Si avviò verso casa al tramonto, sentendo il duro sguardo azzurro che gli trafiggeva le spalle, pieno di risentimento per l'abbandono.
Quella notte fu tormentato dall'angoscia di quello che sarebbe potuto succedere al piccolo animale indifeso. Immagini di tempeste di ghiaccio e feroci animali gli affollarono la mente, impedendogli di prendere sonno. Quando, dopo parecchie ore, si addormentò, sognò volpi e lupi neri che sbranavano il drago con zanne insanguinate.
Alle prime luci dell'alba, Eragon uscì di corsa dalla casa con cibo e altre pezze di stoffa per isolare meglio il rifugio. Trovò il drago sano e salvo, che osservava il sorgere del sole dall'alto di un ramo. Eragon ringraziò con fervore tutti gli dei, noti e sconosciuti. Il drago scese mentre lui si avvicinava e gli balzò in braccio, rannicchiandosi contro il suo petto. Il freddo non lo aveva infastidito, ma sembrava spaventato. Emise dalle narici un breve sbuffo di fumo nero. Eragon lo accarezzò e si sedette con la schiena appoggiata al sorbo rosso, mormorando dolcemente. Restò immobile mentre il drago gli ficcava la testa sotto la giacca. Dopo un po' si sciolse dall'abbràccio e gli salì sulla spalla. Eragon gli diede da mangiare, poi sistemò altri stracci sulla piccola capanna. Giocarono insieme per un po': ma Eragon doveva tornare a casa presto.
Ben presto si definì una confortevole serie di abitudini. Ogni mattina Eragon andava all'albero e dava da mangiare al drago; poi tornava in fretta a casa. Si dedicava con impegno ai suoi diversi compiti per finire presto e tornare dal drago. Garrow e Roran notarono il suo comportamento e gli domandarono come mai passava tanto tempo fuori. Lui si limitò a scrollare le spalle, ma da quel momento cominciò a controllare che nessuno lo seguisse.
Dopo i primi giorni, cessò di preoccuparsi che al drago potesse capitare una disgrazia. La sua crescita fu esplosiva: ancora qualche tempo e sarebbe stato al sicuro da quasi tutti i pericoli. Raddoppiò di taglia nella prima settimana. Quattro giorni dopo gli arrivava al ginocchio. Non entrava più nella piccola capanna sul sorbo, e così Eragon fu costretto a inventare un nuovo rifugio nascosto, sul terreno. Gli ci vollero tre giorni.
Quando il drago ebbe due settimane, dovette lasciarlo libero di vagare da solo, perché aveva bisogno di molto più cibo. La prima volta che lo slegò, fu solo grazie alla volontà che gli impedì di seguirlo alla fattoria. Ogni volta che la creatura tentava di farlo, lui la respingeva con la mente, finché il drago non imparò a evitare la casa e i suoi abitanti.
Eragon fece capire al drago l'importanza di cacciare soltanto sulla Grande Dorsale, dove erano minori le probabilità di essere visto. I contadini l'avrebbero certo notato, se dalla Valle Palancar cominciava a sparire la selvaggina. Quando il drago si allontanava, Eragon si sentiva più sicuro, ma anche più inquieto.
Il contatto mentale che aveva con la creatura si rafforzava giorno dopo giorno; scoprì che, sebbene il drago non comprendesse le sue parole, poteva comunicare con lui attraverso immagini o emozioni. Certo, era un metodo approssimativo, che si prestava agli equivoci. Nel frattempo, il raggio entro cui potevano toccarsi la mente a vicenda si espandeva in fretta; Eragon riusciva ormai a mettersi in contatto con il drago a una distanza di tre leghe. Lo faceva spesso e il drago, a sua volta, gli sfiorava piano la mente. Queste mute conversazioni gli riempivano le ore di lavoro; c'era sempre una piccola parte di lui connessa con il drago, ignorata a volte, però mai dimenticata. Quando parlava con altre persone, il contatto lo distraeva, come una mosca che gli ronzasse nell'orecchio. Via via che il drago maturava, i suoi squittii divennero ruggiti, e il debole mormorio di gola un cupo rombo: eppure non sputava ancora fuoco, e questo impensieriva Eragon. Lo aveva visto sbuffare fumo, quando era nervoso, ma una fiammella mai.
Alla fine del mese, la spalla del drago arrivava al gomito di Eragon. In quel breve arco di tempo, si era trasformato da una piccola e indifesa creatura in una bestia possente. Le sue squame erano dure come maglie di un'armatura, le zanne affilate come pugnali.
Eragon faceva lunghe passeggiate la sera, con il drago che gli trotterellava accanto. Quando trovavano una radura, lui si sedeva con la schiena contro un albero e osservava il drago librarsi in aria. Amava vederlo volare e si rammaricava che non fosse ancora abbastanza grande da poter essere cavalcato. Spesso si sedeva accanto al drago e gli massaggiava il collo; sentiva i nervi e i muscoli contrarsi sotto le sue dita.
Malgrado gli sforzi di Eragon, il bosco intorno alla fattoria prese a riempirsi di indizi dell'esistenza del drago. Èra impossibile cancellare tutte le enormi impronte nella neve, e il ragazzo non provò neppure a seppellire le montagne di escrementi che il drago disseminava ovunque. L'animale si grattava contro gli alberi, strappando lunghi brandelli di corteccia, e si affilava gli artigli sui tronchi abbattuti, incidendo solchi profondi. Se Garrow o Roran si fossero avventurati nella foresta ai margini della fattoria, lo avrebbero scoperto. Eragon non riusciva a immaginare modo peggiore per venire a conoscere la verità; così decise di giocare d'anticipo e spiegare tutto.
Ma prima voleva fare due cose: dare al drago un nome adeguato e imparare quante più cose possibili sui draghi, E per questo doveva parlare con Brom, maestro di epica e di leggende, gli unici luoghi dove sopravvivevano le tradizioni dei draghi.
E così, quando Roran decise di andare a Carvahàll per farsi riparare uno scalpello, Eragon si offrì di accompagnarlo.
La sera prima di partire, Eragon andò in una piccola radura nella foresta e chiamò il drago col pensiero. Dopo un istante, scorse un puntino lontano nel cielo scuro. Il drago scese in picchiata verso di lui, frenò all'improvviso e rimase sospeso sulle chiome degli alberi, Eragon udì il basso sibilo dell'aria contro le sue ali. La creatura calò in lente spirali e atterrò alla sua sinistra con un tonfo discreto, agitando le ali per recuperare l'equilibrio.
Eragon dilatò la mente, non ancora del tutto abituato a quella strana sensazione, e disse al drago che stava partendo. Il drago sbuffò, irrequieto. Il ragazzo cercò di calmarlo con un'immagine mentale rassicurante, ma il drago frustò l'aria con la coda, insoddisfatto, Eragon gli posò una mano sulla spalla, sforzandosi di emanare pace e serenità. Le squame si gonfiarono sotto le sue dita. Una sola parola risuonò nella sua mente, limpida e profonda.
Eragon.
Era solenne e triste, come se fosse stato appena suggellato un patto. Guardò il drago e si sentì formicolare il braccio.
Eragon.
Si sentì lo stomaco stretto in una morsa mentre gli occhi color zaffiro lo scrutavano, insondabili. Per la prima volta non pensò al drago come a un animale. Era qualcos'altro, qualcosa di diverso. Si alzò e tornò a casa di corsa, cercando di sfuggire al drago. Il mio drago.
Eragon.
TÉ PER DUE
R
oran ed Eragon si separarono alla periferia di Carvahall. Eragon s'incamminò lentamente verso ria casa di Brom, immerso nei propri pensieri. Giunto sulla soglia, alzò una mano per bussare.
Una voce gracchiò: «Che cosa vuoi, figliolo?»
Eragon si volse di scatto. Alle sue spalle c'era Brom, appoggiato a un lungo bastone ricurvo, adorno di strani intagli. Indossava un mantello marrone col. cappuccio, come quello di un frate. Dalla logora cintura di pelle gli pendeva una bisaccia. Il volto era dominato dal naso adunco, che ombreggiava la lunga barba bianca; gli occhi erano incassati sotto la fronte sporgente. Scrutò Eragon, in attesa di una risposta.
«Informazioni» disse Eragon. «Roran è andato a farsi riparare uno scalpello, e io ho un po' di tempo libero. Sono venuto a farti alcune domande.»
Il vecchio tese la mano destra verso la porta, borbottando qualcosa. Eragon notò un anello d'oro scintillare sulle sue dita, e la luce si riflette sullo zaffiro incastonato, mettendo in risalto lo strano simbolo che vi era inciso. «Vieni; dentro potremo parlare meglio. Le tue domande sembrano non avere mai fine.» L'interno della casa era più nero del carbone, e l'aria era satura di un odore acre. «Facciamo un po' di luce.» Eragon sentì il vecchio muoversi, poi lanciare un'imprecazione mentre qualcosa cadeva. «Ecco fatto.» Balenò una scintilla; una fiammella si accese.
Brom era in piedi accanto a un caminetto di pietra e reggeva una candela. Pile di libri circondavano uno scranno di legno intagliato con un alto schienale e le zampe a forma di artigli d'aquila. Il sedile e lo schienale erano rivestiti di pelle incisa secondo un motivo spiraleggiante di rose. C'erano altre piccole sedie sparse per la stanza, sepolte sotto cumuli di pergamene; lo scrittoio era invaso da una serie di calamai e penne sparse. «Siediti dove vuoi, ma in nome dei re perduti, stai attento . Questa roba è preziosa.»
Eragon scavalcò un mucchio di pagine ingiallite coperte di rune. Spostò con cautela alcune pergamene crepitanti da una sedia e le posò a terra. Quando si sedette, si levò una nuvola di polvere. Soffocò uno starnuto.
Brom si chinò e accese il camino con la candela. «Bene! Non c'è niente di meglio che sedersi davanti al fuoco per conversare.» Gettò indietro il cappuccio, ed Eragon si accorse che i suoi capelli non erano bianchi, ma d'argento. Il vecchio mise una teiera sul fuoco e prese posto sullo scranno. «Dunque, cosa volevi sapere?» Si rivolse al ragazzo in tono brusco, ma non scortese. «Be'» cominciò Eragon, cercando il modo migliore per affrontare l'argomento. «sento sempre parlare dei Cavalieri dei Draghi e delle loro gesta. Sembra che tutti vogliano il loro ritorno, ma non ho mai saputo come hanno cominciato, da dove vennero i draghi né che cosa rese speciali i Cavalieri... a parte i draghi, naturalmente.»
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