Volodyk - Paolini1-Eragon.doc

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«Per noi o per loro?»

«Per loro» disse Morn, mentre voci concitate si levavano dai tavoli, Eragon se ne andò quando la discussione minacciava di degenerare. La porta si richiuse alle sue spalle con un tonfo, smorzando le grida. Il sole si stava tuffando dietro l'orizzonte; le case stampavano lunghe ombre sul terreno. Mentre camminava per la via principale, Eragon scorse Roran e Katrina in un vicolo. Roran disse qualcosa che Eragon non riuscì a sentire, Katrina abbassò lo sguardo e rispose in un sussurro, poi si alzò in punta di piedi e lo baciò, prima di allontanarsi in tutta fretta, Eragon si avvicinò a Roran e lo canzonò: «Hai passato un bel pomeriggio?» Roran borbottò vago e s'incamminò.

«Hai sentito cosa dicono gli erranti?» gli domandò Eragon, seguendolo. La maggior parte degli abitanti del villaggio era in casa, a trattare con i mercanti o ad aspettare la sera per l'esibizione dei trovatori.

«Sì.» Roran pareva distratto. «Cosa ne pensi di Sloan?»

«Credevo che fosse evidente.»

«Si scatenerà un pandemonio quando saprà di me e Katrina» disse Roran. Un fiocco di neve atterrò sul naso di Eragon, che alzò lo sguardo. Il cielo era diventato grigio. Non gli venne in. mente niente da dire. Roran aveva ragione. Gli posò una mano sulla spalla e continuò a camminare con lui lungo la stradina.

La cena a casa di Horst fu molto piacevole. Tutti conversarono e risero amabilmente; liquori dolci e birra forte, bevuti in dosi massicce, contribuirono a riscaldare l'atmosfera. Svuotati i piatti, gli ospiti di Horst uscirono, diretti all'accampamento degli erranti. Un anello di pali conficcati nel terreno, sormontati da candele, delimitava un ampio cerchio. I falò ardevano tutt'intorno, creando ombre danzanti. Gli abitanti del villaggio si radunarono nello spiazzo e attesero al freddo. I trovatori uscirono schiamazzando dalle loro tende, nei loro vestiti ricchi di nappe, seguiti da menestrelli più anziani, vestiti in modo più sobrio. I menestrelli suonarono e raccontarono le storie, mentre i giovani recitavano nei ruoli diversi. Le prime rappresentazioni furono puro spettacolo: licenziose, umoristiche, una serie di scenette ridicole e personaggi grotteschi. Ma quando le candele cominciarono a sfrigolare e tutti si strinsero in un cerchio più piccolo, si fece avanti Brom, il vecchio cantastorie. Una folta barba bianca gli copriva il torace, e sulle spalle curve portava un mantello che gli nascondeva il corpo. Allargò le braccia, le mani tese come artigli, e così recitò:

«Le sabbie del tempo non si fermano. Gli anni passano, volenti o nolenti... ma noi possiamo ricordare. Quel che è perduto rivive nelle nostre memorie. Ciò che ascolterete sarà imperfetto e lacunoso, ma serbatelo come un tesoro, poiché senza di voi non esisterebbe. Vi narrerò una storia a lungo dimenticata, celata nella nebbia incantata dei tempi.»

I suoi occhi penetranti scrutarono i volti attenti; per qualche istante si soffermarono su Eragon. «Prima della nascita dei padri dei vostri nonni, e sì, prima ancora dei loro padri, sorsero i Cavalieri dei Draghi. Per migliaia di anni svolsero con successo la nobile missione di proteggere e difendere il popolo. La loro abilità in battaglia era ineguagliabile, poiché ciascuno possedeva la forza di dieci uomini. Erano immortali, pur essendo vulnerabili alla spada o al veleno. Usavano i loro poteri solo a fin di bene, e sotto la loro tutela vennero costruite grandi ', città e innalzate torri di roccia viva. Grazie alla pace che essi mantenevano, la terra prosperava. Fu un'epoca d'oro. Gli elfi erano nostri alleati, i nani nostri amici. Le città traboccavano di opulenza, e gli uomini godevano di grande prosperità. Ma piangete, amici... poiché tutto questo era destinato a non durare.»

Brom abbassò lo sguardo e la sua voce s'incrinò, velata da una grande tristezza.

«Sebbene nessun nemico potesse distruggerli, non seppero guardarsi da se stessi. E venne il giorno in cui, al culmine della loro potenza, nacque un maschio di nome Galbatorix nella provincia di Inzilbèth, che non esiste più.. All'età di dieci anni venne messo alla prova, com'era usanza, e si scoprì che possedeva un grande potere. I Cavalieri lo accolsero come uno di loro. «Lo istruirono e lo addestrarono, e il giovane si dimostrò superiore a tutti gli altri allievi. Di mente acuta e fisico gagliardo, in breve tempo conquistò il suo posto fra i ranghi dei Cavalieri. Qualcuno considerò pericolosa quella sua rapida ascesa e ammonì gli altri, ma i Cavalieri ignorarono la cautela, poiché il potere li aveva resi arroganti. Ahimè, quel giorno fu concepita la sventura. «Poco dopo aver completato l'addestramento. Galbatorix intraprese un viaggio insieme a due amici. Volarono a nord, notte e giorno, ed entrarono nel territorio degli Urgali, pensando, stolti, che i loro nuovi poteri li avrebbero protetti. Su una spessa coltre di ghiaccio, che nemmeno il sole d'estate aveva sciolto, furono colti nel sonno da un'imboscata. I suoi amici e i loro draghi vennero massacrati, e anche Galbatorix subì gravi ferite, ma riuscì lo stesso a uccidere i suoi aggressori. Purtroppo, durante la battaglia, una freccia vagante colpì il cuore del suo drago. Egli non conosceva le arti per salvarla, e la povera creatura spirò fra le sue braccia, Ecco come venne piantato il seme della follia.»

Il cantastorie si strinse le mani e si guardò intorno lentamente, il volto illuminato appena dalle tremule luci dei falò. Il racconto proseguì come la triste recita di un requiem.

«Solo, fiaccato nel corpo e nello spirito, impazzito di dolore. Galbatorix vagò disperato in quella landa desolata, invocando la morte. Ma la morte non rispose, malgrado egli si avventasse impavido contro ogni forma vivente. Gli Urgali e gli altri mostri impararono presto a fuggire quell'essere tormentato. Nel frattempo Galbatorix cominciò a credere che i Cavalieri gli avrebbero assegnato un altro drago. Spinto da questo pensiero, intraprese l'ardua via del ritorno, a piedi, attraverso la Grande Dorsale. Gli ci vollero mesi per valicare il territorio che aveva sorvolato senza affanni sul dorso di un drago. Poteva ancora fare ricorso alla magia per cacciare, ma spesso camminava in luoghi dove gli animali non passavano. Quando infine giunse ai piedi delle montagne, era prossimo alla morte. Un contadino lo trovò svenuto nel fango e convocò i Cavalieri.

«Lo portarono privo di sensi nelle loro terre, e il suo corpo fu sanato. Dormì quattro giorni. Al risveglio, nulla faceva supporre che fosse impazzito. Quando venne condotto davanti al consiglio riunitosi per giudicarlo. Galbatorix chiese un altro drago. La disperazione della sua richiesta rivelò la sua follia, e il consiglio lo riconobbe per quello che era. Di fronte a tale diniego. Galbatorix, attraverso la lente distorta della sua mente malata, cominciò a credere che fosse colpa dei Cavalieri se il suo drago era morto. Da quel momento, lunghe notti passò a escogitare il piano per la vendetta.»

La voce di Brom divenne un sussurro ipnotico.

«Trovò un Cavaliere solidale, e le sue parole insidiose misero radici. Con ragionamenti persuasivi e l'uso di oscuri segreti appresi da uno Spettro, istigò il Cavaliere contro gli anziani. Insieme ne attirarono uno con l'inganno in un'imboscata e lo assassinarono. Quando l'empio gesto fu compiuto. Galbatorix si rivolse contro il suo complice e lo uccise. I Cavalieri lo trovarono con le mani ancora grondanti di sangue. Dalle sue labbra si levò un grido straziante, e fuggì nella notte. Poiché la follia lo aveva reso ancora più scaltro, i Cavalieri non riuscirono a scovarlo. «Per anni si nascose fra le terre desolate come un animale braccato, vigilando di continuo. Il suo atroce gesto non fu dimenticato, ma col tempo i Cavalieri abbandonarono le ricerche. Per un infausto capriccio della sorte, egli incontrò un giovane Cavaliere, Morzan, forte di muscoli ma debole di cervello. Galbatorix convinse Morzan a lasciare aperto uno dei cancelli di Ilirea, che ora si chiama Urù'baen. Nottetempo. Galbatorix s'introdusse furtivamente nella cittadella e rubò un cucciolo di drago. «Insieme al suo nuovo discepolo. Galbatorix si nascose in un luogo maledetto, dove i Cavalieri non osavano avventurarsi, Morzan divenne apprendista di oscuri segreti e incantesimi proibiti, che non avrebbero mai dovuto essere rivelati. Quando la sua formazione fu completa e il drago nero di Galbatorix, Shruikan, raggiunse la piena maturità. Galbatorix si rivelò al mondo, con Morzan al suo fianco. Insieme combatterono ogni Cavaliere che incontrarono sul cammino. Ogni assassinio accresceva la loro forza. Dodici Cavalieri si unirono a Galbatorix per desiderio di potere e di vendetta contro presunti torti subiti. I dodici, con Morzan, divennero i Tredici Rinnegati. I Cavalieri furono colti di sorpresa e perirono sotto i loro attacchi. Anche gli elfi combatterono aspramente contro Galbatorix, ma vennero sopraffatti e costretti a fuggire nei loro luoghi segreti, da cui non sono più tornati.

«Soltanto Vrael, capo dei Cavalieri, riuscì a resistere a Galbatorix e ai Rinnegati. Vecchio e saggio, lottò per impedire che gli ultimi draghi cadessero nelle mani nemiche. Durante l'ultima battaglia, davanti alle porte di Dorù Areaba. Vrael sconfisse Galbatorix, ma al momento del colpo di grazia esitò. Galbatorix approfittò della circostanza e lo trafisse al fianco. Ferito e sofferente. Vrael si rifugiò sul Monte Utgard, dove sperava di recuperare le forze. Purtroppo Galbatorix lo trovò. Questa volta, durante il duello. Galbatorix gli sferrò un calcio all'inguine, e grazie a quel colpo sleale riuscì a fargli perdere l'equilibrio e gli recise la testa di netto.

«Mentre il potere gli ribolliva nelle vene. Galbatorix si autoproclamò re di tutta l'Alagasëia. «E da quel giorno ci governa.»

Concluso il racconto. Brom si ritirò con gli altri trovatori. Eragon credette di vedere una lacrima brillare sulla guancia del vecchio. La folla si divise per tornare al villaggio, mormorando. Garrow disse a Eragon e Roran: «Consideratevi fortunati. Io non ho ascoltato questa storia che un paio di volte in vita mia. Se l'Impero sapesse che Brom l'ha recitata, non vivrebbe tanto da vedere la prossima luna.»

UN DONO DEL FATO

L

a sera dopo il ritorno da Carvahall, Eragon decise di sottoporre la pietra a qualche esperimento, come i aveva fatto Merlock. Solo, nella sua stanza, la posò sul letto insieme a tre arnesi. Cominciò con un piccolo mazzuolo di legno e la picchiò delicatamente. La pietra

emise un lieve suono argentino. Soddisfatto, la colpì con il secondo attrezzo, un pesante martello, e ne uscì un mesto rintocco. Infine usò uno scalpello, che non riuscì a scalfire né a graffiare la pietra, ma produsse un suono limpidissimo. Mentre la nota svaniva, gli parve di udire un debole squittio. Merlock ha detto che la pietra era cava; potrebbe contenere qualcosa di prezioso. Però non so come aprirla. Chiunque l'abbia lavorata deve aver avuto una buona ragione per farlo, ma chi l'ha mandata sulla Grande Dorsale non si è dato la pena di recuperarla, oppure non sa dove si trova. Ma non credo che un mago con tanto potere da spostare in quel modo la pietra non sia poi capace di ritrovarla. Allora ero destinato ad averla? Non sapeva darsi una risposta. Rassegnato davanti a quel mistero, ripose gli arnesi e mise di nuovo la pietra sulla mensola.

Quella notte Eragon si svegliò di soprassalto. Drizzò le orecchie. Silenzio. In preda all'inquietudine, infilò la mano sotto il materasso e afferrò il coltello. Aspettò qualche minuto, poi sprofondò di nuovo nel sonno.

Uno squittio acuto lacerò il silenzio. Un attimo dopo era già in piedi, con il coltello sguainato. Cercò a tentoni la scatola con l'acciarino e accese una candela. La porta della stanza era chiusa. Lo squittio era troppo forte per appartenere a un topo o a un ratto, ma controllò lo stesso sotto il letto. Niente. Si sedette sul bordo del materasso e si strofinò gli occhi. Un altro squittio lo fece sobbalzare.

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