Volodyk - Paolini1-Eragon.doc
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Una volta raggiunta la piccola valle, incordò l'arco e prese tre frecce. Ne incoccò una, reggendo le altre due nella sinistra. La luce lunare rivelò una ventina di sagome immobili: i cervi che riposavano sull'erba. La femmina che cercava era ai margini del branco, la zampa ferita tesa davanti a sé. Eragon si avvicinò silenzioso, tenendo pronto l'arco. Tutta la fatica dei tre giorni precedenti lo aveva guidato a quel momento. Inspirò a fondo prima di scoccare la freccia: e un'esplosione squarciò la notte.
Il branco si alzò di scatto e prese a fuggire in tutte le direzioni. Eragon si slanciò all'inseguimento sul prato, mentre un vento impetuoso gli sferzava il viso. Si fermò e scoccò una freccia contro la zoppicante femmina in fuga. La mancò di un soffio; la freccia si perse sibilando nel buio. Il ragazzo imprecò e si volse per prendere un'altra freccia.
Alle sue spalle, dove pochi istanti prima riposava il branco di cervi, si allargava un ampio spiazzo d'erba e alberi bruciati. Molti pini avevano perso gli aghi. L'erba fuori dal cerchio annerito era schiacciata. Una voluta di, fumo si alzò, emanando un forte odore di bruciato. Al centro dello spiazzo devastato c'era una lucida pietra blu. La nebbia serpeggiò nell'area incenerita, accarezzando la pietra con tentacoli impalpabili.
Eragon attese diversi minuti che il pericolo si mostrasse, ma runica cosa che si muoveva era la nebbia. Con estrema cautela, allentò la presa sull'arco e avanzò. La luna proiettava una pallida luce quando il ragazzo si fermò davanti alla pietra. La toccò con la punta di una freccia, poi fece un balzo indietro. Non successe nulla. Si fece coraggio e la raccolse.
La natura non avrebbe mai potuto levigare una pietra in quel modo. La sua superficie perfetta era di un blu intenso, venato da una sottile ragnatela di striature bianche. La pietra era fredda e liscia al tatto, come seta solidificata. Lunga circa un piede, di forma ovale, pesava qualche libbra, ma era più leggera di quanto si fosse aspettato.
La pietra lo affascinava e turbava al tempo stesso. Da dove viene? Ha uno scopo? All'improvviso gli attraversò la mente un pensiero ancora più inquietante: È caduta per caso, o ero destinato a trovarla? Se le antiche leggende gli avevano insegnato qualcosa, era che la magia e chi ne faceva uso dovevano essere trattati con cauto rispetto.
Ma cosa devo fare di questa pietra? Sarebbe stato faticoso trasportarla, e chissà, magari anche pericoloso. Forse doveva lasciarla dov'era. Si sentì pervadere da un fremito di indecisione, fu lì lì per lasciarla cadere, quando qualcosa lo trattenne. Se non altro, mi servirà a comprare del cibo. Scrollò le spalle e infilò la pietra nello zaino.
La valletta era troppo esposta per accamparsi al sicuro, così tornò nella foresta e si preparò un giaciglio sotto le radici divelte di un albero caduto. Dopo una cena fredda a base di pane e formaggio, si avvolse nelle coperte e si addormentò pensando a quanto era accaduto.
LA VALLE PALANCAR
I
l mattino dopo, il sole sorse in un'abbagliante esplosione di rosa e giallo. L'aria era salubre, dolce, e molto fredda. Le rive dei torrenti erano coperte di brina, e i piccoli stagni erano del tutto gelati. Eragon mangiò una scodella di pappa d'avena per colazione, poi tornò nella valletta per
osservare di nuovo l'area bruciata. La luce del mattino non rivelò altri dettagli, così si avviò verso casa.
Il vecchio sentiero di caccia si distingueva a malapena, e in alcuni punti scompariva del tutto; tracciato dal passaggio degli animali, spesso si annodava su se stesso o si perdeva in lunghe deviazioni, ma restava pur sempre la via più rapida per uscire dalle montagne.
La Grande Dorsale era uno dei rari luoghi che re Galbatorix non poteva includere nei propri domini. Ancora si narrava la tetra leggenda secondo cui metà del suo esercito era scomparso dopo essere entrato nell'antica foresta, sempre avvolta da un alone di misteriosa sventura. Sebbene gli alberi crescessero abbondanti e il sole splendesse sereno, erano pochi coloro che sostavano a lungo sulla Grande Dorsale senza subire un.incidente di qualche sorta, Eragon era uno di quei pochi. In cuor suo il ragazzo non era convinto di possedere chissà quale talento: attribuiva la sua buona sorte alla costante vigilanza e ai suoi pronti riflessi. Vagava sulle montagne da anni; non ne aveva paura, ma le considerava con una sorta di cauto rispetto. Ogni volta che credeva di aver scoperto tutti i loro segreti, accadeva sempre qualcosa che ridimensionava la sua presunzione di conoscerle a fondo: come la comparsa della pietra.
Andando di buon passo, si lasciò alle spalle parecchie leghe. A tarda sera raggiunse l'orlo di un precipizio: in fondo spumeggiava 1'Anora, il fiume che attraversava la Valle Palancar. Alimentato da centinaia di torrenti, era come un essere vivente dotato di forza bruta, che lottava contro ogni scoglio o macigno che gli sbarrasse la via, brontolando a gran voce.
Eragon si accampò in un boschetto vicino al burrone e contemplò a lungo la luna prima di addormentarsi.
Passò ancora un giorno e mezzo; il freddo aumentava, Eragon viaggiava spedito, senza badare alla natura che lo circondava. Poco dopo mezzogiorno sentì il fragore delle Cascate di Iguàlda, che cancellava ogni altro suono. Il sentiero lo condusse vicino a una cresta rocciosa e viscida, che il fiume lambiva impetuoso prima di precipitare e frangersi sulle colline verdeggianti. Davanti a lui si estendeva la Valle Palancar, vasta e piatta come una mappa dispiegata. La base delle Cascate di Igualda, oltre mezzo miglio più sotto, era il punto più a nord della valle. A poca distanza dalle cascate sorgeva Carvahall, un grumo di edifici scuri. Dai comignoli si levavano bianchi fili di fumò, come a sfidare il panorama selvaggio. Da quell'altezza le fattorie apparivano come tanti quadretti non più grandi del suo polpastrello; la terra attorno era marrone, giallastra dove l'erba secca ondeggiava nel vento. Dalle cascate, l'Anora proseguiva il suo corso sinuoso fino all'estremità sud della Valle Palancar, un nastro d'argento che rifletteva i raggi del sole. In lontananza scorreva vicino al villaggio di Therinsford e al solitario Monte Utgard. Poi Eragon sapeva soltanto che curvava a nord per gettarsi in mare.
Dopo la breve sosta, .Eragon prese a scendere lungo il sentiero. Raggiunse il fondo quando il morbido crepuscolo già avvolgeva ogni cosa, sfumando i colori in grigie macchie indistinte. Le luci di Carvahall brillavano nell'oscurità; le case proiettavano lunghe ombre. A parte Theririsford. Carvahall era l'unico altro villaggio della Valle Palancar. Il paese era isolato e circondato da terre aspre e bellissime. Pochi vi si avventuravano, a parte gli erranti e i cacciatori.
Le case erano tozze costruzioni di legno, con tetti bassi di tegole o paglia. Il fumo che usciva dai comignoli diffondeva nell'aria un forte odore di legna. Dalle costruzioni sporgevano ampi portici coperti dove la gente si riuniva per scambi di chiacchiere o affari; poche erano le finestre illuminate, da una candela o da una lampada accesa. Eragon sentì degli uomini parlare ad alta voce nella fredda aria serale, e donne che andavano a recuperare i mariti e li rimproveravano perché erano in ritardo. Il ragazzo proseguì verso la bottega del macellaio, une grossa capanna di larghe assi di legno. Il comignolo eruttava un denso fumo nero.
Aprì la porta. L'ambiente spazioso era riscaldato e illuminato da un fuoco che scoppiettava nel caminetto di pietra. Lungo la parete in fondo correva un bancone disadorno; sul pavimento era sparsa della paglia; Tutto era scrupolosamente pulito, come se il proprietario amasse trascorrere il suo tempo liberò alla ricerca del più minuscolo granello di polvere. Dietro al bancone c'era il macellaio Sloan, un ometto che indossava una camicia di cotone e un grembiule macchiato di sangue. Dalla cintura gli pendeva un'impressionante serie di coltelli. Sul volto giallastro e butterato spiccavano occhietti neri e sospettosi. Stava pulendo il banco con uno straccio.
Sloan fece una smorfia non appena vide entrare Eragon. «Bene bene, il divìn cacciatore è tornato fra noi poveri mortali. Quante prede hai ucciso questa volta?»
«Nessuna» tagliò corto Eragon. Non gli era mai piaciuto Sloan. Il macellaio lo trattava sempre come se fosse un essere spregevole, Sloan era vedovo, e l'unica persona che gli stava a cuore era sua figlia Katrina.
«Sono sorpreso» disse Sloan, ostentando falso stupore. Gli volse la schiena per raschiare qualcosa dal muro. «Ed è questa la ragione per cui sei venuto?»
«Sì» ammise Eragon con aria mesta.
«In tal caso, vediamo prima i soldi.» Sloan tamburellò con le dita sul banco, in attesa, ma Eragon rimase in silenzio, spostando il peso del corpo da un piede all'altro. «Avanti.., li hai o no?» «Non ho soldi, ma...»
«Cosa? Niente soldi?» lo interruppe il macellaio. «E vorresti comprare della carne! Pensi forse che gli altri negozianti regalino così la loro merce? Dovrei darti la carne senza farti pagare? E poi è tardi» disse in tono brusco. «Torna domani con ì soldi. Per oggi ho chiuso.»
Eragon lo guardò con ostilità. «Non posso aspettare fino a domani, Slòan. Però ti assicuro che quello che ho trovato ti ricompenserà ampiamente.» Estrasse la pietra dallo zaino con un gesto teatrale e la depose con delicatezza sul bancone scalfito, dove sfavillò di luce riflessa dalle fiamme tremolanti.
«Rubato, piuttosto» borbottò Sloan, esaminando l'oggetto con interesse.
Eragon ignorò il commento e disse: «Basta?»
Sloan prese la pietra e la soppesò con aria pensosa; fece scorrere le dita sulla sua superficie levigata e ne scrutò le venature candide. Con uno sguardo perplesso, la rimise sul banco. «Bella, ma quanto vale?»
«Non lo so» ammise Eragon. «ma nessuno si sarebbe preso la briga di lavorarla così bene se non valesse niente, ti pare?»
«Mi pare» ribatte Sloan spazientito. «Ma quanto vale? Visto che non lo sai, ti suggerisco di trovare un mercante che lo sappia, oppure di accettare la mia offerta di tre corone.»
«Che miseria! Deve valere almeno dieci volte tanto» protestò Eragon. Tre corone sarebbero bastate a comprare carne per appena una settimana.
Sloan scrollò le spalle. «Se non ti piace la mia offerta, aspetta l'arrivo degli erranti. E comunque ne ho abbastanza di questa conversazione.»
Gli erranti erano un gruppo nomade di mercanti e saltimbanchi che passavano da Carvahall ogni primavera e inverno. Compravano le eccedenze di quanto gli artigiani e i contadini locali fabbricavano e coltivavano, e vendevano loro il necessario per sopravvivere un altro anno: sementi, animali, stoffe, scorte di sale e zucchero.
Ma Eragon non poteva aspettare il loro arrivo: ci sarebbe voluto ancora troppo tempo, e la sua famiglia aveva bisogno della carne subito. «D'accordo, accetto» sibilò.
«Bene, ti vado a prendere la carne. Non che abbia importanza, ma dove l'hai trovata?» «Due notti fa, sulla Grande Dorsa...»
«Fuori!» esclamò Sloan, e respinse la pietra. Arretrò fino all'estremità opposta del bancone e si diede a ripulire certe vecchie macchie di sangue da un coltello.
«Perché?» chiese Eragon, attirando a sé la pietra, come per proteggerla dall'ira di Sloan. «Non voglio aver niente a che fare con quelle dannate montagne! Porta quella tua pietra stregata da qualche altra parte.» La mano di Sloan scivolò all'improvviso, e il macellaio si tagliò un dito, ma non parve farci caso. Continuò a strofinare la lama, macchiandola di sangue fresco. «Ti rifiuti di vendermi la carne?»
«Già! A meno che non me la paghi con moneta sonante» grugnì Sloan, puntando il coltello verso Eragon, senza smettere di indietreggiare. «Vattene, prima di finire sventrato!»
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