Volodyk - Paolini1-Eragon.doc

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Vicino al letto c'era una serie di mensole che aveva riempito di oggetti collezionati nel corso degli anni. Frammenti contorti di alberi, strane conchiglie, sassi spezzati che rivelavano un interno scintillante, steli d'erba secca intrecciati. Il suo oggetto preferito era una radice intricata: non si stancava mai di guardarla. Il resto della camera era spoglio, fatta eccezione per un cassettone e un catino.

Si infilò gli stivali e fissò il pavimento, pensieroso. Quello era un giorno speciale. Più o meno a quell'ora, sedici anni prima, sua madre Selena era arrivata a Carvahall, sola e incinta. Era stata via sei anni, e li aveva passati di città in città. Al suo ritorno, indossava abiti costosi e i suoi capelli erano racchiusi in una rete di perle. Aveva cercato il fratello. Garrow, e gli aveva chiesto di restare con lui fino alla nascita del bambino, che avvenne cinque mesi dopo. Appena dopo il parto, con le lacrime agli occhi, Selena chiese a Garrow e Marian di allevarle il piccolo. I due, esterrefatti, chiesero spiegazioni e fecero domande, ma la sua unica risposta, tra i singhiozzi, fu: «Devo.» Le sue suppliche diventarono sempre più disperate, e alla fine la coppia acconsentì. La madre lo chiamò Eragon; il giorno dopo partì di buon'ora e non fece mai più ritorno.

Eragon ricordava ancora quello che aveva provato quando Marian gli aveva raccontato la storia, prima di morire. Scoprire che Garrow e Marian non erano i suoi veri genitori l'aveva turbato nel profondo. Cose che in precendenza aveva considerato ovvie e immutabili all'improvviso erano precipitate nell'abisso del dubbio. Col tempo aveva imparato a convivere con questo pensiero, ma aveva sempre covato l'insidioso sospetto di non essere stato all'altezza di sua madre. Sono sicuro che avesse una buona ragione per lasciarmi: vorrei solo sapere quale.

Un'altra domanda lo tormentava: chi era suo padre? Selena non l'aveva detto a nessuno, e chiunque egli fosse, non era mai venuto a cercarlo. Avrebbe tanto voluto saperlo, almeno per poter avere un vero nome. Sarebbe stato bello conoscere il proprio retaggio.

Sospirò e andò al catino. Immerse le mani nell'acqua e si spruzzò il viso. Tremò nel sentire le gocce scorrergli sul collo. Rinvigorito, prese la pietra da sotto il letto e la posò su una mensola. La luce del mattino accarezzò la sua superficie perfetta, proiettando una morbida ombra sulla parete. Eragon la toccò un'ultima volta e poi corse in cucina, desideroso di stare con la sua famiglia. Garrow e Roran erano già svegli, e mangiavano pollo. Quando Eragon li salutò. Roran si alzò con un sorriso. Roran aveva due anni più di Eragon, Era un giovanotto robusto e muscoloso che faceva sempre attenzione a come si muoveva. Se fossero stati veri fratelli, non avrebbero potuto essere più legati. «Sono felice che tu sia tornato. Com'è andato il viaggio?»

«Un fiasco» rispose Eragon. «Lo zio ti ha raccontato cosa è successo?» Prese uh pezzo di pollo e lo divorò con grande appetito.

«No» disse Roran, e subito dopo venne messo, al corrente dei fatti. Insistette tanto per vedere subito la pietra che Eragon lasciò il piatto a metà per accompagnarlo nella sua stanza e mostrargliela. Dopo qualche istante di esclamazioni di meraviglia e piacere. Roran gli domandò, nervoso: «Hai parlato con Katrina?»

«No, non c'è stata l'occasione, dopo la discussione con Sloan. Ma lei ti aspetta all'arrivo degli erranti. Ho dato il messaggio a Horst; ci penserà lui a riferirglielo.»

«L'hai detto a Horst?» esclamò Roran, incredulo. «Era una faccenda privata. Se avessi voluto farlo sapere a tutti, avrei acceso un falò e usato i segnali di fumo. Se Sloan lo scopre, non mi permetterà più di vederla.»

«Horst terrà il segreto» lo rassicurò Eragon. «Non ha alcuna intenzione di dare a Sloan l'occasione di tormentare qualcuno, meno che mai te.» Roran non parve molto convinto, ma la discussione terminò lì. Tornarono in cucina a finire di mangiare, alla presenza taciturna di Garrow. Poi tutti e tre partirono per il lavoro nei campi.

Il sole era freddo e pallido, avaro di conforto. Sotto il suo occhio vigile portarono l'orzo nel fienile, poi si dedicarono alla raccolta delle zucche, della brassica, delle barbabiètole, dei piselli, delle rape e dei fagioli, che ammassarono nella cantina. Alla fine dell'estenuante giornata, si sgranchirono i muscoli doloranti, felici di aver terminato il raccolto.

Passarono i giorni seguenti a conservare, salare, sgusciare: a preparare le scorte di cibo per l'inverno.

Nove giorni dopo il ritorno di Eragon, dalle montagne si abbattè sulla valle una terribile tempesta di neve. Le raffiche flagellavano la campagna, come bianchi sudari fluttuanti. I tre uomini uscirono di casa soltanto per prendere la legna da ardere e nutrire gli animali, perché temevano di perdersi nella neve turbinante, che impediva di orientarsi nel paesaggio uniforme. Passarono il tempo rannicchiati davanti alla stufa, mentre il vento scuoteva le imposte. Qualche giorno dopo la tempesta cessò, rivelando un mondo misterioso, coperto da una candida coltre.

«Temo che gli erranti non verranno quest'anno, con questo tempaccio» disse Garrow. «Sono già in ritardo. Aspettiamo ancora un po' prima di andare a Carvahall, ma se non arrivano presto, saremo costretti a comprare quello che ci serve al villaggio.» Il suo tono era rassegnato.

Via via che i giorni trascorrevano senza traccia degli erranti, i tre diventavano sempre più ansiosi e taciturni. Sulla casa aleggiava un'atmosfera deprimente.

La mattina dell'ottavo giorno. Roran si avventurò sulla strada e confermò che gli erranti non erano ancora passati. Trascorsero la giornata nei preparativi per il viaggio a Carvahall, racimolando con volti cupi ogni possibile mercé vendibile. Quella sera, per disperazione, Eragon controllò di nuovo la strada. Trovò profondi solchi nella neve, e molte impronte di zoccoli. Tornò a casa di corsa, tutto eccitato, e i preparativi si animarono di una rinnovata vitalità.

Caricarono sul carro quello che potevano vendere prima dell'alba. Garrow ripose i risparmi di un anno in una bisaccia che legò alla cintura. Eragon infilò la pietra avvolta in un panno fra i sacchi di grano, per evitare che venisse sballottata durante il viaggio.

Dopo una colazione frettolosa, attaccarono i cavalli e sgombrarono il sentiero per arrivare alla strada maestra. I carri dei mercanti avevano già spianato i cumuli di neve, e così poterono procedere spediti. A mezzogiorno. Carvahall era già ih vista.

Alla luce del sole, appariva come un piccolo villaggio squallido, echeggiante di grida e risate. Gli erranti si erano accampati in uno spiazzo vuoto dove finivano le case.

Gruppi di carri, tende e falò erano sparsi per il bivaccò, macchie di colore che spiccavano sul candore della neve. I quattro padiglioni dei trovatori risaltavano per i loro decori vivacissimi. Un flusso ininterrotto di gente univa l'accampamento al villaggio.

La folla si aggirava fra due file di tende e bancarelle che ingombravano la via principale. I cavalli nitrivano, infastiditi dal chiasso. La neve era stata tanto pigiata e calpestata da diventare un'uniforme patina grigia, lucida come vetro affumicato; in alcuni punti, i falò l'avevano sciolta. L'aroma delle caldarroste dominava il miscuglio di odori.

Garrow fermò il carro e legò i cavalli al palo di posta, poi trasse alcune monete dalla bisaccia. «Compratevi qualche squisitezza. Roran, fai quello che vuoi, ma trovati da Horst in tempo per la cena. Eragon, prendi la pietra e vieni con me.» Eragon fece un gran sorriso a Roran e s'infilò il denaro in tasca: sapeva già come spenderlo.

Roran si allontanò subito, un'espressione decisa sul volto. Garrow guidò Eragon nella calca, facendosi largo a spintoni. Le donne compravano stoffe, mentre i mariti esaminavano un nuovo lucchetto, un gancio, un attrezzo. I bambini correvano su e giù per la strada, strillando eccitati. I banchi si susseguivano senza ordine, qui uno di coltelli, lì uno di spezie; lunghe file di pentole scintillavano accanto agli oggetti di cuoio.

Eragon osservava gli erranti con curiosità: sembravano meno fiorenti dell'anno prima. I loro bambini avevano sguardi spaventati e diffidenti, e indossavano abiti rattoppati. Gli uomini smagriti portavano spade e pugnali con una nuova disinvoltura, e anche le donne avevano uno stiletto infilato nella cintura.

Che cosa li ha fatti diventare così? E perché sono arrivati in ritardo? si chiese Eragon. Ricordava gli erranti come gente allegra e cordiale, ma ogni traccia della loro giovialità era scomparsa. Garrow si aggirava in cerca dì Merlock, un mercante che vendeva gioielli e ninnoli vari.

Lo trovarono dietro un banco, intento a mostrare alcune spille a un gruppo di donne. Ogni nuovo gioiello veniva salutato da un coro di esclamazioni ammirate, segno che ben presto parecchi borsellini si sarebbero svuotati, Merlock gongolava orgoglioso; aveva una corta barba a punta e movenze agili e garbate, e sembrava considerare il resto del mondo con una nota di disprezzo. Il gruppetto eccitato impediva a Garrow e a Eragon di avvicinarsi; si sedettero su un gradino, in attesa. Non appena videro che Merlock si era liberato, si fecero avanti.

«Che cosa desiderano lor signori?» domandò Merlock. «Un amuleto o un bel monile per una dama?» Con uno svolazzo della tunica, mostrò loro una rosa d'argento finemente lavorata. Il metallo lucido attirò l'attenzione di Eragon, che sgranò gli occhi, rapito. Il mercante proseguì: «Nemmeno tre corone: e pensare che è opera dei famosi artigiani di Belatona.»

Garrow parlò in tono sommesso. «Non vogliamo comprare, ma vendere.» Merlock coprì di nuovo la rosa e li guardò con mutato interesse.

«Capisco. Magari, se il vostro articolo è prezioso, potreste volerlo scambiare con un paio di questi pezzi squisiti.» Fece una pausa, ma Eragon e lo zio esitavano, perciò continuò: «Avete portato l'oggetto in questione?»

«Sì, ma vorremo mostrartelo in disparte» disse Garrow, risoluto.

Merlock inarcò un sopracciglio, ma parlò con voce tranquilla. «In questo caso, permettetemi di invitarvi nella mia tenda.» Raccolse la sua mercanzia e la depose in una cassetta di ferro, che chiuse a chiave. Poi fece loro cenno di seguirlo nell'accampamento. Si fecero strada fra i carri, fino a una tenda leggermente discosta dalle altre. La parte superiore era cremisi mentre il resto era nero, con piccoli triangoli variopinti intrecciati. Merlock sciolse i legacci dell'ingresso e sollevò un lembo. L'interno della tenda era occupato da oggetti di varia natura e da uno strano arredamento: un letto rotondo e tre scranni ricavati da altrettanti ceppi d'albero. Su un cuscino bianco era adagiato un pugnale ricurvo, con un rubino incastonato nell'elsa.

Merlock richiuse il lembo e si volse. «Prego, accomodatevi.» Zio e nipote si sedettero. «Ora spiegatemi il motivo di tanta segretezza.» Eragon aprì l'involto che conteneva la pietra. Merlock tese una mano, con un certo brillio negli occhi, poi si bloccò e chiese: «Posso?» Al cenno affermativo di Garrow, Merlock afferrò la pietra e se la posò in grembo.

Si protese a prendere una cassetta. All'interno c'erano una serie di strumenti di rame, che usò per misurare e pesare la pietra. Poi ne esaminò la superficie con una lente da orafo, la picchiettò delicatamente con un martelletto di legno, e vi passò sopra la punta di un'altra pietra trasparente. Ne misurò la lunghezza e il diametro, e annotò le cifre su una lavagna. Meditò qualche istante e infine chiese: «Sapete quanto vale?»

«No» ammise Garrow. Un lieve spasmo gli percorse la guancia, e l'uomo si assestò sul sedile. Merlock fece una smorfia. «Purtroppo nemmeno io. Ma posso dirvi questo: le venature bianche sono dello stesso materiale azzurro che le circonda, cambia solo il colore. Di quale materiale si tratti, non ne ho idea. È più duro di qualsiasi pietra che abbia mai visto, persino del diamante. Chiunque l'abbia lavorata, deve aver usato degli strumenti che non conosco... o la magia. Ed è cava dentro.»

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