Volodyk - Paolini1-Eragon.doc

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«L'ho sentito dire.» Eragon fece un ampio gesto con la mano. «Come mai vivi quassù? Non è scomodo, restare così isolata? E come hai fatto a portare qui tutta questa roba?»

Angela gettò indietro la testa e rise di gusto. «Vuoi saperlo proprio? Mi nascondo. Quando sono arrivata a Tronjheim, ho passato qualche giorno in pace... finché una delle guardie che mi ha fatto entrare nel Farthen Dùr ha cominciato a raccontare in giro chi sono. A quel punto tutti i maghi di qui, anche se nessuno di loro merita tale appellativo, hanno preso a insistere perché mi unissi alla loro setta segreta. Specie quei due drajl di Gemelli che la controllano. Alla fine ho minacciato di trasformarli in rospi... scusa, in rane, ma quando nemmeno questo li ha fermati, sono salita quassù nel cuore della notte. È stato meno complicato di quanto tu creda, per una con le mie capacità.» «Hai permesso ai Gemelli di esaminarti la mente prima di entrare nel Farthen Dùr?» chiese Eragon. «Io sono stato costretto a lasciarli frugare fra i miei ricordi.»

Un lampo di gelo balenò negli occhi di Angela. «I Gemelli non avrebbero mai osato esaminarmi, per paura di ciò che avrei potuto fare loro. Oh, sì, avrebbero voluto, ma sapevano che lo sforzo li avrebbe ridotti a due mentecatti balbettanti. Frequento questo posto da molto prima che i Varden cominciassero a scrutare la mente delle persone... e non ho alcuna intenzione di consentire che lo facciano adesso.»

Sbriciò nell'altra stanza e disse: «Bene! È stata una conversazione molto istruttiva, ma temo che sia ora che tu te ne vada. La mia pozione di radici di mandragola e lingua di tritone sta per bollire, e devo sorvegliarla. Torna quando avrai tempo, E ti prego, non dire a nessuno che sono qui. Non vorrei dover traslocare di nuovo. Mi seccherebbe parecchio... e tu non vuoi vedermi seccata, vero?» «Manterrò il tuo segreto» promise Eragon, e si alzò.

Solembum balzò giù dalle gambe di Angela, mentre anche lei si alzava. «Bene!» esclamò l'indovina.

Eragon la salutò e uscì. Solembum lo guidò di nuovo alla roccaforte, poi si congedò con un guizzo di coda prima di scivolare via.

IL RE DELLA MONTAGNA

S

ulla roccaforte, Eragon trovò un nano ad attenderlo. Dopo essersi inchinato e aver borbottato «Argetlam» il nano aggiunse, con un pesante accento: «Bene. Sveglio. Knurla Orik ti aspetta.» S'inchinò di nuovo e corse via. Saphira balzò giù dalla sua caverna e atterrò

accanto a lui. Teneva Zar'roc fra gli artigli.

A che cosa serve? domandò lui, accigliato.

Saphira inclinò la testa. Prendila. Sei un Cavaliere e dovresti portare la spada di un Cavaliere. Zar'roc ha un passato di sangue, ma questo non deve modificare le tue azioni. Plasma un nuovo futuro per lei, e portala con orgoglio.

Sei sicura? Ricorda il consiglio di Ajihad.

Saphira sbuffò, e un ricciolo di fumo le risalì dalle narici. Portala, Eragon. Se desideri mantenerti al di sopra delle forze in gioco, non farti influenzare dai pensieri altrui.

Come vuoi, disse Eragon esitante, allacciandosi la spada alla vita. Si arrampicò in groppa alla dragonessa, e Saphira spiccò il volo dalla cima di Tronjheim. C'era abbastanza luce nel Farthen Dùr ora che la massa nebulosa delle pareti del cratere, cinque miglia in ogni direzione, era visibile. Mentre scendevano a spirale verso la base della città-montagna, Eragon raccontò a Saphira del suo incontro con Angela.

Non appena furono atterrati vicino a uno dei cancelli di Tronjheim. Orik corse loro incontro. «Il mio sovrano, re Rothgar, desidera vedervi entrambi. Fate in fretta.»

Eragon smontò da Saphira e seguì il nano dentro Tronjheim. Saphira li seguì senza difficoltà. Ignorando gli sguardi dei curiosi lungo il corridoio. Eragon chiese: «Dove incontreremo Rothgar?» Senza rallentare. Orik rispose: «Nella sala del trono, sotto la città. Sarà un'udiènza privata come atto di otho, di fede. Non occorre che ti rivolga a lui in nessun modo speciale, ma parlagli con rispetto. Rothgar si adira facilmente, ma è saggio e un esperto conoscitore della mente degli uomini, perciò rifletti prima di parlare.»

Una volta entrati nella sala centrale di Tronjheim. Orik imboccò una delle due scale discendenti che fiancheggiavano il corridoio di fronte. Era quella di destra, che curvava dolcemente verso l'interno fino a riprendere la direzione da cui erano venuti. L'altra si univa a questa per formare un'ampia scalinata fiocamente illuminata, che terminava, dopo cento piedi, davanti a una porta di granito a due battenti. Su entrambi era incisa una corona a sette punte.

Sette nani erano a guardia di ciascun lato della porta. Impugnavano picconi di metallo brunito e indossavano elmi tempestati di gemme. Mentre Eragon. Orik e Saphira si avvicinavano, i nani picchiarono per terra col manico dei loro picconi. Un cupo rimbombo echeggiò per le scale. I due battenti si aprirono verso l'interno.

Davanti a loro c'era una sala scura, lunga un buon tiro di freccia. La sala del trono era una caverna naturale; le pareti erano costellate di stalagtiti e stalagmiti, ciascuna più grossa di un uomo. Il pavimento scuro era liscio e levigato. In fondo alla sala c'era un trono nero che ospitava una figura immobile. Orik s'inchinò. «Il re vi aspetta.» Eragon posò una mano sul fianco di Saphira, e i due avanzarono insieme. Le porte si chiusero alle loro spalle, lasciandoli soli nella penombra della sala con il re.

Ogni loro passo echeggiava nella sala mentre avanzavano verso il trono. Nei recessi fra le stalattiti e le stalagmiti erano incassate grandi statue. Ogni scultura raffigurava un re dei nani con la corona, seduto sul trono; i loro occhi vuoti fissavano in lontananza, i. volti rugosi fermati in espressioni feroci. Un nome era cesellato con le rune sotto ogni paio di piedi.

Eragon e Saphira avanzarono solennemente tra le due file di monarchi defunti. Superarono oltre quaranta statue; poi c'erano oscure nicchie vuote, in attesa dei re futuri. Si fermarono al cospetto di Rothgar, in fondo alla sala.

Anche il re dei nani sedeva come una statua su un trono ricavato da un unico blocco di marmo nero, tozzo, disadorno e tagliato con estrema precisione. Il sovrano emanava una grande forza, una forza che risaliva ai tempi antichi in cui i nani avevano governato in Alagasëia, senza interferenze di elfi o umani. In testa, al posto della corona, portava un elmo rotondo, d'oro tempestato di diamanti e rubini. Il suo volto era arcigno, segnato dal tempo e solcato da rughe di esperienza. Sotto la fronte sporgente e le sopracciglia cespugliose brillavano occhi scuri e penetranti. Sul torace massiccio indossava una cotta di maglia. Portava la lunga barba bianca infilata nella cintura, e in grembo teneva un potente martello da guerra con il simbolo del clan dì Orik inciso sulla testa. Eragon si piegò goffamente su un ginocchio. Saphira rimase eretta. Il re si mosse, come svegliandosi da un lungo sonno, e borbottò: «Alzati. Cavaliere, non occorre che mi tributi alcun omaggio.»

Rialzandosi, Eragon incontrò gli occhi impescrutabili di Rothgar. Il re lo squadrò severo, poi disse con voce gutturale: «Àz knurl deimi lanok. Attenzione, la roccia cambia. Un vecchio detto che usa da noi. E oggi la roccia cambia molto in fretta, davvero.» Accarezzò l'impugnatura del martello. «Non ti ho potuto ricevere prima, come ha fatto Ajihad, perché sono stato costretto a occuparmi dei miei nemici all'interno dei clan. Pretendevano che ti negassi asilo e ti cacciassi dal Farthen Dùr. Mi ci è voluto molto per convincerli del contrario.»

«Ti ringrazio» disse Eragon. «Non sapevo che il mio arrivo avrebbe causato tanti problemi.» Il re accettò i ringraziamenti, poi levò una mano nodosa e indicò le statue lontane. «Guarda. Cavaliere Eragon, dove i miei predecessori siedono sui loro troni scolpiti. Sono quarantuno, e io sono il quarantaduesimo. Quando da questo mondo passerò nelle mani degli dei, la mia hìrna verrà aggiunta a quella schiera. La prima statua è quella del nostro antenato Korgan, che forgiò questa mazza. Volund. Per otto millenni, fin dall'alba della nostra razza, i nani hanno governato sotto il Farthen Dùr. Siamo le ossa della terra, più antichi sia dei leggiadri elfi che dei selvaggi draghi.» Saphira si mosse appena.

Rothgar si protese dal trono, la voce profonda e rauca. «Sono vecchio, umano, anche secondo il nostro modo di contare gli anni. Vecchio abbastanza da aver visto i Cavalieri nella loro fuggevole gloria, vecchio abbastanza da aver parlato con il loro ultimo comandante. Vrael, che mi venne a rendere omaggio fra queste stesse mura. Sono pochi i vivi che possono dire altrettanto. Ricordo i Cavalieri e come si immischiavano nei nostri affari. Ma ricordo anche la pace che mantenevano e che rendeva possibile viaggiare illesi da Tronjheim a Narda.

«E.ora tu sei di fronte a me… una tradizione perduta che si rinnova. Dimmi, e parla sinceramente, perché sei venuto nel Farthen Dùr? Sono a conoscenza degli eventi che ti hanno spinto a fuggire dall'Impero, ma quali sono le tue intenzioni, adesso?» .

«Per adesso, Saphira e io vogliamo soltanto recuperare le forze a Tronjheim» rispose Eragon. «Non siamo qui per creare problemi, solo per trovare asilo dai pericoli che abbiamo affrontato per tanti mesi. Ajihad vorrebbe mandarci dagli elfi, ma finché non lo fa, per noi va benissimo restare qui.» «Dunque è soltanto il desiderio di sicurezza che vi ha condotti qui?» chiese Rothgar. «Vuoi vivere a Tronjheim e dimenticare le tue questioni con l'Impero?»

Eragon scosse il capo, respingendo con orgoglio quell'affermazione. «Se Ajihad ti ha parlato del mio passato, dovresti sapere che l'Impero mi ha causato tanto dolore che non sarò soddisfatto finché non lo vedrò ridotto in cenere. Ma oltre a questo, voglio aiutare coloro che non possono opporsi a Galbatorix, compreso mio cugino. Possiedo la forza per aiutarli, quindi devo.»

Il re parve soddisfatto dalla risposta. Si rivolse a Saphira e chiese: «Drago, tu che cosa pensi in proposito? Per quale ragione siete venuti?»

Saphira arricciò il labbro di sopra per emettere un cupo ringhio. Digli che ho sete del sangue dei nostri nemici e attendo con desiderio il giorno in cui cavalcheremo in battaglia contro Galbatorix. Non provo indulgenza né pietà per i traditori e i distruttori di uova, come quel falso re. Mi ha tenuta prigioniera per oltre un secolo e anche adesso possiede due dei miei fratelli, che farò di tutto per liberare, E digli anche che ti giudico pronto per questo compito.

Eragon fece una smorfia a quelle parole, ma le riferì puntualmente a Rothgar. Il re arricciò un angolo della bocca in una smorfia di cupo divertimento; le sue rughe si fecero ancora più profonde. «Vedo che i draghi non sono cambiati nel corso dei secoli.» Picchiò le nocche sul granito del trono. «Sai perché questo sedile è stato scolpito in modo così squadrato? Perché nessuno ci si possa sedere comodo. Io non ci sto comodo e me ne separerò senza rimpianti quando verrà il momento. Che cosa ti rammenta i tuoi doveri, Eragon? Se l'Impero dovesse cadere, prenderai il posto di Galbatorix e rivendicherai il suo regno?»

«Non cerco la corona né il comando» disse Eragon, corrucciato. «Essere un Cavaliere comporta già enormi responsabilità. No, non voglio il trono di Urù'baen... a meno che non ci sia nessuno disposto a farlo, o abbastanza competente.»

Rofhgar lo ammonì con aria grave: «Certo saresti un re migliore di Galbatorix, ma nessuna razza dovrebbe avere un capo che non invecchia e non lascia il trono. Il tempo dei Cavalieri è passato, Eragon. Non risorgeranno più... nemmeno se le altre uova di Galbatorix dovessero schiudersi.» Un'ombra gli attraversò il viso quando il suo sguardo si posò sul fianco di Eragon. «Vedo che porti la spada di un nemico; mi era stato detto, e mi è stato detto anche che hai viaggiato col figlio di un Rinnegato. Non mi piace vedere quell'arma.» Tese una mano. «Ma vorrei esaminarla.» Eragon estrasse Zar'roc dal fodero e la porse al re, dal lato dell'impugnatura. Rothgar la prese e fece scorrere lo sguardo esperto sulla rossa lama che rifletteva la luce delle lanterne. Ne saggiò la punta con il palmo e disse: «Una lama forgiata da maestri. Gli elfi di rado scelgono di fabbricare spade... preferiscono archi e picche... ma quando lo fanno, i risultati sono impareggiabili. Questa è una lama segnata dalla cattiva sorte; non sono contento di vederla nel mio regno. Ma portala pure, se vuoi: forse la sua sorte è cambiata.» Restituì Zar'roc a Eragon, che la rinfoderò. «Mio nipote ti è stato utile durante questi primi giorni di permanenza?»

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