Volodyk - Paolini1-Eragon.doc
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Eragon vagò distrattamente col pensiero fino a toccare quello di Saphira, e la trovò intenta a sbranare con passione un sanguinolento quarto di bue. Si riscosse e notò ancora una volta il martello e le stelle incisi sull'elmo di Orik. «Che cosa significa quel simbolo? L'ho visto anche sul pavimento di Tronjheim.»
Orik si tolse la calotta ferrata e fece scorrere un dito ruvido sull'incisione. «È il simbolo del mio clan. Siamo gli Ingietum, fabbri e artigiani del metallo. Il martello e le stelle sono incisi anche sul pavimento di Tronjheim perché era l'insegna personale del nostro fondatore, Korgàn. Un clan che governa, circondato dagli altri dodici. Anche il re Rothgar appartiene alla Dùrgrimst Ingietum, e ha portato grande onore e gloria al nostro casato.»
Quando riportarono i piatti al cuoco, incrociarono nel corridoio un nano, che si fermò davanti a Eragon, s'inchinò e lo salutò con rispetto dicendo: «Argetlam.»
Il nano si allontanò lasciando Eragon confuso e imbarazzato, ma anche stranamente compiaciuto. Nessuno si era mai inchinato davanti a lui. «Cos'ha detto?» bisbigliò all'orecchio di Orik. Orik si strinse nelle spalle. «È una parola elfica usata un tempo per definire i Cavalieri. Significa "mano d'argento".» Eragon si guardò la mano guantata, pensando al gedwey ignasia che gli illuminava il palmo. «Vuoi tornare daSaphira?»
«C'è un posto dove posso fare il bagno, prima? È da parecchio che porto con me la sporcizia del viaggio. La mia camicia è strappata, sporca di sangue, e puzza. Vorrei cambiarla, ma non ho soldi per comprarmene una nuova. C'è qualche lavoro che posso fare in cambio?»
«Vuoi forse insultare l'ospitalità di Rothgar, Eragon?» esclamò Orik. «Finché sarai a Tronjheim, non dovrai comprare niente. Ci ripagherai in altri modi... Ajihad e Rothgar sapranno come. Vieni. Ti mostro dove lavarti, e poi andremo a cercare una camicia pulita.»
Condusse Eragon lungo una scala che scendeva nelle viscere di Tronjheim. I corridoi si ridussero a stretti cunicoli, alti appena cinque piedi, ed Eragon dovette procedere chino. Tutte le lanterne erano rosse. «Per non restare accecati dalla luce quando si entra o esce da una grotta buia» spiegò Orik. Entrarono in una stanza spoglia, con una porticina sulla parete opposta, che Orik indicò. «Lì troverai le vasche, e anche spazzole e sapone. Lascia qui i tuoi vestiti. Ne troverai di nuovi quando avrai finito di lavarti.»
Eragon lo ringraziò e prese a spogliarsi. Si sentiva oppresso, lì da solo sottoterra, soprattutto se guardava il soffitto bassissimo. Si svestì in fretta. Infreddolito, varcò la soglia per ritrovarsi in un'assoluta oscurità. Tese il piede un poco alla volta finché non incontrò dell'acqua tiepida, e si tranquillizzò.
Aleggiava un odore vagamente salmastro, piacevole. Per un momento ebbe paura di allontanarsi dalla porta verso l'acqua più profonda, ma nell'immergersi scoprì che gli arrivava alla cintola. Avanzò a tentoni lungo un muretto viscido finché non trovò il sapone e le spazzole, e cominciò a lavarsi. Infine si lasciò galleggiare, con gli occhi chiusi, godendo del calore.
Quando rientrò gocciolante nella stanza illuminata, trovò un asciugamano, una bella camicia di lino e un paio di braghe. I vestiti erano quasi della misura giusta per lui. Soddisfatto e rinfrancato, si avviò lungo il tunnel.
Orik lo aspettava con la pipa in mano. Risalirono le scale fino a Tronjheim e uscirono dalla cittàmontagna. Eragon alzò lo sguardo verso il picco di Tronjheim e chiamò Saphira con la mente. Mentre la dragonessa scendeva, Eragon chiese: «Come fate a comunicare con le persone che sono lassù?»
Orik ridacchiò. «È un problema che abbiamo risolto tanto tempo fa. Non l'hai notato, ma dietro gli archi aperti che si affacciano da ogni livello c'è un'unica scala ininterrotta che risale lungo il muro della sala centrale di Tronjheim e arriva fino alla rocca sopra Isidar Mithrirn. La chiamiamo Voi Turin, la Scala Infinita. Certo, non è rapida da salire e scendere in caso di emergenza, e non è comoda per l'uso quotidiano. Infatti per comunicare usiamo le lanterne di segnalazione. C'è anche un altro modo, ma viene usato di rado. Quando fu costruita Voi Turin, accanto a essa venne scavato una specie di canale di scolo. Funziona come un gigantesco scivolo, alto quanto una montagna.» Eragon abbozzò un sorriso. «È pericoloso?»
«Non pensare nemmeno di provarci. Lo scivolo è stato costruito per i nani, ed è troppo stretto per un umano. Potresti cadere fuori, per le scale, e cozzare contro gli archi, o finire nel vuoto.» Saphira atterrò a un tiro di lancia da loro, in un crepitio di squame. Mentre salutava Eragon, umani e nani si riversarono da Tronjheim e si strinsero intorno a lei con mormorii di interesse. Eragon osservò la folla con crescente disagio. «Faresti meglio ad andare» disse Orik, spingendolo avanti. «Ci rivediamo davanti a questo cancello domattina. Ti aspetterò.»
Eragon esitò. «Come faccio a sapere che è mattina?»
«Ti farò svegliare da qualcuno. Adesso vai!» Senza indugiare oltre, Eragon si fece largo tra la folla che circondava Saphira e le montò in groppa.
Un attimo prima che la dragonessa spiccasse il volo, una vecchia si fece avanti e afferrò la caviglia di Eragon. Il giovane tentò di liberarsi, ma la stretta era tenace come una morsa di ferro. Gli ardenti occhi grigi della donna erano circondati da una fitta ragnatela di rughe; la pelle delle guance ricadeva in pieghe flosce come sacchi vuoti. Nell'incavo del braccio sinistro portava un fagotto lacero.
Spaventato, Eragon chiese: «Che cosa vuoi?»
La donna inclinò il braccio e un lembo di stoffa del fagotto si aprì, mostrando il volto di un neonato. Con voce roca e disperata, la donna implorò: «Questa bimba è orfana.,, non c'è nessuno che si prenda cura di lei, tranne me, e io sono vecchia e debole. Benedicila col tuo potere. Argetlam. Benedici la sua sorte!»
Eragon cercò Orik con lo sguardo, supplicando aiuto, ma il nano si limitò a guardarlo a sua volta, con un'espressione indecifrabile. La folla tacque, aspettando la sua risposta. Gli occhi della donna erano fissi su di lui. «Benedici questa bimba. Argetlam, benedicila» insisteva.
Eragon non aveva mai benedetto nessuno. Non era una cosa che si faceva alla leggera in Alagasëia, perché una benedizione poteva facilmente corrompersi e rivelarsi più una maledizione che un augurio, specie se pronunciata con cattivi intenti o senza convizione. Oso prendermi questa responsabilità? si chiese.
«Benedicila. Argetlam, benedicila.»
Finalmente deciso, cercò una frase o un'espressione da usare. Non gli venne in mente niente. Poi, in un lampo d'ispirazione, pensò all'antica lingua. Sì, sarebbe stata una vera benedizione, pronunciata con parole di potere, da chi aveva il potere.
Si chinò e si tolse il guanto dalla mano destra. Posò il palmo sulla fronte della neonata e disse: «Atra giilai un ilian tauthr ono un atra ono waise skòlir fra rauthr.» Le parole lo lasciarono inaspettatamente debole, come se avesse usato la magia. Si rimise il guanto e disse alla donna: «Questo è il massimo che posso fare per lei. Se esistono parole che hanno il potere di ostacolare la sventura, sono queste.».
«Ti ringrazio. Argetlam» mormorò la vecchia con un lieve inchino. Si accinse a ricoprire il visetto della bimba, quando Saphira sbuffò e abbassò la testa sulla piccola. L'anziana donna si irrigidì, trattenendo il fiato, Saphira sfiorò col muso la fronte della piccola, poi si rialzò lentamente. La folla emise un'esclamazione soffocata. Sulla fronte della bimba, nel punto in. cui Saphira l'aveva toccata, c'era .una macchia a forma di stella, bianca e lucente come il gedwéy ignasia di Eragon. La donna guardò Saphira con occhi umidi, colmi di gratitudine.
Saphira si alzò subito in volo, sferzando gli spettatori attoniti con lo spostamento d'aria prodotto dai suoi poderosi colpi d'ala. Mentre il terreno si allontanava sotto di loro, Eragon trasse un profondo sospiro e le abbracciò stretto il collo. Cosa hai fatto? le chiese.
Le ho dato speranza. E tu le hai dato un futuro.
Eragon si sentì travolgere da un'improvvisa solitudine, malgrado la presenza di Saphira. Quel luogo era così estraneo: per la prima volta si rese conto con dolore di quanto era lontano da casa. Una casa distrutta, ma era là che aveva lasciato il cuore. Che cosa sono diventato, Saphira? disse. Questo è il mio primo anno dell'età adulta, e già sono stato a consulto con il capo dei Varden. Galbatorix mi insegue e ho viaggiato col figlio di Morzan...e ora c'è anche chi pretende da me una benedizione! Quale saggezza posso dare alla gente che già essa non possegga? Quali gesta posso compiere che un esercito non possa compiere meglio? È una follia! Dovrei tornare a Carvahall, da Roran. Saphira non rispose subito, ma quando vennero, le sue parole furono gentili. Un cucciolo, ecco che cosa sei. Un cucciolo che lotta per sopravvivere nel mondo. Forse come età sono più giovane di te, ma sono molto più vecchia nei pensieri. Non preoccuparti di queste cose. Trova pace in ciò che sei e dove ti trovi. Le persone spesso sanno già cosa fare; a te spetta il compito di mostrare loro il modo... ecco la vera saggezza. E per quanto riguarda le gesta, nessun esercito avrebbe potuto dare la benedizione che hai dato tu.
Ma non era niente, protestò lui. Una sciocchezza.
No, niente affatto . Quello che hai visto è l'inizio di un'altra storia, un'altra leggenda. Credi che quella bambina si accontenterà di fare la locandiera o la contadina, quando sulla fronte reca il marchio di un drago ed è stata benedetta dalle tue parole? Tu sottovaluti i nostri poteri e quelli del destino.
Eragon chinò il capo. È troppo. Ho la sensazione di vivere dentro un'illusione, un sogno dove ogni cosa è possibile. Lo so che eventi straordinari possono succedere, ma sempre a qualcun altro, sempre in qualche luogo e qualche epoca remoti. Eppure io ho trovato il tuo uovo, sono stato addestrato da un Cavaliere e ho duellato con uno Spettro... queste non possono essere le azioni del ragazzo di campagna che sono, o che ero. Qualcosa è cambiato in me.
È il tuo wyrda che ti forgia, disse Saphira. Ogni epoca ha bisogno di un eroe... forse questa volta è toccato a te. I ragazzi di campagna non portano il nome del primo Cavaliere, di solito. Il tuo soprannome è stato il principio, e ora tu sei la continuazione. O la fine.
Ah, mormorò Eragon, scuotendo il capo. Sembra una sciarada... Ma se è tutto prestabilito, che senso hanno le nostre scelte? O dobbiamo soltanto imparare ad accettare il nostro fato? Eragon, disse Saphira in tono grave, io ti ho scelto da dentro il mio guscio. Ti è stata concessa un'occasione per cui molti morirebbero. Sei infelice per questo? Sgombra la mente da simili pensieri. Non hanno risposta e non ti rendono più felice.
Vero, rispose lui, cupo. Tuttavia continuano a tormentarmi.
Le cose si sono... guastate... da quando Brom è morto. Anch'io provo una profonda inquietudine, ammise Saphira. Eragon fu molto sorpreso, perché di rado la dragonessa si mostrava turbata. Erano sopra Tronjheim. Eragon guardò in basso, attraverso l'apertura nel suo picco e vide il pavimento della rocca; Isidar Mithrim, il grande zaffiro stellato. Sapeva che sotto non c'era niente, se non la grande sala centrale di Tronjheim, Saphira planò silenziosa sulla roccaforte, ne superò il bordo e atterrò su Isidar Mithrim con un clangore di artigli.
Non lo graffierai, così? disse Eragon.
Non credo . Questa non è una gemma qualsiasi. Eragon si lasciò scivolare a terra e si volse lentamente tutt'intorno per ammirare l'insolito colpo d'occhio. Erano in una sala circolare, priva di tetto, alta sessanta piedi e larga altrettanto. Sulle pareti si aprivano innumerevoli, buie caverne, alcune non più grandi di un uomo, altre enormi come una casa. Nel marmo erano stati ricavati lucidi gradini perché la gente raggiungesse le grotte più alte. Un arco colossale segnava l'uscita dalla roccaforte.
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