Volodyk - Paolini1-Eragon.doc
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«Ecco perché sono venuta qui oggi» disse lei, voltandosi. La sua voce morbida aveva un forte accento esotico, e vibrava appena come se fosse sul punto di mettersi a cantare. «Sono in debito con te. Mi hai salvato la vita. Non lo dimenticherò mai.»
«Non... non è stato niente» balbettò Eragon imbarazzato, pur sapendo che non era vero. Si affrettò a cambiare discorso. «Come sei finita a Gil'ead?»
Il volto di lei fu attraversato da un'ombra di dolore, e l'elfa distolse lo sguardo. «Vieni, camminiamo.» Scesero dal poggio e si addentrarono nel Farthen Dùr. Eragon rispettò il silenzio di Arya mentre passeggiavano. Saphira li seguiva. Infine Arya alzò la testa e parlò con la grazia della sua razza: «Ajihad mi ha detto che eri presente quando è apparso l'uovo di Saphira.» «Sì.» Per la prima volta, Eragon si rese conto dell'energia che doveva essere stata necessaria per trasportare l'uovo per le decine di leghe che separavano la Du Weldenvarden dalla Grande Dorsale. Anche solo tentare un simile gesto voleva dire andare incontro al disastro, se non alla morte. Le parole dell'elfa furono gravi. «Allora sappi una cosa: nel momento stesso in cui lo raccoglievi, io venivo catturata da Durza.» La sua voce era carica di amarezza e dolore. «Era lui a comandare gli Urgali che mi tesero l'agguato e uccisero i miei compagni. Faolin e Glenwing. Chissà come sapeva dove aspettarci... non eravamo preparati. Mi drogarono e mi portarono a Gil'ead. Lì Durza fu incaricato da Galbatorix di scoprire dove avevo mandato l'uovo e tutto ciò che sapevo di Ellesméra.»
I suoi occhi erano di ghiaccio, la mascella serrata. «Durza tentò in tutti i modi, per mesi, senza successo. Quando non ci riuscì nemmeno con la tortura, ordinò ai suoi soldati di usarmi a loro piacere. Per fortuna ebbi ancora la forza per annebbiare le loro menti e renderli incapaci. Infine Galbatorix ordinò di portarmi a Urù'baen. A questa notizia ebbi davvero paura, perché ero troppo debole nel corpo e nella mente per resistergli. Se non fosse stato per te, sarei finita davanti a Galbatorix nel giro di una settimana.»
Eragon rabbrividì. Era sorprendente sapere a che cosa era sopravvissuta. Il ricordo delle sue ferite era ancora vivido nella sua memoria. Dolcemente, chiese: «Perché mi dici tutto questo?» «Perché tu sappia da che cosa mi hai salvata. Non credere che possa ignorare il tuo gesto.» Eragon chinò la testa umilmente. «Che cosa farai adesso... tornerai a Ellesméra?» «No, non subito. C'è tanto da fare, qui. Non posso abbandonare i Varden. Ajihad ha bisogno del mio aiuto. Oggi ti ho visto alla prova sia con le armi che con la magia. Brom ti ha insegnato bene. Sei pronto per proseguire il tuo addestramento.»
«Vuoi dire a Ellesméra?»
«Sì.»
Eragon avvertì una punta dì irritazione. Lui e Saphira non avevano dunque voce in capitolo? «Quando?»
«Questo si deve ancora decidere, ma comunque non prima di qualche settimana.» Almeno ci danno altro tempo , pensò Eragon, Saphira gli disse qualcosa, e lui a sua volta chiese ad Arya: «Che cosa volevano da me i Gemelli?»
Le labbra ben disegnate di Arya si curvarono in una smorfia. «Qualcosa che nemmeno loro sanno fare. È possibile pronunciare il nome di un oggetto nell'antica lingua ed evocarne l'essenza. Ci vogliono anni di esercizio e grande disciplina, ma la ricompensa è il totale controllo sugli oggetti. Ecco perché il vero nome di ciascuno è tenuto segreto, perché se fosse noto a un individuo malvagio, potrebbe dominarti.»
«È strano» disse Eragon dopo un istante. «ma prima di essere catturato a Gil'ead, ti ho vista più di una volta in sogno. Era come la divinazione... e in seguito sono stato in grado di vederti.,. ma sempre durante il sonno.»
Arya strinse le labbra, pensierosa. «C'erano momenti in cui avvertivo un'altra presenza accanto a me, ma ero spesso confusa e febbricitante. Non ho mai sentito parlare, né nelle leggende né nella storia, di qualcuno capace di divinare nel sonno.»
«Nemmeno io capisco» disse Eragon, guardandosi le mani. Si rigirò l'anello di Brom intorno all'indice. «Che cosa significa il tatuaggio che hai sulla spalla? Sai, non avevo intenzione di vederlo, ma stavo curando le tue ferite... non ho potuto farne a meno. È uguale al simbolo su quest'anello.» «Hai un anello con lo yawé?» esclamò lei, incredula.
«Sì. Era di Brom. Vedi?»
Le porse l'anello. Arya esaminò lo zaffiro, poi disse lentamente: «È un pegno dato soltanto ai più preziosi amici degli elfi…tanto prezioso, in effetti, che non si usa da secoli. O almeno, così credevo. Non ho mai saputo che la regina Islandazi avesse una così alta considerazione di Brom.» «Allora non dovrei portarlo» disse Eragon, temendo di apparire presuntuoso.
«No, tienilo, invece. Ti darà protezione se dovessi imbatterti nel mio popolo, e potrebbe aiutarti a conquistare i favori della regina. Non dire a nessuno del mio tatuaggio. È un segreto da non rivelare.»
«D'accordo.»
Parlare con Arya gli piacque immensamente, e avrebbe voluto che la conversazione durasse di più. Quando si separarono, Eragon continuò a passeggiare nel Farthen Dùr, chiacchierando con Saphira. Malgrado le sue insistenze, la dragonessa si rifiutò di raccontargli che cosa le aveva detto Arya. Alla fine rivolse i suoi pensieri a Murtagh e a quanto gli aveva suggerito Nasuada. Mangerò qualcosa e poi andrò a fargli visita, decise. Mi aspetti? Così torniamo insieme sulla rocca. Ti aspetto... vai , rispose Saphira.
Con un sorriso riconoscente, Eragon corse a Tronjheim, pranzò nell'angolo buio di una cucina, poi seguì le istruzioni di Nasuada fino a raggiungere una piccola porta grigia, sorvegliata da un umano e da un nano. Quando chiese di entrare, il nano bussò tre volte alla porta, poi aprì la serratura. «Basta che tu ci dia una voce quando vorrai uscire» disse l'uomo con un sorriso amichevole. La cella era calda e bene illuminata, con un tavolino e una brocca in un angolo e uno scrittoio, con tanto di penne e inchiostro, nell'altro. Il soffitto era decorato da figure di lacca; il pavimento coperto da un folto tappeto. Murtagh era disteso su un solido letto, intento a leggere una pergamena. Alzò gli occhi sorpreso ed esclamò allegro: «Eragon! Ci contavo proprio, che venissi!» «Come.,. voglio dire, pensavo... »
«Pensavi che mi avessero gettato in chissà quale buco fetido a masticare gallette» disse Murtagh, alzandosi a . sedere con un sogghigno. «A dire il vero, mi aspettavo la stessa cosa, ma. Ajihad mi ha concesso questi lussi purché me ne stia buono. E mi portano anche una quantità enorme di cibo, e mi danno tutti i libri che chiedo. Se non sto attento, mi trasformerò in un grasso topo di biblioteca.» Eragon rise e sedette accanto a lui. «Ma non sei arrabbiato? In fondo sei prigioniero.» «Oh, all'inizio lo ero» ammise Murtagh con una scrollata di spalle. «Ma più ci pensavo, più mi rendevo conto che meglio di così non potevo stare. Se anche Ajihad mi avesse lasciato libero, avrei passato la maggior parte del tempo in camera mia.»
«Perché?»
«Lo dovresti capire. Nessuno si sarebbe sentito a suo agio con me nei dintorni, sapendo chi sono, e la gente mi avrebbe guardato storto, mormorando malignità. Ma ora basta parlare di questo: sono ansioso di conoscere le novità. Avanti, racconta.»
Eragon gli riferì gli eventi degli ultimi due giorni, compreso il suo incontro con i Gemelli nella biblioteca. Quando ebbe terminato, Murtagh poggiò indietro la schiena per riflettere. «Sospetto» disse «che Arya sia più importante di noi due messi insieme. Considera quanto hai saputo: è una maestra di scherma, esperta di magia, e, cosa ancora più importante, è stata scelta per sorvegliare l'uovo di Saphira. Non può essere un personaggio comune, nemmeno tra gli elfi.» Eragon concordò.
Murtagh fissò il soffitto. «Sai, trovo questa prigionia stranamente confortante. Per una volta nella mia vita non devo temere niente. So che dovrei... eppure questo posto mi fa sentire in pace. E un buon sonno la notte aiuta.»
«Capisco quello che intendi» disse Eragon amaramente. Si spostò in un punto più comodo del letto. «Nasuada ha detto che ti è venuta a trovare. Ha detto qualcosa di interessante?»
Lo sguardo di Murtagh si perse nel vuoto. Poi il giovane scosse il capo. «No, voleva soltanto conoscermi. Non pare una principessa? E il suo portamento! Quando è comparsa sulla soglia, per un attimo mi è sembrata una delle dame di corte di Galbatorix. Ho visto mogli di conti e duchi che al suo confronto sembrano più adatte a un porcile che alla nobiltà.»
Eragon lo ascoltò infervorarsi con crescente apprensione. Potrebbe non voler dire nulla , si disse. Stai saltando alle conclusioni . Eppure quella sensazione inquietante non lo abbandonava. Cercando di liberarsene, chiese: «Quanto pensi di restare, chiuso qui, Murtagh? Non puoi nasconderti per sempre.»
Murtagh fece un vago gesto noncurante, ma le sue parole furono dense di significato. «Per ora sono contento di come sto e di poter riposare. Non c'è ragione di cercare asilo altrove, né di sottomettermi all'esame dei Gemelli. Non dubito che alla fine mi stancherò di tutto questo, ma per adesso... sto bene.»
L'OMBRA DELLA GUERRA
S
aphira svegliò Eragon con un brusco colpo di muso, graffiandogli la guancia con le ruvide squame. «Ahi!» esclamò il giovane, alzandosi a sedere. La caverna era immersa nell'oscurità, rischiarata appena dal tenue bagliore di una lanterna schermata. Fuori dalla
rocca. Isidar Mithrim sfavillava di mille colori nella sua ghirlanda di lanterne.
All'ingresso della caverna c'era un nano molto agitato che si torceva le mani. «Devi venire. Argetlam! Grossi guai... Ajihad ti chiama. Non c'è tempo!»
«Che succede?» chiese Eragon.
Il nano si limitò a scuotere il capo, la lunga barba ondeggiante. «Vieni.. subito! Carkna bragha! Ora!»
Eragon allacciò Zar'roc alla cintola, afferrò arco e frecce e sellò Saphira. Addio nottata di sonno , brontolò lei, accucciandosi per far salire Eragon in groppa. Lui sbadigliò sonoramente mentre Saphira si lanciava fuori dalla grotta.
Orik li stava aspettando con espressione cupa quando atterrarono davanti ai cancelli di Tronjheim. «Vieni, ci sono anche gli altri.» Li guidò attraverso Tronjheim fino allo studio di Ajihad. Lungo il tragitto, Eragon lo tempestò di domande, ma Orik rispose soltanto: «Nemmeno io so niente... aspetta di sentire Ajihad.»
La porta della biblioteca fu aperta da due guardie robuste. Ajihad era in piedi dietro la scrivania, intento a studiare una mappa. C'erano anche Arya e un uomo dalle braceia nerborute. Ajihad alzò lo sguardo. «Bene, eccoti qui, Eragon. Ti presento Jòrmundur, il mio vicecomandante.» I due si salutarono, poi rivolsero l'attenzione ad Ajihad. «Vi ho svegliati perché. siamo tutti in grave pericolo. Mezz'ora fa un nano è sbucato da uno dei tunnel abbandonati sotto Tronjheim. Era ferito e sanguinante, gridava frasi sconnesse, ma è riuscito a riferire che un esercito di Urgali si trova a un giorno di marcia da qui.»
Un silenzio sconcertato riempì la stanza. Poi Jòrmundur esplose in una serie di imprecazioni e cominciò a fare domande insieme a Orik. Arya non parlò. Ajihad alzò una mano. «Silenzio! C'è dell'altro. Gli Urgali non si stanno avvicinando sulla terra, ma sottoterra . Sono nei tunnel… stiamo per essere attaccati dal basso.»
Eragon alzò la voce. «Perché i nani non l'hanno scoperto prima? Come hanno fatto gli Urgali a trovare i tunnel?»
«Riteniamoci fortunati di averlo scoperto ora!» urlò Orik. Tutti tacquero per ascoltarlo. «Ci sono centinaia di tunnel che attraversano i Monti Beor, disabitati fin dal giorno in cui vennero scavati. Gli unici nani che li frequentano sono degli stravaganti che non vogliono contatti con gli altri. Potremmo addirittura non essere mai stati avvertiti.»
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