Volodyk - Paolini1-Eragon.doc
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Terrificante, rispose Eragon, sincero, Saphira emise un mormorio di compiacimento. Orik raccolse il resto della ferraglia da terra. «Ho portato un'armatura anche per te; ce n'è voluto, per trovarne una della tua taglia. Forgiamo di rado armature per umani o elfi. Non so per chi sia stata fatta questa, ma non è mai stata usata e credo che ti servirà.»
Eragon s'infilò una lunga cotta di maglia e cuoio che gli arrivava fino alle ginocchia. Gli pesava sulle spalle e tintinnava a ogni gesto. Allacciò Zar'roc sopra l'armatura, cosa che impediva alla maglia di spostarsi. In testa provò prima una calotta di pelle, poi un cappuccio di maglia; la sua scelta cadde infine su un elmo d'oro e d'argento. Bracciali e schinieri completavano la protezione, insieme a un paio di guanti di maglia. Orik gli porse un grande scudo con l'emblema di una quercia. Sapendo che quello che lui e Saphira avevano ricevuto valeva moltissimo. Eragon s'inchinò e disse; «Ringrazio te e Rothgar per questi doni, che sono stati molto apprezzati.»
«Non aver fretta di ringraziare» disse Orik ammiccando. «Aspetta di vedere se l'armatura ti salverà la vita.»
I guerrieri intorno cominciarono a marciare, e i tre battaglioni si disposero in diverse zone del Farthen Dùr. Non sapendo bene che cosa fare, Eragon guardò Orik, che rispose con una scrollata di spalle e disse; «Suppongo che dobbiamo seguirli.» Si accodarono a un battaglione diretto verso una parete del cratere, Eragon chiese notizie degli Urgali, ma Orik sapeva soltanto che nelle ultime galleriedel sottosuolo erano stati appostati degli esploratori, che ancora non avevano dato notizie. Il battaglione si fermò davanti a uno dei tunnel crollati. I nani avevano ammassato i detriti perché nessuno potesse arrampicarsi facilmente dal basso. Questo dev'essere uno dei punti dove dovremo costringere gli Urgali a emergere, osservò Saphira.
Centinaia di lanterne erano state appese a pali infissi nel terreno, ed emanavano una luce simile a quella del sole nel tardo pomeriggio. Una fila di fuochi ardeva lungo i bordi del soffitto crollato del tunnel; sopra le fiamme ribollivano grossi pentoloni di pece. Eragon distolse lo sguardo con un moto di repulsione. Era un modo terribile di uccidere qualcuno, perfino un Urgali. Lunghi pali appuntiti vennero conficcati in fila nel terreno per fare da barriera fra il battaglione e il tunnel, Eragon vide l'occasione di dare una mano e si unì a un gruppo di uomini che scavavano trincee fra i pali. Anche Saphira li aiutò, spostando mucchi enormi di terra con le zampe. Mentre lavoravano. Orik si allontanò per andare a controllare la costruzione di una barricata a protezione degli arcieri, Eragon bevve riconoscente da un otre d'acqua che veniva passato di mano in mano. Dopo aver terminato le trincee e averle riempite di pali aguzzi, Saphira ed Eragon si riposarono. Orik tornò e li trovò seduti vicini. Si asciugò la fronte. «Tutti gli uomini e i nani sono sul campo di battaglia. Tronjheim è stata sigillata. Rothgar comanda il battaglione alla nostra sinistra. Ajihad quello davanti a noi.»
«E il nostro?»
«Jòrmundur.» Orik si sedette con un gemito e posò a terra l'ascia, .
Saphira richiamò l'attenzione di Eragon con un colpetto del muso. Guarda . Il giovane strinse d'istinto la spada quando vide Murtagh avvicinarsi con Tornac. Portava un elmo, uno scudo dei nani e il suo spadone.
Orik imprecò e balzò in piedi, ma Murtagh si affrettò a spiegare: «Calma, è tutto a posto. Ajihad mi ha liberato.»
«E perché lo avrebbe fatto?» chiese Orik.
Murtagh sorrise amaro. «Ha detto che questa è l'occasione per dimostrare le mie buone intenzioni. Evidentemente non crede che io rappresenti un grosso problema anche se disertassi.» Eragon annuì per dargli il benvenuto, allentando la stretta su Zar'roc. Murtagh era un combattente straordinario e spietato, proprio il genere di compagno che voleva al suo fianco in battaglia. «Come facciamo a sapere che non menti?» ribatte Orik.
«Perché lo dico io» annunciò una voce risoluta alle spalle. Ajihad avanzò tra di loro, armato per la battaglia con un robusto giustacuore d'acciaio e una spada dall'impugnatura d'avorio. Posò una mano sulla spalla di Eragon e lo guidò in disparte per non farsi sentire dagli altri. Squadrò l'armatura. «Bene, vedo che Orik ha fatto un ottimo lavoro.» '
«Sì… notizie dai tunnel?»
«Non ancora.» Ajihad si appoggiò alla spada. «Uno dei Gemelli resterà a Tronjheim. Salirà sulla rocca e osserverà la battaglia da lì, e attraverso suo fratello mi trasmetterà le informazioni. So che tu puoi parlargli con la mente. Mi occorre che tu riferisca ai Gemelli qualunque, dico qualunque cosa di insolito che vedrai in battaglia. E io ti invierò gli ordini attraverso dì loro. Capito tutto?» Il pensiero di essere legato ai Gemelli lo riempì di disgusto, ma sapeva che era necessario. «Sì.» Ajihad fece una pausa, poi disse: «Tu non sei un soldato di fanteria o di cavalleria, come quelli che sono abituato a comandare. In battaglia potrebbe essere diverso, ma credo che tu e Saphìra sarete più al sicuro sul terreno. In aria, sareste un bersaglio perfetto per gli arcieri Urgali. Combatterai in sella a Saphira?»
Eragon non aveva mai combattuto a cavallo, meno che mai su Saphira. «Non so che cosa faremo. Quando sono su Saphira, sono troppo alto per combattere chiunque, se non un Kull.» «Ci saranno moltissimi Kull, temo» disse Ajihad. Si raddrizzò e sfilò la spada dal terreno. «L'unico consiglio che posso darti è di evitare rischi inutili. I Varden non possono permettersi di perderti.» E con questo si voltò e se ne andò.
Eragon tornò da Orik e Murtagh e si accovacciò accanto a Saphira, appoggiando lo scudo alle ginocchia. I quattro aspettavano in silenzio, come le centinaia di guerrieri intorno a loro. La luce che pioveva dall'apertura del Farthen Dùr si affievolì via via che il sole spariva dietro l'orlo del cratere.
Eragon si volse a contemplare l'accampamento e s'impietrì, col cuore in gola. A trenta piedi da lui sedeva Arya, con l'arco appoggiato in grembo. Pur sapendo che era irragionevole, Eragon aveva sperato che si fosse unita alle altre donne fuori dal Farthen Dùr. Preoccupato, si alzò e le si avvicinò. «Anche tu combatterai?»
«Farò quello che devo» rispose lei impassibile.
«Ma è troppo pericoloso!» .
Arya si rabbuiò. «Non mi sottovalutare, umano. Gli elfi addestrano sia i maschi che le femmine al combattimento. Non sono una delle vostre donnette che fuggono davanti al pericolo. Mi è stato affidato il compito di proteggere l'uovo di Saphira, e ho fallito. La mia breoal è stata disonorata e maggiore vergogna ricadrebbe su di lei se non proteggessi te e Saphira su questo campo. Dimentichi che sono più forte con la magia di chiunque, qui, compreso te.
Se arriva lo Spettro, chi potrà sconfiggerlo se non io? E chi ne ha il diritto più di me?» Eragon la guardò ammtitolito, riconoscendo suo malgrado che aveva ragione. «Allora bada a te stessa» disse. Poi, per disperazione, aggiunse nell'antica lingua; «Wiol pòmnuria ilian.» Per la mia felicità.
Arya distolse lo sguardo inquieta; la folta frangia le celava il volto. Fece scorrere la mano sul lucido arco e mormorò: «È il mio wyrda, trovarmi qui. Devo ripagare il mio debito.»
Eragon si volse di scatto e tornò a grandi passi da Saphira. Murtagh lo guardò incuriosito. «Che cos'ha detto?»
«Niente.»
Immersi nei propri pensieri, col passare delle ore i difensori sprofondarono in un silenzio sempre più cupo. Il cratere del Farthen Dùr piombò ancora una volta nelle tenebre, rischiarate soltanto dal bagliore sanguigno delle lanterne e dei fuochi su cui ribolliva la pece, Eragon studiava l'intreccio della propria cotta di maglia, poi scoccava rapide occhiate all'indirizzo di Arya. Orik strofinava una pietra da cote sulla lama della sua ascia, esaminando il taglio fra una passata e l'altra; il raspare del metallo era irritante. Lo sguardo di Murtagh era perso nel vuoto.
Di tanto in tanto, qualche messaggero correva per l'accampamento, facendo scattare in piedi i guerrieri; ma era sempre un falso allarme. Gli uomini e i nani erano sempre più tesi; spesso si udivano esplosioni di collera. La cosa peggiore del Farthen Dùr era l'assenza del vento: l'aria era immobile, morta. A peggiorare le cose, il fumo dei falò e delle lanterne si addensava rendendo l'aria calda e soffocante.
Mentre la notte invecchiava, il campo di battaglia divenne mortalmente silenzioso. I muscoli di tutti dolevano per la tensione dell'attesa, Eragon fissava il buio con occhi vacui e palpebre pesanti. Ogni tanto si scuoteva, nel tentativo di riprendersi dal torpore. Alla fine Orik disse: «È tardi. Dovremmo dormire. Se succede qualcosa, gli altri ci sveglieranno.» Murtagh borbottò, ma Eragon era troppo stanco per lamentarsi. Si rannicchiò accanto a Saphira, usando lo scudo come cuscino. Mentre chiudeva gli occhi, vide Arya ancora sveglia, che li guardava.
I suoi sogni furono confusi e inquietanti, popolati da bestie cornute e minacce invisibili. Più volte sentì una voce chiedere: "Sei pronto?" Ma non c'era mai risposta. Tormentato da simili visioni, il suo sonno fu agitato e snervante, finché qualcosa non gli toccò il braccio. Si svegliò di soprassalto.
LA BATTAGLIA DI FARTHEN DÛR
«E
’ cominciata» gli annunciò Arya con espressione dolente. Le truppe nell'accampamento erano già deste e vigili, le armi in pugno. Orik roteò la scure per sciogliere i muscoli del braccio. Arya incoccò una freccia, pronta a scagliarla.
«Qualche minuto fa è arrivato un esploratore da uno dei tunnel» disse Murtagh a Eragon. «Gli Urgali stanno arrivando.»
Insieme guardarono il nero ingresso della galleria attraverso le schiere di guerrieri e le file di pali appuntiti. Passò un lungo minuto, poi un altro, e un altro. Senza distogliere gli occhi dal tunnel, Eragon salì in groppa a Saphira, reggendo il peso rassicurante di Zar'roc. Al suo fianco, Murtagh montò su Tornac. Poi un uomo gridò: «Li sento!»
I guerrieri s'irrigidirono; le mani si strinsero intorno alle armi. Nessuno si muoveva; nessuno respirava. Da qualche parte, un cavallo nitrì.
Roche grida di Urgali squarciarono l'aria mentre sagome nere eruttavano dall'apertura del tunnel. Al comando stabilito, i calderoni di pece bollente vennero inclinati verso la fenditura, riversando fiumi di liquido ustionante nella bocca famelica della galleria. I mostri ulularono di dolore, agitando le braccia. Una torcia venne scagliata sulla pece ribollente, intrappolando gli Urgali in un inferno. Nauseato, Eragon guardò oltre la piana del Farthen Dùr e vide gli altri due battaglioni impegnati nella stessa carneficina. Rinfoderò Zar'roc e incordò l'arco.
Altri Urgali presto spensero i fuochi di pece e si. arrampicarono dai tunnel, calpestando i corpi bruciati dei compagni. Si ammassarono, compatti come un solido muro davanti agli uomini e ai nani. Dietro la palizzata che Orik aveva aiutato a costruire, la prima linea di arcieri liberò una pioggia di frecce. Eragon e Arya aggiunsero i loro dardi allo sciame fatale e li videro falciare i ranghi degli Urgali.
La linea dei mostri vacillò, minacciando di spezzarsi, ma i nemici si ripararono con gli scudi e sostennero l'attacco. Di nuovo gli arcieri tirarono, ma gli Urgali continuavano ad affiorare a un ritmo spaventoso.
Eragon era sconvolto dalla loro quantità. Dovevano ucciderli uno per uno? Gli parve un compito impossibile. L'unica nota incoraggiante era il fatto di non vedere soldati di Galbatorix con gli Urgali. Non ancora, almeno.
L'esercito avversario formava una solida massa di corpi che sembrava estendersi all'infinito. Vessilli logori e macchiati furono innalzati dal folto dei mostri. Lugubri note echeggiarono nel Farthen Dùr quando i corni di guerra risuonarono. L'intero gruppo di Urgali caricò con selvagge grida di guerra. Si lanciarono contro le file di pali appuntiti, coprendoli di sangue viscido e corpi inerti, mentre i ranghi dell'avanguardia venivano schiacciati contro le difese. Una nube di frecce nere volò oltre la barriera, ricadendo sui difensori accovacciati. Eragon si nascose dietro lo scudo, e Saphira si coprì la testa. Le frecce tintinnarono innocue contro la sua armatura.
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