Volodyk - Paolini3-Brisingr
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Afferrando i bordi dei pezzi scompagnati d'armatura che lo ricoprivano, come se volesse strapparseli di dosso, Garzhvog disse a Nasuada: «Vuoi che la segua, Lady Furianera? Non posso correre veloce come i piccoli elfi, ma a lungo quanto loro sì.»
«No... no, resta. Arya può passare per un'umana da una certa distanza, ma i soldati ti darebbero la caccia dal momento stesso in cui un contadino ti vedesse.»
«Sono abituato a essere cacciato.»
«Ma non nel cuore dell'Impero, con centinaia di uomini di Galbatorix che battono la campagna. No, Arya dovrà badare a se stessa. Prego solo che trovi Eragon e lo protegga, perché senza di lui siamo spacciati.»
♦ ♦ ♦
IN FUGA DA TUTTO
I piedi di Eragon risuonavano sul terreno.
Il ritmo martellante della sua falcata nasceva nei calcagni, correva su per le gambe, girava intorno ai fianchi, risaliva per la spina dorsale e terminava alla base del cranio, dove i ripetuti impatti gli facevano stridere i denti e acuivano il mal di testa che sembrava peggiorare a ogni miglio. All'inizio la musica monotona della corsa lo aveva infastidito, ma poi lo aveva cullato in una sorta di trance dentro la quale non pensava, si muoveva soltanto.
Ogni volta che uno stivale toccava il suolo, Eragon sentiva i fragili steli d'erba spezzarsi come ramoscelli, e nuvolette di polvere si levavano dal terreno arido. Pensò che doveva essere passato almeno un mese dall'ultima volta che era piovuto in quella zona di Alagaësia. L'aria secca gli asciugava l'umidità del respiro, lasciandogli la gola riarsa. Per quanto bevesse, non riusciva a compensare la quantità d'acqua che il sole e il vento gli sottraevano.
Di qui il suo mal di testa.
L'Helgrind era ormai molto lontano. Però i suoi progressi erano stati più lenti del previsto. Centinaia di pattuglie di Galbatorix, composte da soldati e da stregoni, battevano il territorio in lungo e in largo, costringendolo spesso a nascondersi per evitarle. Stavano cercando lui, senza alcuna ombra di dubbio. La sera prima aveva persino scorto Castigo che volava basso sull'orizzonte a ovest. Aveva subito schermato la mente, si era gettato in un canale di scolo e aveva aspettato lì per mezz'ora, finché Castigo non era tornato indietro, scomparendo oltre i confini del mondo.
Eragon aveva deciso di viaggiare percorrendo strade e sentieri ogni volta che era possibile. Gli eventi della settimana prima lo avevano spinto ai limiti della resistenza fisica e interiore. Preferiva consentire al corpo di riposare e riprendersi piuttosto che stancarsi ancora di più correndo fra boschi di rovi, risalendo colline e guadando torrenti fangosi. Il tempo degli sforzi violenti e disperati sarebbe di certo tornato, ma non adesso.
Finché restava sulle strade battute, non osava correre veloce quanto avrebbe potuto; anzi, sarebbe stato meglio non correre affatto. Il territorio era disseminato di villaggi e fattorie: se qualcuno degli abitanti avesse visto un uomo correre da solo nella campagna, come inseguito da un branco di lupi, la scena avrebbe inevitabilmente suscitato curiosità e sospetti, e magari un contadino spaventato avrebbe riferito l'episodio all'Impero. Sarebbe stato un errore fatale per Eragon, la cui più grande protezione era il mantello dell'anonimato.
Adesso invece correva perché da almeno una lega non incontrava creature viventi, tranne un lungo serpente che si crogiolava al sole.
Tornare dai Varden era il suo principale obiettivo, e lo irritava dover procedere a rilento, camminando come un vagabondo qualsiasi. Eppure apprezzava la solitudine. Non era mai stato solo, veramente solo da quando aveva trovato l'uovo di Saphira sulla Grande Dorsale. I pensieri della dragonessa avevano continuamente sfiorato i suoi, e al suo fianco c'era sempre stato qualcuno, Brom o Murtagh o un'altra persona. Oltre al fardello della presenza costante di qualcuno, Eragon aveva passato tutti i mesi dalla partenza dalla Valle Palancar impegnato in duri allenamenti, interrotti solo per viaggiare o prendere parte a sanguinose battaglie. Non gli era mai capitato di concentrarsi così intensamente e così a lungo su se stesso o di riflettere sulle sue paure e i suoi pensieri.
Accolse con piacere la solitudine, e la pace che ne derivava. L'assenza di voci, compresa la propria, era una dolce ninnananna che, seppure per breve tempo, gli fece dimenticare i timori per il futuro. Non aveva voglia di divinare Saphira - anche se erano troppo distanti per toccarsi con la mente, il loro legame gli avrebbe comunque rivelato se lei stava male - o di cercare Arya o Nasuada solo per sentirsi aggredire dalle loro parole infuriate. Molto meglio, pensava, ascoltare il canto degli uccelli e il sospiro della brezza fra l'erba e le foglie degli alberi.
Un tintinnio di briglie, uno scalpiccio di zoccoli e il suono di voci umane ridestarono Eragon dalle sue fantasticherie. Allarmato, si fermò e si guardò intorno, cercando di capire da dove provenissero gli uomini. Una coppia di taccole gracchianti si levò in volo da una gola poco distante.
L'unico nascondiglio praticabile era un boschetto di ginepri. Eragon si tuffò fra i rami bassi proprio mentre sei soldati emergevano dalla gola, spronando i cavalli al piccolo galoppo per salire sulla strada sterrata, a meno di dieci passi da lui. In circostanze normali Eragon avrebbe percepito la loro presenza molto prima che gli arrivassero così vicini, ma da quando aveva scorto Castigo in lontananza aveva tenuto la mente schermata.
I soldati tirarono le redini e si fermarono al centro della strada, discutendo fra di loro. «Ti dico che ho visto qualcosa!» gridò uno. Era di corporatura media, con le guance rubizze e la barba gialla.
Col cuore in tumulto, Eragon si sforzò di respirare piano e in silenzio. Si toccò la fronte per assicurarsi che la striscia di tessuto che si era legato intorno alla testa coprisse ancora le sopracciglia oblique e le orecchie a punta. Se solo avessi ancora la mia armatura, pensò. Per evitare di attirare l'attenzione si era costruito uno zaino di fortuna - usando rami secchi e una pezza quadrata di tela che aveva barattato da un ambulante - e ce l'aveva infilata dentro. Ora non osava aprire lo zaino per indossarla, nel timore che i soldati lo sentissero.
Il soldato dalla barba gialla smontò dal suo baio da battaglia e s'incamminò lungo il ciglio della strada, studiando il terreno e il boschetto di ginepri. Come tutti i membri dell'esercito di Galbatorix, indossava una casacca rossa con una fiamma ricamata a fili d'oro. Il ricamo sprizzava scintille di luce a ogni movimento. La sua armatura era semplice: un elmo, uno scudo ammaccato e una brigantina di pelle, segno che era poco più che un fante a cavallo. Portava una lancia nella mano destra e uno spadone al fianco sinistro.
Mentre il soldato si avvicinava al suo nascondiglio, accompagnato dal clangore metallico degli speroni, Eragon cominciò a sussurrare un complicato incantesimo nell'antica lingua. Le parole gli uscirono dalle labbra in un flusso ininterrotto finché, con sgomento, non si accorse di aver pronunciato male una serie particolarmente difficile di vocali, e fu costretto a ricominciare daccapo.
Il soldato fece un altro passo verso di lui.
E un altro.
Proprio mentre il soldato si fermava di fronte a lui, Eragon completò
l'incantesimo e sentì che la sua forza scemava per effetto della magia. Purtroppo aveva impiegato un istante di troppo, perché il soldato esclamò: «Aha!» e scostò i rami di ginepro, esponendolo alla vista.
Eragon non si mosse.
Il soldato lo guardò dritto in faccia e aggrottò la fronte. «Ma che...» borbottò. Affondò la lancia fra i rami, mancando di un soffio il viso di Eragon, che si conficcò le unghie nei palmi, mentre i muscoli contratti tremavano. «Ah, ma che diamine» disse il soldato un attimo dopo, e lasciò andare i rami, che tornarono di scatto al loro posto, nascondendo di nuovo Eragon.
«Che c'è?» gridò un altro degli uomini.
«Niente» rispose il soldato a piedi, tornando dai compagni. Si tolse l'elmo e si asciugò la fronte. «Gli occhi mi giocano brutti scherzi.»
«Ma che si aspetta da noi quel bastardo di Braethan? Negli ultimi due giorni non abbiamo praticamente chiuso occhio.»
«Già. Il re dev'essere disperato per spremerci in questo modo... A essere sincero, preferirei non trovare questa persona che stiamo cercando, chiunque sia. Non che io abbia paura, ma se una persona riesce a preoccupare Galbatorix, allora vuol dire che è meglio evitarla. Che siano Murtagh e quel suo drago maledetto a catturare il nostro misterioso fuggitivo, eh?»
«A meno che non stiamo cercando proprio Murtagh» suggerì un terzo. «Hai sentito anche tu cosa ha detto il figlio di Morzan.»
Un silenzio inquieto scese sui soldati. Poi quello a piedi saltò in groppa al suo cavallo con un agile volteggio, si avvolse le redini intorno alla mano sinistra e disse: «Tieni chiusa quella tua boccaccia, Derwood. Parli troppo.»
Detto questo, i sei spronarono i cavalli e ripresero a galoppare verso nord, lungo la strada sterrata.
Mentre il rumore degli zoccoli si affievoliva, Eragon estinse l'incantesimo, si strofinò gli occhi con le nocche e posò le mani sulle ginocchia. Gli sfuggì una lunga risata e scrollò la testa, divertito dalla singolarità della sua situazione paragonata alla sua tranquilla fanciullezza nella Valle Palancar. Allora non avrei mai immaginato che potesse accadermi tutto questo, si disse.
L'incantesimo a cui aveva fatto ricorso era in due parti: la prima aveva deviato i raggi luminosi intorno al suo corpo per renderlo invisibile, e la seconda aveva impedito ad altri stregoni di rilevare il suo uso della magia, o almeno così sperava. La principale controindicazione dell'incantesimo era che non poteva nascondere le impronte - perciò bisognava restare immobili come una statua mentre lo si evocava - e spesso non riusciva a eliminare del tutto l'ombra della persona.
Sgusciando dal boschetto, Eragon stiracchiò le braccia sopra la testa e si volse a guardare la gola da cui erano emersi i soldati. Una sola domanda gli occupava la mente, mentre riprendeva il cammino: che cosa aveva detto Murtagh?
«Ahh!»
Il velo illusorio dei sogni si squarciò quando Eragon artigliò l'aria con le mani. Si raggomitolò con le ginocchia strette al petto e rotolò su se stesso. Poi indietreggiò puntando mani e talloni nel terreno, e infine si alzò di scatto, incrociando le braccia davanti al viso per parare eventuali colpi. Le tenebre della notte lo circondavano. In alto, le stelle indifferenti continuavano a spostarsi nella loro incessante danza celeste. In basso, non una creatura si muoveva, né si udiva un suono, tranne la brezza gentile che accarezzava l'erba.
Eragon tese un tentacolo di coscienza, convinto che qualcuno stesse per aggredirlo. Spaziò in un raggio di cento piedi, ma non trovò nessuno nelle vicinanze.
Alla fine abbassò le braccia. Ansimava forte, e la pelle gli bruciava, intrisa di sudore. Nella sua mente ruggiva una tempesta fatta di lampi di spade e pioggia di sangue. Per un istante credette di essere nel Farthen Dûr, a combattere gli Urgali, e poi sulle Pianure Ardenti, a incrociare la lama con uomini come lui. Ogni luogo era così reale che avrebbe giurato di essere stato trasportato indietro nel tempo e nello spazio con un sortilegio sconosciuto. Vide davanti a sé gli uomini e gli Urgali che aveva ucciso: sembravano così veri che si chiese se potessero parlare. E pur non avendo più le cicatrici delle ferite, il suo corpo ricordava ogni colpo subito, e il giovane rabbrividì nel sentire ancora le spade e le frecce che gli trapassavano la carne.
Con un ululato animalesco, cadde in ginocchio e si piegò in avanti, le braccia strette intorno allo stomaco, dondolando avanti e indietro. Va tutto bene... va tutto bene. Premette la fronte sul terreno, raggomitolato, sentendo il calore del proprio respiro sulla pancia.
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