Volodyk - Paolini3-Brisingr

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Nasuada si sentì percorrere da un brivido gelido. Se quello che Elva diceva era vero, allora era in debito più che mai con la bambina strega. Eppure non le piaceva essere manipolata, anche se per il proprio bene. «Capisco. A quanto pare devo ringraziarti ancora.»

Elva scoppiò a ridere, un suono secco e stridulo. «E non ti piace per niente di doverlo fare, eh? Non importa. Non devi temere di offendermi, Nasuada. Noi ci siamo utili a vicenda, tutto qui.»

Nasuada si sentì sollevata quando uno dei nani a difesa del padiglione, il capitano di quel turno di guardia, batté il martello sullo scudo e annunciò: «Angela l'erborista chiede udienza, Lady Furianera.»

«Concessa» rispose Nasuada, alzando la voce.

Angela entrò nel padiglione carica di borse e ceste infilate sotto le braccia. Come sempre, la massa di riccioli scuri le formava una nuvola tempestosa intorno al viso, cupo per la preoccupazione. Ai suoi piedi, avanzava con passo felpato il gatto mannaro Solembum nella sua forma animale. Subito puntò verso Elva e prese a strofinarsi contro le sue gambe, inarcando il dorso.

Angela posò le sue cose per terra e si sgranchì le spalle, dicendo: «Cielo! Fra te ed Eragon, mi sembra di passare la maggior parte del mio tempo in mezzo ai Varden a guarire persone troppo stupide per capire quando è necessario evitare di farsi tagliare a pezzetti.» Continuando a parlare, la minuscola erborista si avvicinò a Nasuada e cominciò a toglierle le bende del braccio destro. Ridacchiò con aria di disapprovazione. «In genere questo è il momento in cui il guaritore chiede al paziente come sta, e il paziente mente a denti stretti e dice: "Oh, non tanto male" e il guaritore dice: "Bene, bene. Su col morale, e ti rimetterai presto." Comunque mi pare ovvio che non sei affatto pronta a guidare una carica contro l'Impero. No, proprio no.»

«Ma guarirò, vero?» chiese Nasuada.

«Se potessi usare la magia per chiudere queste ferite, ti direi subito di sì. Ma dato che non posso, è un po' difficile da prevedere. Dovrai cercare di cavartela come la maggior parte della gente e sperare che nessuna delle lesioni si infetti.» Fece una pausa e guardò Nasuada dritta negli occhi. «Lo sai, vero, che ti resteranno delle cicatrici?»

«Sia quel che sia.»

«Giusto.»

Nasuada represse un gemito e distolse lo sguardo mentre Angela le suturava le ferite e poi le ricopriva con un denso, umido impiastro di erbe. Con la coda dell'occhio vide Solembum balzare sul tavolo e sedersi accanto a Elva. Allungando una grossa zampa ispida, il gatto mannaro artigliò un pezzo di pane dal piatto di Elva e lo mordicchiò in uno scintillio di denti candidi. I ciuffi neri in cima alle grandi orecchie vibrarono quando le piegò per ascoltare il clangore metallico dei guerrieri che segnavano il passo davanti al padiglione rosso.

«Barzûl» borbottò Angela. «Soltanto gli uomini sono capaci di tagliarsi da soli per decidere chi sarà il capobranco. Idioti!»

Le faceva male ridere, ma Nasuada non poté trattenersi. «Hai ragione» disse, una volta passato l'accesso di risa.

Angela aveva appena finito di riavvolgere l'ultima benda di lino intorno alle braccia di Nasuada quando il capitano del popolo dei nani fuori del padiglione esclamò: «Altolà!» Seguì una serie di tintinnii argentini, simili a tanti campanelli, mentre le guardie umane incrociavano le spade per sbarrare il passo a chiunque stesse cercando di entrare.

Senza riflettere, Nasuada estrasse il coltello dal fodero cucito nel corsetto della sottoveste. Faticò a impugnare il manico, poiché aveva le dita gonfie e intorpidite, e i muscoli erano lenti a reagire. Era come se il braccio si fosse addormentato, tranne che per i solchi profondi che le bruciavano la carne.

Anche Angela trasse un pugnale da chissà dove e si parò davanti a Nasuada, mormorando qualche parola nell'antica lingua. Con un balzo felino, Solembum scese dal tavolo per accovacciarsi ai piedi di Angela. Il pelo ritto lo faceva sembrare ancora più grosso, e dalla gola gli usciva un cupo ringhio.

Elva continuò a mangiare, indifferente alla scena. Osservò il pezzo di pane che teneva fra il pollice e l'indice come se stesse studiando una strana specie di insetto, poi lo intinse in un calice di vino e se lo infilò in bocca.

«Mia signora!» gridò un uomo. «Eragon e Saphira in rapido avvicinamento da nord-est!»

Nasuada rinfoderò il coltello. Si issò dallo scranno a fatica e disse ad Angela: «Aiutami a vestirmi.»

Angela aprì il vestito davanti a Nasuada, che vi s'infilò prima con un piede, poi con l'altro. Angela sollevò l'abito e con cautela guidò le braccia di Nasuada nelle maniche; poi cominciò a legare le stringhe sulla schiena. Elva andò ad aiutarla, e insieme finirono di prepararla.

Nasuada si guardò le braccia e non vide le bende. «Devo nascondere o mostrare le mie ferite?» chiese.

«Dipende» rispose Angela. «Credi che mostrarle aumenterà il tuo prestigio o incoraggerà i tuoi nemici perché penseranno che sei debole e vulnerabile? La questione è filosofica, fondata su questo concetto: se guardi un uomo che ha perso l'alluce, dici "Oh, povero storpio" oppure "Oh, è stato bravo o forte o fortunato abbastanza da evitare ferite più gravi"?»

«I tuoi paragoni sono alquanto bizzarri.»

«Grazie.»

«La Prova dei Lunghi Coltelli è una gara di forza» disse Elva. «Ed è conosciuta anche fra i Varden e i surdani. Sei orgogliosa della tua forza, Nasuada?»

«Tagliatemi le maniche» ordinò Nasuada. Quando le due esitarono, esclamò: «Avanti! Ai gomiti. Non m'importa del vestito, lo farò riparare più tardi.»

Con pochi abili movimenti, Angela tagliò le parti indicate da Nasuada lasciando cadere il tessuto sul tavolo.

Nasuada alzò il mento. «Elva, se senti che sto per svenire, dillo ad Angela e fa' che mi sostenga. Allora, andiamo?» Le tre si disposero in formazione, con Nasuada in testa. Solembum avanzava per conto suo.

Quando uscirono dal padiglione rosso, il capitano dei nani latrò: «Ai posti!» e i sei Falchineri si strinsero intorno al gruppo di Nasuada: gli umani e i nani in avanguardia e retroguardia, e i colossali Kull - Urgali alti otto piedi e anche di più - ai fianchi.

Il crepuscolo spiegava le sue ali dorate e viola sull'accampamento dei Varden, regalando un'aura di mistero alle file di tende che si estendevano a perdita d'occhio. Le ombre sempre più scure lasciavano presagire l'arrivo della notte, e le fiamme di innumerevoli torce e falò già splendevano più intense degli ultimi bagliori del tramonto. A est il cielo era limpido. A sud una lunga e bassa nuvola di fumo nero copriva l'orizzonte e le Pianure Ardenti, a una lega e mezza di distanza. A ovest una linea di faggi e pioppi tremuli indicava il percorso del fiume Jiet, dove galleggiava l'Ala di Drago, la nave di cui Jeod, Roran e gli altri di Carvahall si erano impossessati con un autentico atto di pirateria. Ma Nasuada non aveva occhi che per il nord, per la scintillante sagoma di Saphira che planava in avvicinamento. La luce del sole morente l'illuminava ancora, ammantandola di un alone azzurro. Appariva come una massa di stelle cadute dal cielo.

La visione era così maestosa che Nasuada rimase impietrita a fissarla per lunghi momenti, felice di essere tanto fortunata da assistervi. Sono salvi! pensò, e trasse un sospiro di sollievo.

Il guerriero che aveva portato la notizia dell'arrivo di Saphira - un uomo snello dalla barba folta - s'inchinò e poi indicò la dragonessa ancora lontana. «Mia signora, come puoi vedere, dicevo il vero.»

«Sì. Sei stato bravo. Devi avere occhi particolarmente acuti per aver individuato Saphira già da prima. Come ti chiami?»

«Fletcher, figlio di Harden, mia signora.»

«Ti ringrazio, Fletcher. Ora puoi tornare al tuo posto.»

Con un altro inchino, l'uomo si allontanò di corsa verso il limitare dell'accampamento.

Con gli occhi fissi su Saphira, Nasuada riprese a camminare tra le file di tende verso l'ampia radura scelta per gli atterraggi e i decolli di Saphira. Le sue guardie e le accompagnatrici le tenevano dietro mentre avanzava spedita, desiderosa d'incontrare Eragon e Saphira. Aveva passato gran parte degli ultimi giorni in ansia per loro, sia come capo dei Varden che, con una certa sorpresa, come amica.

Saphira volava rapida come un falco, ma era ancora a parecchie miglia dall'accampamento; quindi impiegò almeno altri dieci minuti per coprire la distanza. Nel frattempo una grande folla di guerrieri si radunò intorno alla radura: umani, nani e perfino un contingente di Urgali dalla pelle grigia, capitanati da Nar Garzhvog, che sputò verso gli uomini più vicini a loro. C'erano anche re Orrin e la sua corte, che presero posto di fronte a Nasuada; Narheim, l'ambasciatore dei nani che aveva assunto la carica di Orik da quando Orik era partito per il Farthen Dûr; Jörmundur; gli altri membri del Consiglio degli Anziani; e Arya.

L'elfa, alta e snella, si fece largo tra la folla per raggiungere Nasuada. Perfino con Saphira che volava verso di loro, uomini e donne si sentirono indotti a distogliere lo sguardo dal cielo per osservare Arya che incedeva, una figura affascinante e misteriosa. Tutta vestita di nero, portava pantaloni di pelle come un uomo, una spada alla cintura, un arco e una faretra a tracolla. La sua pelle aveva il colore del miele ambrato. Il suo viso era spigoloso come il muso di una gatta. E si muoveva con una grazia felina e scattante che tradiva la sua maestria con le armi, come anche la sua forza soprannaturale.

Nasuada aveva sempre considerato il suo abbigliamento eccentrico, quasi ai limiti della decenza: rivelava troppo le forme. Ma la regina doveva ammettere che se anche avesse indossato un abito di stracci, Arya avrebbe comunque avuto un aspetto più nobile e regale di qualsiasi aristocratica mortale.

Fermandosi davanti a Nasuada, Arya puntò un dito affusolato verso le sue ferite. «Come ha detto il poeta Earnë, gettarsi fra le braccia del pericolo per il bene del popolo e della terra che ami è la cosa più bella che si possa fare. Ho conosciuto ogni capo dei Varden, e sono stati tutti uomini e donne valorosi, ma nessuno come Ajihad. Eppure credo che tu abbia superato persino lui.»

«Tu mi onori, Arya, ma temo che se la mia stella brilla troppo forte saranno pochi coloro che ricorderanno mio padre come merita.»

«Le azioni dei figli sono la testimonianza dell'educazione ricevuta dai genitori. Brilla come il sole, Nasuada, perché più forte splenderai, più profondo sarà il rispetto verso Ajihad per come ti ha insegnato a reggere le responsabilità del comando a una così tenera età.»

Nasuada chinò il capo, prendendo alla lettera il consiglio di Arya. Poi sorrise e disse: «Tenera età? Sono una donna adulta, secondo il nostro computo.»

Negli occhi verdi di Arya brillò una scintilla divertita. «Vero. Ma se giudichiamo dagli anni, e non dalla saggezza, nessun umano potrebbe essere considerato adulto dalla mia specie. Tranne Galbatorix, s'intende.»

«E me» intervenne Angela.

«Andiamo» disse Nasuada, «non puoi essere tanto più vecchia di me.»

«Ha! Tu confondi l'apparenza con l'età. Dovresti avere più discernimento, dopo aver frequentato Arya per così tanto tempo.»

Prima di avere il tempo di chiedere ad Angela quanti anni avesse, Nasuada si sentì tirare un lembo del vestito. Si guardò intorno e vide che era stata Elva a prendersi una tale libertà; la bambina le stava facendo un cenno. Nasuada si chinò e avvicinò l'orecchio alla bocca di Elva, che mormorò: «Eragon non è con Saphira.»

Nasuada si sentì stringere il petto da una morsa di terrore che le mozzò il fiato. Alzò lo sguardo: Saphira volava in circolo sull'accampamento, a migliaia di piedi di altezza. Le sue enormi ali da pipistrello si stagliavano nere contro il cielo. Nasuada vedeva il ventre di Saphira e i suoi artigli spiccare bianchi contro le squame sovrapposte, ma non riusciva a scorgere nessun dettaglio del cavaliere.

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