Volodyk - Paolini3-Brisingr
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«Come lo sai?» chiese con un filo di voce.
«Non sento il suo disagio, né le sue paure. C'è Roran in sella, e una donna, che immagino sia Katrina. Ma nessun altro.»
Nasuada si raddrizzò, batté le mani e chiamò: «Jörmundur!» con voce squillante.
Jörmundur, che era a una decina di iarde di distanza, arrivò trafelato, facendosi largo a spintoni fra coloro che lo intralciavano: aveva militato tra i Varden abbastanza a lungo da capire quando si trattava di un'emergenza. «Mia signora?»
«Fa' sgombrare il campo! Via tutti dalla radura prima che atterri Saphira.»
«Compresi Orrin e Narheim e Garzhvog?»
Nasuada fece una smorfia. «No, loro no, ma non deve restare nessun altro. Sbrigati!»
Mentre Jörmundur cominciava ad abbaiare ordini, Arya e Angela si strinsero a Nasuada. Sembravano allarmate quanto lei. Arya disse: «Saphira non sarebbe così tranquilla se Eragon fosse ferito, o morto.»
«Ma allora dov'è?» chiese Nasuada. «In quali guai si è cacciato stavolta?»
Una cacofonia di grida riecheggiò nella radura mentre Jörmundur e i suoi uomini sospingevano gli spettatori verso le tende, usando i bastoni da ufficiali ogni volta che i guerrieri riluttanti si attardavano o protestavano. Qua e là scoppiò qualche scaramuccia, subito sedata dai capitani agli ordini di Jörmundur per impedire che la violenza attecchisse e si propagasse. Per fortuna gli Urgali, a una sola parola del loro capo Garzhvog, si allontanarono senza incidenti, ma lui rimase indietro e marciò dritto verso Nasuada, come pure re Orrin e il nano Narheim.
Nasuada sentì la terra tremarle sotto i piedi mentre il gigantesco Urgali si avvicinava. Garzhvog alzò il mento, esponendo la gola com'era usanza della sua razza, e disse: «Che cosa significa tutto questo, Lady Furianera?» La forma della sua mascella e dei denti, unita al forte accento, rendeva quasi incomprensibili le sue parole.
«Già, vorrei saperlo anch'io, se non ti dispiace» disse Orrin, rosso in viso.
«E anch'io» aggiunse Narheim.
Guardandoli, Nasuada pensò che forse quella era la prima volta in migliaia di anni che i membri di così tante razze di Alagaësia si riunivano in pace. Gli unici a mancare erano i Ra'zac e le loro cavalcature, e Nasuada sapeva che nessuna persona sana di mente avrebbe mai invitato quelle ripugnanti e malvagie creature ai consigli segreti. Indicò Saphira e disse: «Sarà lei a rispondere alle vostre domande.»
Non appena l'ultimo dei ritardatari ebbe lasciato la radura, una forte corrente d'aria investì Nasuada mentre Saphira scendeva in picchiata sul campo, rallentando con una torsione delle ali prima di atterrare. Si abbassò su tutte e quattro le zampe, e un cupo rimbombo risuonò per l'intero accampamento. Roran e Katrina si liberarono dalle cinghie della sella e smontarono in fretta.
Nasuada fece qualche passo avanti e studiò Katrina. Era curiosa di vedere che genere di donna potesse indurre un uomo a compiere un'impresa tanto straordinaria per salvarla. La giovane donna davanti a lei era di ossatura robusta, con il colorito pallido di una malata, una criniera di capelli ramati e un abito così logoro e sporco che era impossibile determinarne la foggia originaria. Malgrado le privazioni della prigionia, Nasuada pensò che Katrina era piuttosto attraente, ma non certo una donna che i bardi avrebbero definito bella. Tuttavia possedeva una certa forza nello sguardo e nel portamento che fece pensare a Nasuada che se fosse stato Roran quello tra i due a essere preso prigioniero, Katrina sarebbe stata altrettanto capace di sollevare l'intero villaggio di Carvahall, condurlo a sud nel Surda, combattere nella battaglia delle Pianure Ardenti e poi proseguire per l'Helgrind, tutto per amore del suo promesso. Anche quando notò Garzhvog, Katrina non batté ciglio, ma rimase impassibile dov'era, al fianco di Roran.
Roran s'inchinò davanti a Nasuada e, voltatosi, anche a re Orrin. «Mia signora» disse, con espressione solenne. «Sire. Se permettete, vi presento la mia fidanzata, Katrina.» La donna fece una riverenza a entrambi.
«Benvenuta fra i Varden, Katrina» disse Nasuada. «Abbiamo tutti sentito parlare di te, grazie alla rara devozione di Roran nei tuoi confronti. Canzoni d'amore per te si sono già diffuse in tutto il paese.»
«Benvenuta» intervenne Orrin. «Siamo molto lieti di conoscerti.»
Nasuada notò che il re non aveva occhi che per Katrina, come tutti gli altri uomini presenti, compresi i nani, e Nasuada era certa che avrebbero raccontato chissà quali storie sul fascino di Katrina ai loro compagni d'armi prima del finir della notte. Quello che Roran aveva fatto per lei l'aveva elevata al di sopra delle donne comuni: l'aveva resa oggetto di mistero, incanto e attrazione per i guerrieri. Che qualcuno fosse disposto a sacrificare tanto per un'altra persona significava, in ragione del prezzo pagato, che quella persona doveva essere straordinariamente preziosa.
Katrina arrossì e sorrise. «Grazie» disse. Insieme all'imbarazzo per quelle attenzioni, una punta di fierezza le tinse il viso, come se sapesse quanto era eccezionale Roran e fosse orgogliosa di aver catturato il suo cuore, lei fra tutte le donne di Alagaësia. Lui era suo, e questo era l'unico privilegio che desiderava.
Nasuada fu trafitta da una stilettata di solitudine. Quanto vorrei avere quello che hanno loro, pensò. Le sue responsabilità le impedivano di indulgere nel sogno tipicamente femminile dell'amore romantico e del matrimonio - o dei figli - a meno che non avesse dovuto piegarsi a un matrimonio di convenienza organizzato per il bene dei Varden. Spesso aveva pensato di proporlo a Orrin, ma poi non ne aveva mai avuto il coraggio. Ciò nonostante era soddisfatta della sua vita e non invidiava Roran e Katrina per la loro felicità. La sua causa era tutto quello che le stava a cuore: sconfiggere Galbatorix era molto più importante di un'inezia come il matrimonio. Quasi tutti si sposano, ma quanti hanno l'opportunità di guidare un popolo verso la nascita di una nuova era?
Questa sera non sono in me, si disse Nasuada. Le ferite mi fanno ronzare il cervello come un nido di vespe. Si riscosse e guardò oltre le spalle di Roran e Katrina, verso Saphira. Nasuada aprì le barriere che abitualmente teneva erette intorno alla propria mente per ascoltare quanto Saphira aveva da dire, e chiese: «Lui dov'è?»
Con un secco crepitio di squame contro squame, Saphira fece qualche passo avanti e abbassò il collo fino a portare la testa direttamente davanti a Nasuada, Arya e Angela. L'occhio sinistro della dragonessa scintillava di fuoco azzurro. Inspirò due volte, e la lingua rossa guizzò fuori dalla bocca. Una zaffata di alito caldo e umido arruffò il colletto di pizzo dell'abito di Nasuada.
Nasuada deglutì mentre la coscienza di Saphira sfiorava la sua. Saphira era diversa da qualsiasi altro essere che Nasuada avesse mai incontrato: antica, remota, feroce e gentile al tempo stesso. Questo, insieme all'imponente presenza fisica, le ricordava sempre che se Saphira avesse voluto divorarsela, avrebbe potuto. Era impossibile, pensava Nasuada, darsi troppe arie al cospetto di un drago.
Fiuto sangue, disse Saphira. Chi ti ha ferito, Nasuada? Dimmi il suo nome e lo sventrerò da capo a piedi e ti porterò la sua testa come trofeo.
«Non c'è bisogno che tu sventri nessuno. Non ancora, almeno. Ho impugnato io stessa il coltello. Ma è il momento meno adatto per parlare di questa vicenda. Ora m'importa solo di sapere che fine ha fatto Eragon.»
Eragon, disse Saphira, ha deciso di restare nel territorio dell'Impero. Per un paio di secondi, Nasuada fu incapace di muoversi o di pensare. Poi un crescente senso di ineluttabilità sostituì l'impulso di respingere la rivelazione di Saphira. Anche gli altri reagirono in vari modi; Nasuada ne dedusse che Saphira aveva parlato a tutti insieme.
«Come... come hai potuto permetterglielo?» chiese.
Saphira sbuffò e piccole lingue di fuoco le risalirono dalle narici. Eragon ha fatto la sua scelta. Non ho potuto impedirglielo. Insiste per fare quello che ritiene giusto, quali che siano le conseguenze per lui o per il resto di Alagaësia... Avrei voluto scrollarlo come un cucciolo, ma sono orgogliosa di lui. Non temete; sa badare a se stesso. Finora non gli è successo niente di brutto. Lo avrei saputo, altrimenti.
Parlò Arya: «E perché ha preso questa decisione, Saphira?»
Sarebbe più facile per me mostrarvelo che spiegarlo a parole. Posso?
Tutti manifestarono il loro consenso.
Un fiume di ricordi di Saphira si riversò nella coscienza di Nasuada. Vide il nero Helgrind da sopra una coltre di nubi; sentì Eragon, Roran e Saphira discutere sulla migliore strategia di attacco; li osservò scoprire il covo dei Ra'zac; e visse l'epica battaglia di Saphira con i Lethrblaka. La successione di immagini affascinò Nasuada. Era nata nel territorio dell'Impero, ma ne conservava solo un vago ricordo. Quella era la prima volta che da adulta guardava qualcosa che non si trovasse ai margini selvaggi del dominio di Galbatorix.
Infine ecco Eragon e lo scontro con Saphira. La dragonessa cercò di nasconderlo, ma l'angoscia provata nel lasciare Eragon era ancora così bruciante e dolorosa che Nasuada dovette asciugarsi le guance con le bende delle braccia. Tuttavia le ragioni che Eragon aveva addotto per restare - uccidere l'ultimo Ra'zac ed esplorare l'Helgrind - non la lasciarono soddisfatta.
Nasuada s'incupì. Eragon può anche essere un giovane impulsivo, ma non è tanto stupido da mettere a repentaglio il nostro obiettivo solo per visitare qualche grotta e bere l'ultimo amaro sorso della vendetta. Devono esserci altre spiegazioni. Si domandò se fosse il caso di insistere con Saphira per ottenere la verità, ma sapeva che la dragonessa non le avrebbe fornito quelle informazioni alla leggera. Forse vuole discuterne in privato, pensò.
«Dannazione!» imprecò re Orrin. «Eragon non avrebbe potuto scegliere un momento peggiore per andarsene in giro da solo. Che importa un singolo Ra'zac, quando l'intero esercito di Galbatorix è stanziato a poche miglia da qui?... Dobbiamo riportarlo indietro.»
Angela scoppiò a ridere. Stava lavorando a maglia una calza con cinque aghi d'osso, che ticchettavano e tintinnavano e crepitavano a ritmo costante. «E come? Lui viaggerà di giorno, e Saphira non può volare a cercarlo quando il sole è alto rischiando di farsi scorgere da qualcuno e mettere in allarme Galbatorix.»
«Sì, ma lui è il nostro Cavaliere! Non possiamo starcene qui con le mani in mano mentre lui si trova nel cuore del territorio nemico.»
«Sono d'accordo» disse Narheim. «In un modo o nell'altro, dobbiamo assicurarci che torni sano e salvo. Grimstnzborith Rothgar ha adottato Eragon nella sua famiglia e nel suo clan... che è anche il mio, come sapete... e noi gli dobbiamo la lealtà della nostra legge e del nostro sangue.»
Arya s'inginocchiò e, con grande sorpresa di Nasuada, cominciò ad allentare i lacci degli stivali per poi serrarli meglio. Con un laccio stretto fra i denti, Arya disse: «Saphira, dove si trovava di preciso Eragon l'ultima volta che gli hai toccato la mente?»
All'ingresso dell'Helgrind.
«E hai qualche idea sul percorso che intendeva seguire?»
Non lo sapeva nemmeno lui.
Rialzandosi, Arya disse: «Allora dovrò cercarlo ovunque.»
Come una gazzella, balzò in avanti e cominciò a correre per la radura; scomparve nella foresta di tende, diretta a nord, veloce e leggera come il vento.
«Arya, no!» gridò Nasuada; ma l'elfa era già sparita. La disperazione minacciò di travolgerla. Il centro sta crollando, pensò.
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