Volodyk - Paolini3-Brisingr
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Cosa c'è che non va in me?
Nessuno dei racconti epici che Brom narrava a Carvahall accennava al fatto che gli eroi del passato fossero stati perseguitati da visioni simili. Nessuno dei guerrieri che Eragon aveva conosciuto fra i Varden sembrava tormentato dal sangue versato. Roran aveva ammesso che non gli piaceva uccidere, però non si svegliava nel cuore della notte urlando.
Sono un debole, pensò Eragon. Un vero uomo non dovrebbe provare queste sensazioni. Garrow o Brom sarebbero stati in pace con la propria coscienza, lo so. Facevano quello che andava fatto, punto e basta. Non versavano lacrime, non si tormentavano, non digrignavano i denti... Sono un debole.
Si rimise in piedi e cominciò a camminare in circolo, intorno al suo giaciglio sull'erba, per calmarsi. Dopo mezz'ora, quando l'angoscia ancora gli attanagliava il petto in una morsa di ferro, facendolo trasalire al minimo fruscio, e la pelle gli prudeva come se un migliaio di formiche gli camminassero addosso, afferrò lo zaino e cominciò a correre alla cieca. Non gli importava che cosa potesse nascondersi nelle tenebre ignote o che qualcuno notasse la sua folle corsa.
Voleva soltanto sfuggire ai propri incubi. La mente gli si era rivoltata contro, e non poteva confidare nel pensiero razionale per disperdere il panico. La sua unica risorsa, quindi, era affidarsi all'antica saggezza animale della carne, che gli diceva di muoversi. Se avesse corso veloce e abbastanza a lungo, forse sarebbe riuscito ad aggrapparsi al momento presente. Forse l'oscillazione delle braccia, l'impatto dei piedi sul terreno, il sudore freddo che gli colava dalle ascelle e una miriade di altre sensazioni fisiche lo avrebbero costretto a dimenticare.
Forse.
Una nuvola di storni sfrecciò nel cielo del pomeriggio, come un branco di pesci che guizza sull'oceano.
Eragon socchiuse gli occhi per ammirarli. Nella Valle Palancar, quando gli storni facevano ritorno dopo l'inverno, spesso formavano gruppi così grandi da trasformare il giorno in notte. Questo stormo non era molto grande, ma gli ricordava lo stesso le serate trascorse a bere infuso di menta con Garrow e Roran sotto il portico della fattoria, guardando la nuvola nera che cambiava forma di continuo.
Smarrito nei ricordi, si fermò e sedette su un masso per stringersi i lacci degli stivali.
Il tempo era cambiato: faceva freddo e una nuvolaglia grigia a ovest annunciava un temporale. La vegetazione era più ricca, con muschio e canne e ampie zolle d'erba verde. A diverse miglia di distanza, cinque colline interrompevano il panorama uniforme e piatto. Un boschetto di querce coronava la sommità della collina centrale. Dal denso fogliame si ergevano le rovine di una costruzione abbandonata, eretta da chissà quale razza nei secoli addietro.
Incuriosito, Eragon decise di rompere il digiuno fra le rovine. Era certo di trovare selvaggina in abbondanza, e la sosta gli avrebbe dato una scusa per esplorare un po' i dintorni prima di proseguire.
Arrivò ai piedi della prima collina un'ora dopo, e trovò i resti di un'antica strada lastricata di pietre squadrate. La seguì fino alle rovine, sconcertato dalla loro architettura, che non somigliava a nessuna opera di umani, elfi o nani a lui nota.
L'ombra sotto le querce rinfrescò Eragon mentre s'inerpicava sulla collina centrale. Verso la sommità, il terreno divenne pianeggiante e il boschetto si diradò per aprirsi su una vasta radura. Al centro svettava una torre diroccata. La parte bassa della torre era larga e solcata da nervature, come il tronco di un albero. Poi la struttura si andava assottigliando e risaliva verso il cielo per oltre trenta piedi, terminando con un profilo aguzzo e frastagliato. La parte superiore della torre giaceva sul terreno, ridotta in tanti frammenti.
Eragon era eccitato. Aveva il sospetto di aver trovato un avamposto elfico eretto molto prima della caduta dei Cavalieri. Nessun'altra razza possedeva l'abilità o l'inclinazione a costruire una struttura simile.
Poi notò un orticello dall'altra parte della radura.
Tra le piante era accovacciato un uomo, intento a estirpare erbacce in mezzo ai piccoli filari di piselli. Il volto era immerso nell'ombra. La barba grigia era così lunga che gli posava in grembo come un cumulo di lana grezza.
Senza alzare lo sguardo, l'uomo disse: «Be', ti decidi ad aiutarmi o no? Se lo fai, ci sarà da mangiare anche per te.»
Eragon esitò, poi si disse: Perché dovrei aver paura di un vecchio eremita? e si avvicinò all'orto. «Sono Bergan... Bergan, figlio di Garrow.»
«Tenga, figlio di Ingvar» borbottò l'uomo.
Eragon posò lo zaino per terra e l'armatura all'interno sferragliò. Per tutta l'ora seguente lavorò in silenzio insieme a Tenga. Sapeva che non avrebbe dovuto restare, ma gli piaceva il lavoro fisico: gli impediva di pensare. Mentre sradicava le erbacce, lasciò espandere la mente per toccare la moltitudine di esseri che vivevano nella radura. Accolse con gratitudine il senso di unità che condivideva con loro.
Quando ebbero strappato fino all'ultimo stelo d'erba, portulaca e tarassaco, Eragon seguì Tenga attraverso una porticina incassata ai piedi della torre, oltre la quale si apriva una cucina spaziosa. Al centro della stanza, una scala a chiocciola conduceva al piano di sopra. Libri, pergamene e fasci di cartapecora non rilegata coprivano ogni superficie libera, compresa buona parte del pavimento.
Tenga puntò un dito verso la piccola catasta di rami nel caminetto. Con uno scoppio e un crepitio, il legno prese fuoco. Eragon s'irrigidì, pronto a lottare sia fisicamente che mentalmente con Tenga.
L'altro parve non notare la sua reazione, ma continuò ad affaccendarsi in cucina, prendendo tazze, piatti, coltelli e avanzi di vario genere per il pranzo, senza mai smettere di borbottare fra sé.
Con tutti i sensi vigili, Eragon sedette su uno sgabello in un angolo. Non ha parlato nell'antica lingua, pensò. Anche se ha pronunciato l'incantesimo nella sua testa, ha comunque rischiato di morire, o peggio, e solo per accendere il caminetto! Oromis gli aveva insegnato che le parole sono il mezzo attraverso il quale si controlla la magia. Evocare un incantesimo senza che la struttura del linguaggio ne imbrigliasse la forza motrice voleva dire rischiare che un pensiero ramingo o un'emozione distorcessero il risultato.
Eragon si guardò intorno, cercando nella stanza qualche indizio che potesse rivelargli qualcosa sul suo anfitrione. Vide una pergamena aperta che mostrava colonne di parole nell'antica lingua e la riconobbe come un compendio dei veri nomi simile a quello che aveva studiato a Ellesméra. I maghi avevano a cuore quel genere di documenti e di libri, ed erano disposti a sacrificare qualsiasi cosa per ottenerli, perché su di essi si potevano imparare nuove formule per un incantesimo o anche annotare le parole che via via si scoprivano. D'altro canto, erano pochi quelli che riuscivano a mettere le mani su un compendio, perché erano oggetti estremamente rari e quelli che già ne possedevano uno non se ne separavano mai volentieri.
Se già era strano che Tenga ne avesse uno, Eragon rimase di stucco nel vederne altri sei sparsi per la stanza, oltre a un certo numero di documenti su svariati temi, dalla storia alla matematica, dall'astronomia alla botanica.
Un boccale di birra e un vassoio con pane, formaggio e una fetta di pasticcio di carne freddo comparvero davanti a Eragon, offerti con malagrazia da Tenga.
«Grazie» disse Eragon, riconoscente.
Tenga lo ignorò e si sedette a gambe incrociate accanto al caminetto. Continuò a borbottare e mugugnare dentro la barba mentre consumava il suo pasto.
Dopo che ebbe ripulito il piatto e bevuto l'ultimo sorso di birra, Eragon non poté trattenersi dal chiedere a Tenga, che a sua volta stava per finire il pasto: «Sono stati gli elfi a costruire questa torre?»
Tenga lo fissò con uno strano sguardo, come se la domanda gli facesse dubitare dell'intelligenza di Eragon. «Già. Sono stati gli infidi elfi a costruire Edur Ithindra.»
«E tu cosa ci fai qui? Vivi da solo, oppure...»
«Cerco la risposta!» esclamò Tenga. «La chiave per una porta chiusa, il segreto degli alberi e delle piante. Fuoco, calore, lampo, luce... Quasi tutti non conoscono la domanda e brancolano nell'ignoranza. Altri conoscono la domanda ma temono la risposta. Bah! Per migliaia di anni abbiamo vissuto come bestie selvagge. Selvagge! Io metterò fine a tutto questo. Io aprirò un'era di luce e tutti glorificheranno la mia impresa.»
«Ti prego, dimmi, che cosa cerchi esattamente?»
Tenga si accigliò. «Non conosci la domanda? Credevo di sì. Ma si vede che mi sbagliavo. Eppure ho idea che tu comprenda la mia ricerca. Tu cerchi una risposta differente, ma comunque stai cercando. Lo stesso fuoco brucia nel tuo cuore come nel mio. Chi altri se non un compagno pellegrino può apprezzare il sacrificio che siamo costretti a compiere per trovare la risposta?»
«La risposta a cosa?»
«Alla domanda che scegliamo.»
È pazzo, pensò Eragon. Guardandosi intorno in cerca di qualcosa che potesse aiutarlo a distrarre Tenga, vide una serie di animaletti di legno allineati sul davanzale di una finestra a forma di goccia. «Che belle» disse, indicando le statuine. «Chi le ha fatte?»
«Lei... prima di andarsene. Faceva sempre delle cose.» Tenga si alzò di scatto e posò la punta dell'indice sulla prima statuina. «Ecco lo scoiattolo dalla coda fremente, veloce, scattante e ridente.» Il dito passò sulla seconda statuina. «Ecco il cinghiale selvatico, con le sue zanne aguzze... Ecco il corvo...»
Tenga non si accorse di quando Eragon indietreggiò e sollevò il paletto della porta per sgusciare via da Edur Ithindra. Il giovane si rimise lo zaino in spalla e riattraversò il boschetto di querce, allontanandosi dalle cinque colline e dallo stregone folle che vi dimorava.
Per il resto del giorno, e tutto quello dopo, il numero di persone incontrate lungo la strada continuò ad aumentare fino a diventare un flusso pressoché ininterrotto di gente che andava e veniva. Per la maggior parte erano profughi, ma c'erano anche soldati e mercanti. Eragon li evitava quando poteva, altrimenti camminava con il mento affondato nel petto.
Fu così costretto a passare la notte nel villaggio di Agrod'est, venti miglia a nord di Melian. Aveva avuto intenzione di abbandonare la strada molto prima di arrivare al villaggio e trovare riparo in una valletta o in una grotta dove poter riposare fino al mattino, ma a causa della sua scarsa conoscenza di quel territorio calcolò male la distanza e arrivò dalle parti del piccolo centro in compagnia di tre soldati. Andarsene così, a meno di un'ora dalla sicurezza delle mura e dei cancelli di Agrod'est e dal conforto di un letto caldo, avrebbe indotto anche il più ottuso degli ottusi a chiedersi perché stesse cercando di evitare il villaggio. Così strinse i denti e in silenzio ripassò la storia che aveva inventato per giustificare il suo viaggio.
Il sole gonfio fiammeggiava a due dita dall'orizzonte quando Eragon avvistò Agrod'est, un villaggio di medie dimensioni circondato da un'alta e robusta palizzata. Ed era quasi buio quando finalmente lo raggiunse e ne varcò il cancello. Alle sue spalle sentì una guardia chiedere agli uomini d'armi se avessero visto qualcuno dietro di loro sulla strada.
«Non mi pare.»
«Meglio così» replicò la sentinella. «Se c'è qualche ritardatario, dovrà aspettare domattina per entrare.» Poi si rivolse alla guardia sul lato opposto dell'ingresso e gridò: «Chiudi!» Insieme spinsero i due battenti del cancello, alto quindici piedi e rinforzato col ferro, e lo sbarrarono con quattro pali di quercia grossi quanto il torace di Eragon.
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