Volodyk - Paolini3-Brisingr
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Di fronte a Nasuada, Fadawar era intento a sfilarsi tutti i pesanti bracciali d'oro, rivelando le maniche ricamate della camicia. Quando ebbe finito, si tolse la massiccia corona dalla testa e la porse a uno degli attendenti.
Voci da fuori interruppero i preparativi. Un giovane araldo - si chiamava Jarsha, ricordò Nasuada - entrò nel padiglione e si fermò a due passi dall'ingresso, annunciando: «Re Orrin del Surda, Jörmundur dei Varden, Trianna del Du Vrangr Gata, e Naako e Ramusewa della tribù Inapashunna.» Per tutto il tempo, Jarsha tenne lo sguardo debitamente rivolto al soffitto, poi girò sui tacchi e al suo posto entrò il gruppo che aveva annunciato, con re Orrin in testa. Il re vide Fadawar per primo e lo salutò dicendo: «Ah, capitano, questa sì che è una sorpresa... Confido che tu e...» S'interruppe sbalordito nel vedere Nasuada. «Ma... che significa tutto questo?»
«Vorrei saperlo anch'io» borbottò Jörmundur, stringendo l'elsa della spada e fissando accigliato chiunque osasse guardarla in maniera troppo sfacciata.
«Vi ho convocati qui» disse Nasuada «per assistere in qualità di testimoni alla Prova dei Lunghi Coltelli tra me e Fadawar, e per riferire in seguito, a chiunque voglia saperlo, l'esito del confronto.»
I due membri anziani della tribù Inapashunna, Naako e Ramusewa, parvero allarmati dalla rivelazione; con le teste vicine, cominciarono a confabulare tra di loro. Trianna incrociò le braccia - rivelando la spirale d'oro a forma di serpente che le cingeva il polso sottile - ma non tradì altra emozione. Jörmundur lanciò un'imprecazione e disse: «Hai smarrito il senno, mia signora? Questa è follia. Non puoi...»
«Posso, e lo farò.»
«Mia signora, se lo fai, allora io...»
«Prendo atto del tuo dissenso, ma la mia decisione è irrevocabile. E proibisco a chiunque di interferire.» Nasuada intuì che Jörmundur aveva una gran voglia di disobbedirle, ma per quanto desiderasse proteggerla, la lealtà era sempre stata la caratteristica più spiccata del suo ufficiale.
«Ma Nasuada» disse re Orrin, «questa prova non è quella in cui...»
«Sì, è quella.»
«Maledizione, allora! Ritirati da questa follia sconsiderata. Deve averti dato di volta il cervello per...»
«Ho già dato la mia parola a Fadawar.»
L'atmosfera nel padiglione si fece pesante come una coltre di velluto. Il fatto che Nasuada avesse dato la sua parola significava che non poteva rimangiarsi la promessa senza passare per una spergiura, una persona abietta che gli uomini d'onore avrebbero soltanto potuto maledire e mettere al bando. Orrin esitò un istante, poi insistette. «A quale scopo? Voglio dire, se perdi...»
«Se perdo, i Varden non risponderanno più a me, ma a Fadawar.»
Nasuada si era aspettata un coro di proteste. Invece seguì un silenzio in cui la collera ardente che animava i lineamenti di re Orrin si raffreddò, si stemperò e acquistò una qualità tagliente. «Non gradisco affatto la tua scelta di mettere a repentaglio la nostra causa.» A Fadawar disse: «Non vorresti ripensarci e liberare Nasuada dal suo impegno? Ti ricompenserò profumatamente se accetti di abbandonare questa tua malsana ambizione.»
«Sono già ricco quanto mi basta» replicò Fadawar. «Non ho bisogno del tuo oro di bassa lega. No, non c'è nulla, tranne la Prova dei Lunghi Coltelli, che mi possa ricompensare per le calunnie che Nasuada ha indirizzato al mio popolo e a me.»
«Adesso fammi da testimone» disse Nasuada a Orrin.
Orrin serrò con rabbia le pieghe del mantello, ma s'inchinò e disse: «D'accordo, farò da testimone.»
Dalle ampie maniche dei loro abiti, i quattro guerrieri di Fadawar estrassero dei piccoli tamburi di pelle di capra. Si accovacciarono, misero i tamburi fra le ginocchia e cominciarono a suonare un ritmo così forsennato che le mani divennero nere macchie indistinte. La musica primitiva cancellò tutti gli altri suoni, come anche il vortice di pensieri che tormentava Nasuada. Il suo cuore pareva tenere il tempo con il ritmo frenetico che l'assordava.
Senza smettere di suonare, il più anziano degli uomini di Fadawar si frugò nella veste e trasse due lunghi coltelli ricurvi, che lanciò verso il punto più alto della tenda. Nasuada guardò i coltelli roteare in aria, affascinata dalla bellezza del movimento.
Quando le arrivò vicino, Nasuada alzò un braccio e afferrò al volo un coltello. L'impugnatura tempestata di opali le graffiò il palmo.
Fadawar fu altrettanto lesto a intercettare la propria lama.
Nasuada lo vide arrotolarsi la manica sinistra fino al gomito e ne studiò l'avambraccio, sodo e muscoloso. Ma non era questo che le importava: le doti atletiche non servivano a vincere quel tipo di sfida. Quello che Nasuada cercava erano le cicatrici che, se c'erano, dovevano solcare la parte morbida dell'avambraccio.
Ne contò cinque.
Cinque! pensò. Così tante. La sua sicurezza vacillò mentre contemplava la prova della resistenza di Fadawar. L'unica cosa che le impedì di perdere il controllo fu la profezia di Elva: la ragazza aveva detto che Nasuada avrebbe vinto. Nasuada si aggrappò al ricordo delle sue parole come fosse una zattera in un mare in burrasca. Ha detto che posso farcela, perciò devo riuscire a battere Fadawar... Devo!
Dato che era stato lui a lanciare la sfida, fu lui a cominciare. Tese il braccio sinistro con il palmo rivolto verso l'alto, posò il coltello sull'avambraccio, appena sotto l'incavo del gomito, e passò la lama lucida e affilata sulla carne. La pelle si aprì come una fragola matura e il sangue sgorgò dall'incisione cremisi.
Il suo sguardo incontrò quello di Nasuada.
Lei sorrise e si posò il coltello sul braccio. Il metallo era freddo come il ghiaccio. La loro era una prova di resistenza per scoprire chi avrebbe sopportato più tagli. La convinzione era che chiunque aspirasse a diventare capotribù, o persino capo militare, doveva essere disposto a sopportare più dolore di chiunque altro per il bene del suo popolo. Altrimenti come potevano le tribù essere certe che il loro capo avrebbe anteposto gli interessi della comunità ai propri desideri personali? Nasuada era convinta che quella pratica incoraggiasse l'estremismo; d'altro canto, capiva come attraverso quel gesto si potesse guadagnare la fiducia della gente. Anche se la Prova dei Lunghi Coltelli era una tradizione esclusiva delle tribù dalla pelle scura, battere Fadawar avrebbe rafforzato la sua posizione anche fra i Varden e, sperava, fra i sudditi di re Orrin.
In silenzio offrì una breve preghiera a Gokukara, la dea mantide religiosa, poi premette il coltello. L'acciaio affilato le penetrò la carne così facilmente che Nasuada si sforzò di non andare troppo a fondo. Rabbrividì. Avrebbe voluto gettare il coltello, stringersi la ferita e urlare.
Non fece nessuna di queste cose. Tenne il muscolo rilassato; se lo avesse contratto, il dolore sarebbe stato molto più intenso. E continuò a sorridere, mentre la lama le lacerava il corpo. Il taglio durò appena tre secondi, ma in quegli istanti la sua carne offesa lanciò migliaia di grida di protesta, e ciascun grido rischiò di farla smettere. Mentre abbassava il coltello, notò che gli uomini della tribù continuavano a battere sui tamburi, ma lei non sentiva altro che il battito del proprio cuore.
Fadawar si ferì una seconda volta. I nervi tesi del collo spiccarono in rilievo, mentre la vena giugulare si gonfiava fin quasi a scoppiare.
Nasuada capì che toccava di nuovo a lei. Sapere quello che l'aspettava non fece che aumentare il suo timore. L'istinto di conservazione - un istinto che l'aveva preservata in molte altre occasioni - lottò contro l'ordine che il suo cervello inviava al braccio e alla mano. Disperata, cercò di concentrarsi sul desiderio di salvare i Varden e sconfiggere Galbatorix: le due cause a cui aveva dedicato la sua intera esistenza. Con gli occhi della mente, vide suo padre e Jörmundur ed Eragon e i Varden, e pensò: Per loro! Lo faccio per loro. Sono nata per servire, e questo è il mio servigio.
Procedette con l'incisione.
Un istante dopo, Fadawar si aprì un altro squarcio nell'avambraccio, e altrettanto fece Nasuada.
Il quarto taglio seguì subito dopo.
E il quinto...
Nasuada si sentì pervadere da uno strano torpore. Era molto stanca, e aveva freddo. Si rese conto che la sopportazione del dolore poteva non essere decisiva quanto chi sarebbe svenuto per primo a causa dell'emorragia. Rivoletti di sangue le scorrevano sul polso e fra le dita, raccogliendosi in una pozza ai suoi piedi. Una pozza simile, se non più grande, si allargava intorno agli stivali di Fadawar.
I rossi tagli paralleli sul braccio del capitano ricordarono a Nasuada le branchie di un pesce, un pensiero che le parve stranamente buffo: si morse la lingua per non ridere.
Con un ringhio, Fadawar si procurò il sesto taglio. «Fai di meglio, strega incapace!» gridò al di sopra del rullo di tamburi, e cadde su un ginocchio.
Nasuada fece di meglio.
Fadawar tremò spostando il coltello dalla mano destra alla sinistra: la tradizione imponeva un massimo di sei ferite per braccio, altrimenti si rischiava di recidere le vene e i tendini più vicini al polso. Quando Nasuada imitò la sua mossa, re Orrin scattò fra i due, gridando: «Basta! Non vi permetterò di continuare. Vi state uccidendo.»
Tese una mano verso Nasuada, ma indietreggiò quando lei lo minacciò col coltello. «Non t'immischiare» ringhiò la regina a denti stretti.
Fadawar si tagliò l'avambraccio destro. Uno schizzo di sangue fiottò dai muscoli rigidi. Li sta contraendo, pensò Nasuada. Sperò che l'errore bastasse a fiaccare la sua resistenza.
Nasuada non riuscì a fare a meno di gemere quando il coltello le lacerò la carne. La lama affilata la bruciò come un ferro incandescente. A metà dell'incisione, il braccio sinistro ebbe uno spasmo. Il coltello le sfuggì e le procurò una lunga ferita slabbrata, due volte più profonda delle precedenti. Trattenne il fiato cercando di combattere il dolore atroce. Non ce la faccio, pensò. Non posso... non posso! Non resisto più. Preferisco morire... Oh, ti prego, fa' che finisca! Le diede un certo sollievo indulgere in quelli e altri disperati appelli silenziosi, ma in cuor suo sapeva che non si sarebbe mai arresa.
Per l'ottava volta, Fadawar posò il coltello sopra l'avambraccio, tenendolo sospeso a un quarto di pollice dalla pelle livida. Rimase immobile mentre il sudore gli gocciolava sugli occhi e le ferite stillavano lacrime rosse. Sembrava che il coraggio stesse per abbandonarlo, poi, d'improvviso, ringhiò e con un colpo deciso si sfregiò il braccio.
La sua esitazione infuse nuovo vigore in Nasuada. Fu pervasa da una strana euforia che trasformò il dolore in una sensazione quasi piacevole. Pareggiò il conto con Fadawar, poi, spinta da un improvviso sprezzo del pericolo, si tagliò ancora una volta il braccio.
«Fai meglio di così» mormorò.
La prospettiva di infliggersi due tagli di fila - uno per pareggiare il numero di Nasuada e uno per superarla - parve intimidire Fadawar. Batté le palpebre, si inumidì le labbra e aggiustò la presa sul coltello per tre volte prima di abbassare l'arma sul braccio.
La sua lingua guizzò ancora una volta a bagnare le labbra.
Uno spasmo gli attraversò la mano sinistra, e il coltello gli cadde dalle dita contratte, conficcandosi nel terreno. Fadawar lo raccolse. Sotto la tunica, il suo torace si alzava e si abbassava a ritmo frenetico. Alzò la lama e la premette sul braccio: un rivoletto di sangue sgorgò subito dalla ferita. Fadawar serrò la mascella, poi fu scosso da un potente brivido e si piegò in due, premendosi le braccia ferite contro la pancia. «Mi arrendo» disse.
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