Volodyk - Paolini3-Brisingr

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Mentre i tre si incamminavano verso il padiglione di Nasuada, Eragon scoccò uno sguardo ad Angela. «Chi erano quelle due?»

Lei storse le labbra. «Pellegrine impegnate nella loro ricerca.»

«Non mi pare una gran risposta» si lamentò Eragon.

«Non è mia abitudine distribuire segreti come noccioline caramellate durante il solstizio d'inverno. Soprattutto se appartengono ad altri.»

Eragon rimase in silenzio per un po'. «Se qualcuno si rifiuta di rivelarmi un'informazione, mi rende solo più deciso a scoprire la verità. Detesto non sapere le cose. Una risposta non data è come una spina nel fianco che mi fa male ogni volta che mi muovo, almeno finché non riesco a estrarla» aggiunse.

«Hai tutta la mia solidarietà.»

«Perché?»

«Se le cose stanno così, ho il sospetto che tu passi tutto il giorno in preda a un dolore mortale, perché la vita è piena di domande a cui non si trova risposta.»

A una sessantina di piedi dal padiglione di Nasuada, un contingente di lancieri in marcia attraverso l'accampamento bloccò loro la strada. Mentre aspettavano che passassero, Eragon fu scosso da un brivido e si soffiò sulle mani. «Magari avessimo il tempo di mangiare qualcosa.»

Più rapida che mai, Angela gli chiese: «È la magia, vero? Ti ha spossato.» Eragon annuì. Allora l'erborista infilò una mano in una delle sacche che teneva appese in vita e ne trasse una barretta marrone punteggiata di scintillanti semi di lino. «Tieni, ti calmerà la fame almeno fino all'ora di pranzo.»

«Che cos'è?»

«Mangiala, ti piacerà. Fidati» insisté, porgendogliela. Mentre Eragon le prendeva la barretta unta dalle dita, Angela gli afferrò il polso con l'altra mano e lo tenne fermo finché non ebbe ispezionato i calli spessi mezzo pollice che aveva sulle nocche. «Molto astuto da parte tua» commentò. «Sono disgustosi come le verruche dei rospi, ma che importa? Almeno la pelle resterà intatta. Grande idea. Davvero una grande, grande idea. Ti sei ispirato agli Ascûdgamln, i pugni d'acciaio dei nani?»

«Non ti sfugge niente, eh?»

«Se anche fosse, poco male. Mi occupo solo delle cose che esistono.» Eragon batté le palpebre, sconcertato come sempre dall'arguzia dell'erborista. Angela gli tastò un callo con un'unghia corta. «Me li farei crescere anch'io, solo che poi, lavorando a maglia o al telaio, mi si impiglierebbero nella lana.»

«Tu lavori a maglia?» le domandò, sorpreso che svolgesse un'attività tanto ordinaria.

«Ma certo! È un modo meraviglioso di rilassarsi. E se non lo facessi, dove troverei un maglione con ricamate sul petto le difese di Dvalar contro i conigli rabbiosi nell'antica lingua, o una retina per capelli tinta di giallo, verde e rosa acceso?»

«I conigli rabbiosi...»

Angela scosse la folta chioma riccia. «Rimarresti strabiliato nello scoprire quanti maghi sono morti per il morso di un coniglio rabbioso. Capita molto più spesso di quello che si crede.»

Eragon la fissò. Secondo te mi sta prendendo in giro? chiese a Saphira.

Se ci tieni tanto a saperlo, domandaglielo.

Si limiterebbe a rispondermi con un altro scioglilingua.

Passati i lancieri, i tre procedettero verso il padiglione rosso accompagnati da Solembum, che li aveva raggiunti di soppiatto. Facendosi strada tra i mucchi di sterco lasciati dai cavalli di re Orrin, Angela gli chiese: «Allora, dimmi: oltre al combattimento con i Ra'zac, non ti è successo niente di tremendamente interessante durante il viaggio? Lo sai che adoro sentir parlare di cose interessanti.»

Eragon sorrise, ripensando agli spiriti che avevano fatto visita a lui e ad Arya. Tuttavia non voleva discuterne, così rispose: «Visto che me lo chiedi, in effetti mi sono successe un sacco di cose interessanti. Per esempio, ho incontrato un eremita di nome Tenga che viveva tra le rovine di una torre elfica. Aveva la biblioteca più stupefacente che avessi mai visto. C'erano sette...»

Angela si bloccò così di colpo che Eragon fece altri tre passi avanti prima di accorgersene e tornare indietro. La strega sembrava stordita, come se l'avessero colpita sulla testa. Solembum avanzò verso di lei quatto quatto, le si strusciò contro le gambe e alzò il muso. Angela si inumidì le labbra, poi disse: «Sei...» Tossicchiò. «Sei sicuro che si chiamasse Tenga?»

«Lo conosci?»

Solembum soffiò e gli si rizzò il pelo sulla schiena. Eragon si scostò dal gatto mannaro, ansioso di mettersi al riparo dai suoi artigli.

«Se lo conosco?» Con una risata amara, Angela si portò le mani ai fianchi. «Se lo conosco? Altroché! Sono stata la sua apprendista per... per uno sventurato numero di anni.»

Eragon non si aspettava che la donna avrebbe mai rivelato qualcosa del suo passato. Desideroso di saperne di più, le chiese: «Quando l'hai conosciuto? E dove?»

«Molto tempo fa e molto lontano da qui. Tuttavia ci siamo separati in malo modo e non lo vedo da tantissimi anni.» Angela si accigliò. «Anzi, pensavo che fosse morto.»

Poi fu la volta di Saphira: Dato che sei stata la sua apprendista, sai a quale domanda sta cercando risposta?

«Non ne ho la minima idea. Tenga stava sempre cercando la risposta a qualche domanda. Quando la trovava, passava a un'altra, e così via, all'infinito. Dall'ultima volta che l'ho visto potrebbe aver trovato risposta a un centinaio di domande, ma anche essere ancora alle prese con lo stesso enigma di quando me ne sono andata.»

Ovvero?

«Se le fasi lunari influenzano il numero e la qualità di opali che si formano alle pendici dei Monti Beor, come credono i nani.»

«Ma come si fa a dimostrarlo?» obiettò Eragon.

Angela si strinse nelle spalle. «Se c'è una persona in grado di riuscirci, è Tenga. Sarà un po' pazzo, ma non si può negare che sia brillante.»

È uno che prende a calci i gatti, intervenne Solembum, come se quel commento riassumesse il carattere dell'eremita.

Poi Angela batté le mani e disse: «Basta! Mangia il tuo dolcetto, Eragon, e andiamo da Nasuada.»

RIMEDIARE A UN ERRORE

«Siete in ritardo» disse Nasuada a Eragon e Angela mentre prendevano posto sulle sedie disposte a semicerchio di fronte allo scranno dall'alto schienale. C'erano anche Elva e Greta, l'anziana domestica che nel Farthen Dûr aveva pregato Eragon di benedire la sua protetta. Come sempre, Saphira si era accucciata fuori e aveva infilato la testa in un'apertura su un lato per poter prendere parte alla riunione. Solembum era acciambellato accanto alla sua testa. A parte qualche scatto della coda, sembrava profondamente addormentato.

Eragon e Angela si scusarono, poi il Cavaliere ascoltò Nasuada spiegare a Elva il valore del suo dono per i Varden - Come se non lo sapesse, commentò Eragon rivolto a Saphira - e la supplicò di sciogliere Eragon dalla promessa di cancellare gli effetti della sua benedizione. Comprendeva quanto fosse difficile ciò che le stava chiedendo, ma era in gioco il destino dell'intero paese: sacrificare il proprio bene per aiutare a salvare Alagaësia dalle grinfie malefiche di Galbatorix non era un motivo più che valido? Fu un discorso magnifico: eloquente, appassionato e ricco di argomentazioni studiate per far presa sui più nobili sentimenti della bambina.

Elva, che si reggeva il piccolo mento aguzzo con i pugni, alzò la testa e rispose: «No.» Nel padiglione calò un silenzio carico d'angoscia. Fissando impassibile tutti i presenti, la bambina continuò: «Eragon, Angela, sapete entrambi cosa significa condividere i pensieri e le emozioni di chi sta per morire. Sapete quanto sia orribile e straziante: è come se una parte di me svanisse per sempre. E provo la stessa sensazione ogni volta che muore qualcuno. Voi non siete costretti a sopportare questa esperienza, a meno che non lo vogliate, mentre io... Io non ho altra scelta. Avverto ogni morte accanto a me. Perfino ora sento che la vita sta per abbandonare Sefton, uno dei tuoi spadaccini ferito sulle Pianure Ardenti, Nasuada, e so quali parole potrei dirgli per alleviare il suo terrore dell'oblio. La sua paura è così immensa, oh, che mi fa venire i brividi!» Con un grido incoerente, si portò le braccia davanti al viso come per schivare un colpo, poi disse: «Ah, è morto. Ma ce ne sono altri. C'è sempre qualcuno che muore. La fila dei morti non finisce mai.» La nota di amaro sarcasmo della sua voce, solo una parodia del tono che avrebbe dovuto tenere qualunque bambina di quell'età, si fece più marcata. «Lo capisci Nasuada, Lady Furianera, Colei che Diventerà la Regina del Mondo? Lo capisci? Io avverto tutto il dolore che c'è intorno a me, fisico o mentale che sia. Lo sento come se fossi io stessa a provarlo e la magia di Eragon mi obbliga ad alleviare il disagio di coloro che soffrono, noncurante di ciò che comporta per me. E se mi oppongo, come sto facendo ora, il mio corpo si ribella: lo stomaco brucia, mi scoppia la testa come se un nano mi stesse prendendo a martellate, fatico a muovermi e ancora di più a pensare. È questo che desideri per me, Nasuada?

«Non ho mai tregua dai dolori del mondo, né di notte né di giorno. Da quando Eragon mi ha dato la sua benedizione, non ho conosciuto altro che sofferenza e paura, mai felicità o piacere. Le cose più spensierate della vita, quelle che rendono tollerabile l'esistenza, mi sono negate. Mai le ho viste. Mai ho potuto viverle. Intorno a me c'è solo buio. Solo le disgrazie di uomini, donne e bambini nel raggio di un miglio, che mi travolgono come un temporale di mezzanotte. Questa benedizione mi ha privato dell'opportunità di essere come gli altri bambini. Ha costretto il mio corpo, e ancora di più la mia mente, a maturare più in fretta del normale. Eragon potrà anche cancellare questo mio terribile dono e tutti gli obblighi ad agire che l'accompagnano, ma non potrà mai restituirmi ciò che ero un tempo e nemmeno ciò che dovrei essere, almeno non senza distruggere ciò che sono diventata. Sono un mostro, né bambina né adulta, per sempre condannata a essere una reietta. Non sono cieca, sapete? Lo vedo come vi ritraete quando mi sentite parlare.» Scosse il capo. «No, mi state chiedendo troppo. Non continuerò così per il tuo bene, Nasuada, né per quello dei Varden o di tutta Alagaësia, e nemmeno della mia cara mamma, se fosse ancora viva. Non ne vale la pena. Potrei anche vivere da sola, così mi libererei dalle afflizioni degli altri, ma non voglio. No, l'unica soluzione è che Eragon provi a rimediare al suo errore.» Incurvò le labbra in un sorriso ambiguo. «E se non siete d'accordo con me, se pensate che sia stupida ed egoista, allora fareste meglio a ricordare che sono poco più di una neonata in fasce: non ho ancora compiuto due anni. Solo uno sciocco si aspetterebbe che una bambina si sacrifichi per un bene più grande. Bambina o no, comunque, ho preso la mia decisione, e niente di ciò che direte potrebbe convincermi a cambiarla. Non mi piegherò mai al vostro volere. In questo sono come il ferro.»

Nasuada tentò di nuovo di farla ragionare, ma come Elva aveva garantito, il tentativo si rivelò inutile. Alla fine la regina chiese ad Angela, Eragon e Saphira di intervenire. L'erborista si rifiutò, dicendo che non avrebbe potuto trovare parole migliori delle sue; e poi pensava che quella di Elva fosse una scelta personale, che la bambina dovesse fare ciò che voleva senza essere tormentata come un'aquila da uno stormo di ghiandaie. Eragon era più o meno della stessa opinione, ma acconsentì a dirle un'ultima cosa: «Elva, non posso suggerirti ciò che devi fare, perché solo tu puoi deciderlo, ma non respingere la richiesta di Nasuada senza riflettere. Sta cercando di salvarci da Galbatorix e se vogliamo avere qualche possibilità di successo ha bisogno del nostro sostegno. Non vedo nel futuro, ma credo che il tuo dono potrebbe essere l'arma perfetta contro di lui. Potresti prevedere ogni sua mossa. Potresti dirci come respingere le sue schiere. E soprattutto avvertiresti dove è più vulnerabile, dove è più fragile, e potresti dirci che cosa fare per ferirlo.»

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