Volodyk - Paolini3-Brisingr

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Sono qui per noi, disse Saphira. A Eragon si torsero le budella, e sentì il terrore della dragonessa scorrergli nella mente come una corrente d'acqua biliosa.

FUOCO NEL CIELO

Mentre osservava Castigo e Murtagh salire in alto nel cielo verso nord, Eragon sentì Narheim sussurrare «Barzûl» e poi maledire Murtagh perché aveva ucciso Rothgar, il re dei nani.

Arya distolse lo sguardo. «Nasuada, Maestà» disse poi, facendo guizzare gli occhi da lei a Orrin, «devi fermare quei soldati prima che raggiungano l'accampamento. Non puoi permettere che attacchino le nostre linee difensive, altrimenti spazzeranno via i bastioni come un'onda di burrasca e scateneranno un indicibile scompiglio tra le tende, dove non siamo in grado di rispondere con efficacia.»

«Come? "Un indicibile scompiglio"?» ripeté Orrin in tono di scherno. «Hai così scarsa fiducia nelle nostre capacità, ambasciatrice? Forse gli umani e i nani non sono abili come voi elfi, ma non avremo difficoltà a sbarazzarci di questi poveri disgraziati, te lo assicuro.»

I lineamenti di Arya si irrigidirono. «Le vostre capacità non hanno uguali, mio re, non ne dubito, ma ascoltami bene: questa è una trappola tesa per Eragon e Saphira. Loro...» - alzando un braccio di scatto indicò le due sagome in volo di Castigo e Murtagh - «... sono venuti per catturarli e portarli a Urû'baen. Galbatorix non avrebbe mandato così pochi uomini se non fosse stato sicuro che avrebbero tenuto i Varden occupati abbastanza a lungo da permettere a Murtagh di sconfiggere Eragon. Di sicuro sono protetti da incantesimi che lui stesso ha evocato. Di che cosa si tratti non so, ma di una cosa sono certa: quei soldati sono più forti di quanto sembra, dunque dobbiamo impedire loro di entrare nell'accampamento.»

Riavutosi dall'iniziale stupore, Eragon aggiunse: «Non dobbiamo permettere a Castigo di volare sopra le tende. Potrebbe incendiarne la metà in un colpo solo.»

Nasuada afferrò il pomolo della sella con entrambe le mani, in apparenza indifferente a Murtagh, a Castigo e ai soldati, che ormai erano a meno di un miglio di distanza. «Ma perché non coglierci di sorpresa, allora?» chiese. «Perché avvisarci della loro presenza?»

Fu Narheim a risponderle. «Perché non volevano che Eragon e Saphira fossero coinvolti nel combattimento. Forse mi sbaglio, ma il loro piano è che affrontino Murtagh e Castigo in cielo mentre i soldati ci attaccano a terra.»

«Allora vi pare saggio esaudire il loro desiderio e far cadere di proposito

Eragon e Saphira nella loro trappola?» Nasuada sollevò un sopracciglio. «Sì» insisté Arya, «perché abbiamo un vantaggio che loro non sospetta

no nemmeno.» Indicò Blödhgarm. «Stavolta Eragon non affronterà Murtagh da solo, ma si potrà avvalere della forza congiunta di tredici elfi. Murtagh non se lo aspetta. Se blocchi i soldati prima che ci raggiungano, avrai mandato all'aria metà del piano di Galbatorix. Se poi mandi Eragon e Saphira a combattere, forti dell'appoggio dei più potenti tra gli stregoni della

mia razza, il gioco è fatto.»

«Mi hai convinto» rispose Nasuada. «Ma i soldati sono troppo vicini

perché possiamo intercettarli con la fanteria fuori dall'accampamento. Orrin...»

Ancora prima che finisse la frase, il re si era lanciato al galoppo verso i

cancelli a nord. Qualcuno del suo seguito suonò la tromba e diede al resto

della cavalleria il segnale di prepararsi all'attacco.

«Re Orrin avrà bisogno di aiuto. Mandagli i tuoi arieti» ordinò Nasuada

a Garzhvog.

«Come vuoi, Lady Furianera.» Gettando all'indietro l'immensa testa cornuta, Garzhvog lanciò un feroce muggito lamentoso. Sentendo l'ululato

selvaggio dell'Urgali, a Eragon si rizzarono i peli sulle braccia e sul collo.

Poi Garzhvog serrò la mandibola di colpo e grugnì: «Ecco fatto.» Infine il

Kull partì al trotto e corse verso l'ingresso dove erano radunati il re e i suoi

cavalieri.

Quattro Varden aprirono i cancelli. Orrin levò la spada, lanciò un grido e

uscì al galoppo, guidando i suoi uomini con le tuniche impunturate d'oro

contro i soldati nemici. Un pennacchio di polvere color crema si levò da

sotto gli zoccoli dei cavalli, avvolgendo la formazione a punta di freccia. «Jörmundur» chiamò Nasuada.

«Sì, mia signora?»

«Manda duecento spadaccini e un centinaio di lancieri a dar loro man

forte. E fa' in modo che cinquanta arcieri si dispongano a una settantina di

iarde dal combattimento. Voglio che quei soldati vengano schiacciati, annientati, cancellati dall'esistenza. Agli uomini va detto chiaro e tondo che

non devono avere pietà.»

Jörmundur si inchinò.

«E di' loro che, nonostante mi sia impossibile scendere in battaglia a

causa delle mie braccia ferite, il mio spirito marcia con loro.» «Sì, mia signora.»

Mentre Jörmundur si allontanava di corsa, Narheim avvicinò il suo pony

a Nasuada. «E il mio popolo? Che ruolo abbiamo noi?»

Nasuada guardò accigliata la densa polvere soffocante che fluttuava sull'ondulata distesa erbosa. «Potete aiutarci a proteggere il perimetro dell'accampamento. Se i soldati dovessero sfuggirci...» Fu costretta a interrompersi perché quattrocento Urgali - ne erano arrivati altri dopo la battaglia delle Pianure Ardenti - emersero con gran fragore dal centro dell'accampamento, uscirono dal cancello e si avviarono verso il campo, ruggendo incomprensibili grida di guerra. Quando furono svaniti tra la polvere, Nasuada riprese a parlare: «Come dicevo, se quei soldati dovessero sfuggirci,

le vostre asce saranno bene accette.»

Poi furono investiti da una raffica di vento, che portò con sé le grida di

uomini e cavalli morenti, lo spaventoso stridio del metallo contro il metallo, il clangore delle spade sugli elmi, l'impatto sordo delle lance sugli scudi

e, in sottofondo, un'orribile risata triste che usciva da una moltitudine di

gole e continuava incessante in quel delirio. Era la risata dei folli, pensò

Eragon.

Narheim si diede un pugno nel fianco. «Per Morgothal, non è da noi

starcene qui impalati mentre c'è un combattimento in corso! Consentici di

tagliare qualche testa per te, Nasuada!»

«No!» esclamò lei. «No, no e poi no! Vi ho già dato un ordine e mi aspetto che obbediate. È in corso una battaglia tra uomini, cavalli, Urgali e

forse anche draghi. Non è posto per nani, quello. Verreste calpestati come

bambini.» All'imprecazione furiosa di Narheim, alzò una mano. «So bene

che siete guerrieri impavidi. Nessuno lo sa meglio di me, dato che ho

combattuto accanto a voi nel Farthen Dûr. Tuttavia, non per insistere, ma

siete piccoli per i nostri canoni, e preferisco non rischiare di perdere dei

guerrieri come voi in una contesa in cui la vostra statura potrebbe esservi

fatale. È meglio se aspettate qui, su questa collinetta, dove sovrasterete

chiunque cerchi di arrampicarsi; aspettate che siano i soldati a venire da

voi. Se qualcuno di loro dovesse raggiungerci, saranno guerrieri così abili

e tremendi che vi voglio con me, tu e il tuo popolo, perché li respingiate.

Si sa, è più facile sradicare una montagna che sconfiggere un nano.» Scontento, Narheim bofonchiò qualcosa, ma nessuno riuscì a sentire le

sue parole perché in quel momento i Varden che Nasuada aveva schierato

varcarono l'apertura nel terrapieno dove prima c'era il cancello. Lo scalpiccio di piedi e lo sferragliare di armi e armature si affievolì a mano a mano

che gli uomini si allontanavano dall'accampamento. Poi il vento si placò,

trasformandosi in una brezza costante; dal luogo dov'era in atto lo scontro

giunse ancora quella lugubre risata.

Un istante dopo, un grido di incredibile intensità sbaragliò le difese mentali di Eragon e penetrò nella sua coscienza, colmandolo di angoscia. Sentì

un uomo dire: Ah, no! Aiutatemi! Non muoiono! Angvard, pensaci tu! Non

muoiono! Poi il contatto tra le loro menti svanì ed Eragon deglutì non appena comprese che quell'uomo era stato ucciso.

Nasuada si agitò in sella al suo destriero, con espressione tesa. «Chi era?»

«L'hai sentito anche tu?»

«A quanto pare l'abbiamo sentito tutti» rispose Arya.

«Credo che fosse Barden, uno degli stregoni che cavalcavano con Orrin,

ma...»

«Eragon!»

Mentre il re e i suoi uomini tenevano a bada i soldati nemici, Castigo volava in circolo sempre più in alto, ma adesso era sospeso a mezz'aria, immobile, a metà strada tra i soldati e l'accampamento, e la voce di Murtagh,

resa più profonda dalla magia, echeggiò per tutta la pianura: «Eragon! Ti

vedo, nascosto dietro le sottane di Nasuada. Vieni a combattere con me! È

il tuo destino. O sei un codardo, Ammazzaspettri?»

Saphira alzò la testa e rispose al posto suo, con un ruggito perfino più

forte dello stentoreo discorso di Murtagh, poi scaricò uno scoppiettante

getto di fuoco blu lungo venti piedi. I cavalli vicini a lei, compreso quello

di Nasuada, si diedero alla fuga, lasciando la dragonessa ed Eragon soli sul

terrapieno insieme agli elfi.

Arya si avvicinò e posò una mano sulla gamba sinistra di Eragon, poi lo

fissò con gli occhi verdi a mandorla. «Accettala da parte mia, Shur'tugal»

gli disse. Ed Eragon sentì un fiotto di energia scorrergli dentro. «Eka elrun ono» le sussurrò.

«Fa' attenzione» gli rispose Arya nell'antica lingua. «Non voglio vederti

sconfitto da Murtagh. Io...» Sembrava che volesse aggiungere dell'altro,

ma esitò, poi ritrasse la mano e tornò accanto a Blödhgarm.

«Buon volo, Bjartskular!» intonarono gli elfi, e Saphira si lanciò all'attacco.

Mentre la dragonessa puntava verso Castigo con un gran battito d'ali,

Eragon unì la sua mente prima con quella di lei poi con quella di Arya e,

attraverso di lei, con quelle di Blödhgarm e degli altri undici elfi. Poiché

Arya fungeva da punto di riferimento per gli elfi, Eragon poteva concentrarsi sui pensieri suoi e di Saphira; le conosceva entrambe così bene che le

loro reazioni non l'avrebbero distratto nel bel mezzo del combattimento. Afferrò lo scudo con la mano sinistra e sguainò il falcione, tenendolo

sollevato in modo da non ferire accidentalmente le ali, le spalle o il collo

di Saphira, che erano sempre in movimento. Sono contento di aver trovato

il tempo per rafforzare il falcione con la magia ieri sera, comunicò a Saphira e ad Arya.

Speriamo che i tuoi incantesimi reggano, replicò la dragonessa. Ricordati, intervenne Arya, di restare il più possibile vicino a noi. Più

lontani sarete, più difficoltà avremo a mantenere il contatto.

Saphira si avvicinava a Castigo, ma il drago rosso non le si scagliò contro e nemmeno la attaccò: fluttuava nel cielo con le ali dispiegate, consentendole di raggiungerlo indisturbata. Sfruttando le correnti ascensionali, i

due draghi si ritrovarono l'uno di fronte all'altra a una cinquantina di iarde

di distanza, la punta delle code nervosa, il muso deformato in un ringhio

feroce.

È più grande, osservò Saphira. Non sono passate nemmeno due settimane dall'ultima volta che abbiamo combattuto ed è cresciuto di altri quattro

piedi, se non di più.

Aveva ragione. Castigo era più lungo e aveva il petto più largo rispetto

alla battaglia delle Pianure Ardenti. Benché fosse ancora un cucciolo, era

già grande quasi quanto Saphira.

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