Volodyk - Paolini3-Brisingr

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mancava molto al momento in cui si sarebbero schiantati al suolo; così capì che la contesa andava decisa con altri mezzi.

Abbassando il falcione al livello di Murtagh, gridò «Letta!», lo stesso

incantesimo che il fratello aveva usato contro di lui nel precedente confronto. Era una magia semplice, che gli avrebbe bloccato le braccia e il torso, ma così avrebbero potuto affrontarsi direttamente e stabilire chi aveva

più energia a disposizione.

Murtagh pronunciò un controincantesimo, ma le parole si persero nel

ringhio di Castigo e nell'ululato del vento.

Via via che la forza lo abbandonava, il polso di Eragon accelerava.

Quando ormai aveva quasi esaurito le forze e si sentiva debole, Saphira e

gli elfi riversarono l'energia dei propri corpi nel suo, evitando così che l'incantesimo di Eragon si spezzasse. Sulle prime Murtagh, che gli stava di

fronte, apparve compiaciuto e sicuro di sé, ma più Eragon lo teneva a bada,

più si accigliava e digrignava i denti, ritraendo le labbra. Per tutto il tempo,

le rispettive menti rimasero sotto assedio.

Un paio di volte Eragon senti diminuire l'energia che Arya gli stava inviando e intuì che due degli stregoni al comando di Blödhgarm dovevano

essere svenuti. Murtagh non può resistere ancora per molto, pensò, poi

dovette sforzarsi di riprendere il controllo della propria mente, perché

quella perdita di concentrazione aveva permesso all'avversario di far breccia nelle sue difese mentali.

La forza di Arya e degli altri elfi si dimezzò e perfino Saphira cominciò

a tremare di stanchezza. Proprio quando Eragon era convinto che avrebbe

perso, Murtagh lanciò un grido di dolore. Via via che la resistenza del fratello calava, a Eragon parve di liberarsi di un grosso peso. Murtagh era esterrefatto davanti al successo dell'avversario.

E adesso? chiese Eragon ad Arya e a Saphira. Li prendiamo in ostaggio? Possiamo?

Adesso devo volare, rispose la dragonessa, poi lasciò andare Castigo e si

allontanò da lui, battendo le ali a fatica, come se persino tenerle dispiegate

le costasse molte energie. Eragon si voltò, e per un fugace istante ebbe

l'impressione che un prato invaso dal sole e punteggiato di cavalli stesse

per scagliarsi contro di loro; poi fu come se un gigante lo travolgesse dal

basso e tutto divenne nero.

La prima cosa che vide fu il collo puntuto di Saphira a un paio di pollici dal suo naso. Le squame brillavano come ghiaccio blu cobalto. C'era qualcuno che stava tentando di penetrargli nella mente, qualcuno la cui coscienza trasmetteva un'intensa sensazione di fretta. A mano a mano che rientrava in possesso delle sue piene facoltà, si accorse che si trattava di Arya. Ferma l'incantesimo, Eragon, altrimenti ci ucciderai tutti! gli disse. Fermalo; Murtagh ormai è troppo lontano! Svegliati, o entrerai nel vuoto.

Di scatto, Eragon balzò a sedere in sella, accorgendosi a stento che Saphira era accucciata in un cerchio di cavalieri del re. Arya non c'era. Ora che aveva recuperato i sensi, sentì che l'incantesimo lanciato contro Murtagh gli stava ancora prosciugando l'energia, e in quantità sempre maggiori. Se non fosse stato per l'aiuto degli elfi e della sua dragonessa, sarebbe già morto.

Eragon pose fine alla magia, poi cercò Castigo e Murtagh. Laggiù, disse Saphira, indicandogli il punto esatto con il muso. Eragon vide la sagoma scintillante di Castigo allontanarsi verso il fiume Jiet, bassa nel cielo a nord-ovest, e tornare rapida in seno all'esercito di Galbatorix, distante alcune miglia.

Che cos'è successo?

Murtagh ha guarito di nuovo Castigo, che ha avuto la fortuna di atterrare sul dorso di una collina. È sceso di corsa, poi ha spiccato il volo prima che tu ti risvegliassi.

Nel paesaggio ondulato rimbombò la voce amplificata di Murtagh: «Eragon, Saphira! Non crediate di avere vinto. Ci incontreremo di nuovo, ve lo prometto, e allora io e Castigo vi sconfiggeremo, perché saremo ancora più forti!»

Eragon strinse lo scudo e il falcione con tanta forza che gli uscì il sangue da sotto le unghie. Pensi di poterlo raggiungere?

Sì, ma gli elfi non riuscirebbero ad aiutarti così a distanza, e senza il loro sostegno dubito che riusciremmo a vincere.

Forse potremmo.. . Eragon si bloccò e si diede una manata sulla gamba per la frustrazione. Accidenti, sono un idiota! Mi sono dimenticato di Aren. Per sconfiggerli avremmo potuto usare l'energia contenuta nell'anello di Brom.

Avevi altre cose per la testa. Chiunque avrebbe potuto commettere lo stesso errore.

Forse, ma vorrei che mi fosse venuto in mente prima. Potremmo farlo adesso.

E poi? gli chiese Saphira. Come facciamo a tenerli prigionieri? Li vuoi drogare come ha fatto Durza con te a Gil'ead? O preferisci ucciderli?

Non lo so! Potremmo aiutarli a cambiare i loro veri nomi e a infrangere il giuramento a Galbatorix. Lasciarli andare così è troppo pericoloso.

In teoria hai ragione, rispose Arya, ma tu sei stanco, Saphira è stanca e io preferisco che quei due ci sfuggano piuttosto che rischiare di perdervi perché non siete nel pieno delle forze.

Ma...

Non siamo in grado di trattenere a lungo un drago e il suo Cavaliere, e non credo che uccidere Murtagh e Castigo sarebbe facile come pensi, Eragon. Sii grato che siamo riusciti a scacciarli e riposa tranquillo: la prossima volta che oseranno affrontarci, li fermeremo di nuovo. Detto ciò, si allontanò dalla sua mente.

Eragon osservò Castigo e Murtagh finché non scomparvero dalla sua vista, poi sospirò e accarezzò Saphira sul collo. Dormirei per due settimane.

Anch'io.

Dovresti essere fiera di te; in volo hai avuto quasi sempre la meglio su Castigo.

Sì, vero? si pavoneggiò la dragonessa. Abbiamo combattuto ad armi impari, però. Castigo non è esperto come me.

E non ha nemmeno il tuo talento, mi verrebbe da pensare.

Saphira piegò il collo e gli leccò la parte alta del braccio destro, facendogli tintinnare l'usbergo di maglia, poi lo guardò con occhi scintillanti.

Eragon riuscì ad abbozzare solo l'ombra di un sorriso. C'era da aspettarselo, suppongo, ma è stata una sorpresa scoprire che Murtagh e veloce quanto me. Un altro incantesimo di Galbatorix, non c'è dubbio.

Perché le tue difese non sono riuscite a deviare i colpi di Zar'roc? Altre volte ti hanno salvato da assalti peggiori, per esempio contro i Ra'zac.

Non so. Forse Murtagh e Galbatorix si sono inventati un incantesimo contro cui non avevo pensato di proteggermi. O forse è solo che Zar'roc è la spada di un Cavaliere, e come diceva Glaedr...

... le spade forgiate da Rhunön sono eccellenti perché...

... non temono incantesimi di sorta e.. .

... solo di rado vengono.. .

... fermate dalla magia. Già, proprio così. Esausto, Eragon fissò il sangue di drago sul lato piatto del falcione. Quando riusciremo a sconfiggere i nostri nemici da soli? Non avrei mai ucciso Durza se Arya non avesse rotto lo Zaffiro Stellato. E siamo riusciti a battere Murtagh e Castigo solo grazie al suo aiuto e a quello di altri dodici elfi.

Dobbiamo diventare più potenti.

Sì, ma come? Come ha fatto Galbatorix ad accumulare tanta forza? Avrà trovato un modo per cibarsi del corpo dei suoi schiavi anche a centinaia di miglia di distanza? Accidenti! Non lo so.

Un rivolo di sudore gli gocciolò dalla fronte e si infilò nell'angolo dell'occhio destro. Lo asciugò con il palmo della mano, poi batté le palpebre e notò i cavalieri raccolti intorno a loro. Che cosa ci fanno qui? Si voltò e si rese conto che Saphira era atterrata vicino al punto in cui re Orrin aveva intercettato i soldati sbarcati dalle navi nemiche. Alla sua sinistra, poco lontano da lì, centinaia di uomini, di Urgali e di cavalli correvano in preda al panico; ovunque regnavano disordine e confusione. Di tanto in tanto il clangore delle spade o il grido di un uomo ferito si levava da quel tumulto, accompagnato da scoppi di risa folli.

Credo che siano qui per proteggerci, disse Saphira.

Chi, noi? E da che cosa? Perché non hanno ancora ucciso i soldati? Dove...? Eragon lasciò la frase a metà non appena vide Arya, Blödhgarm e quattro altri elfi dall'aria sfinita sopraggiungere di corsa dall'accampamento. Alzando una mano in segno di saluto, gridò: «Arya! Cos'è successo? Sembra che non ci sia nessuno al comando.»

L'elfa respirava con tanto affanno che per qualche istante non riuscì nemmeno a parlare. Eragon rimase a guardarla allarmato, poi disse: «I soldati si sono dimostrati più pericolosi del previsto. Non sappiamo perché. Il Du Vrangr Gata non ha sentito che un confuso borbottio provenire dagli stregoni di Orrin.» Poi, non appena riprese fiato, cominciò a esaminare i tagli e le ferite di Saphira.

Prima che Eragon potesse chiederle altro, un'accozzaglia di grida eccitate provenienti dal vortice di guerrieri soffocò ogni altro rumore. «Indietro, indietro! Arcieri, mantenete i ranghi! Accidenti, che nessuno si muova, l'abbiamo preso!» gridò re Orrin.

Eragon e Saphira ebbero la stessa idea. La dragonessa piegò le gambe, superò con un balzo i soldati disposti in circolo spaventando gli animali, che - disarcionati i loro cavalieri - corsero via, e si fece strada lungo il campo di battaglia disseminato di cadaveri verso il punto da cui proveniva la voce del re, ignorando uomini e Urgali come se fossero tanti steli d'erba. Gli altri elfi si affrettarono a tenerle dietro, armati di spade e archi.

Saphira trovò Orrin in sella al suo destriero, in testa al fitto manipolo di guerrieri, mentre fissava un uomo a una quarantina di piedi di distanza. Il re era paonazzo e aveva gli occhi spiritati; l'armatura era sudicia dopo il combattimento. Era stato ferito sotto il braccio sinistro e l'asta di una lancia gli spuntava di parecchi pollici dalla coscia destra. Quando si accorse della presenza della dragonessa, fu invaso da un improvviso sollievo.

«Bene, bene, siete qui» bofonchiò, mentre Saphira raggiungeva il suo cavallo. «Avevamo giusto bisogno di te, Saphira, e anche di te, Ammazzaspettri.» Uno degli arcieri avanzò di qualche pollice. Orrin brandì la spada contro di lui e strillò: «Indietro! Se non restate dove siete vi mozzerò la testa, lo giuro sulla corona di Angvard!» Poi riprese a fissare l'uomo.

Eragon seguì il suo sguardo, e vide un soldato di media statura, con una voglia viola sul collo e i capelli castani appiattiti per via dell'elmo. Lo scudo era ridotto in frantumi; la spada era scalfita, piegata e aveva perso gli ultimi sei pollici della lama. La calzabraca era inzaccherata di fango del fiume. Aveva uno squarcio nel costato ricoperto di sangue. Una freccia con un pennacchio bianco di piume di cigno gli si era conficcata nel piede destro e lo teneva inchiodato al terreno. Dalla gola gli usciva un orribile gorgoglio, una sorta di risata che aumentava di intensità e poi calava, come se fosse stato ubriaco, raggiungendo note sempre più acute: pareva sul punto di mettersi a gridare dall'orrore.

«Che cosa sei?» urlò Orrin. Poiché il soldato non rispose subito, il re imprecò e gli disse: «Rispondimi, o ti darò in pasto ai miei stregoni. Sei un uomo, una bestia o il seme del demonio? In quale orrido pozzo Galbatorix ha trovato te e i tuoi simili? Sei un Ra'zac?»

L'ultima domanda ebbe un effetto immediato su Eragon, come se gli avessero infilato un ago nella carne; si raddrizzò di colpo, i cinque sensi vigili.

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