Volodyk - Paolini3-Brisingr

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un disperato attacco magico.

Con Murtagh, invece, era diverso. Eragon sapeva che Galbatorix gli aveva ordinato di catturare lui e Saphira, non di ucciderli. Qualunque cosa

faccia, pensò, non proverà a uccidermi. Allora decise che avrebbe potuto

curare la dragonessa senza correre rischi. E comprese in ritardo che poteva

attaccare Murtagh con qualsiasi tipo di incantesimo: suo fratello non avrebbe saputo rispondere in maniera letale. Si chiese perché Murtagh aveva usato un oggetto magico per curare le ferite di Castigo invece di pronunciare lui stesso un incantesimo.

Forse vuole risparmiare le forze, azzardò Saphira. O forse non vuole

spaventarti. Galbatorix non sarebbe felice se Murtagh si servisse della

magia e tu, in preda al panico, ti suicidassi o uccidessi lui o Castigo. Ricorda, la più grande ambizione del re è averci tutti e quattro sotto il suo

comando, non morti, perché a quel punto saremmo liberi.

Dev'essere come dici tu, convenne Eragon.

Mentre si preparava a medicarle l'ala, Arya gli disse: Aspetta. Non farlo. Cosa? Perché? Non senti anche tu il dolore di Saphira?

Lascia che ce ne occupiamo io e i miei fratelli. Questa mossa confonderà Murtagh, e tu non verrai indebolito dallo sforzo.

Non siete un po' troppo lontani?

No, se uniamo le forze. E poi, Eragon, ti raccomandiamo di trattenerti

dal colpire Murtagh con la magia finché non lo farà lui per primo, con la

mente o con qualche incantesimo. Potrebbe essere più forte di te, anche se

ci siamo noi tredici elfi a prestarti la nostra forza. Non ne siamo sicuri. A

meno che non ci siano alternative, è meglio non esporsi troppo. E se non riesco a vincere?

Tutta Alagaësia cadrà nelle mani di Galbatorix.

Eragon avvertì che Arya si stava concentrando, poi il taglio nell'ala di

Saphira smise di lacrimare sangue e i contorni infiammati della delicata

membrana cerulea si fusero senza lasciare cicatrici né croste. Il sollievo

della dragonessa fu palpabile. Con voce appena affaticata, Arya disse:

Cerca di stare più attento. Non è stato facile.

Dopo che Saphira l'aveva colpito con un calcio, il drago rosso si era dimenato e aveva perso quota. D'un tratto virò di un quarto di miglio verso

ovest, probabilmente convinto che la dragonessa si fosse precipitata a inseguirlo, dato che cadendo aveva meno possibilità di proteggersi dai suoi

attacchi. Quando si accorse che Saphira non gli stava alle calcagna, Castigo risalì volando in circolo finché non si ritrovò un migliaio di piedi più su

rispetto a lei.

Allora richiuse le ali e si scagliò contro l'avversaria; aveva le fauci spalancate, che dardeggiavano fiamme, e gli artigli d'avorio sfoderati. Sul suo

dorso, Murtagh brandiva Zar'roc.

Quando Saphira chiuse un'ala e si lanciò in picchiata con una brusca virata vertiginosa, per poco Eragon non perse il falcione, ma poi la dragonessa la dispiegò di nuovo per rallentare la discesa. Se avesse chinato la testa all'indietro, Eragon avrebbe potuto vedere la terra sotto di loro. O forse

era sopra? Strinse i denti e si concentrò per mantenersi ben saldo in sella. Castigo e Saphira si scontrarono e a Eragon parve che la dragonessa si

fosse schiantata contro il dorso di una montagna. La forza dell'impatto lo

sbalzò in avanti e gli fece battere l'elmo contro una delle punte cervicali,

che scalfì lo spesso acciaio. Stordito, rimase in sella a guardare il cielo e la

terra scambiarsi di posto e vorticare senza uno schema preciso. Quando

Castigo le colpì il ventre scoperto, sentì Saphira rabbrividire. Se solo avesse avuto il tempo di infilarle la corazza che le avevano dato i nani... Una scintillante zampa color rubino le apparve attorno alla spalla e la dilaniò con gli artigli insanguinati. Senza pensarci, Eragon la colpì, frantumando una fila di squame e tagliando un ammasso di tendini. Tre dita si

afflosciarono. Eragon si accanì.

Ringhiando, Castigo si divincolò da Saphira. Mentre il corpulento drago

inarcava il collo e si riempiva i polmoni, Eragon si chinò, coprendosi il viso con il gomito. Un vorace inferno inghiottì Saphira. Grazie alle difese di

Eragon, il calore del fuoco non poteva far loro del male, ma la torrenziale

pioggia di fiamme incandescenti era comunque accecante.

Per uscire dal turbine di fuoco, Saphira virò a sinistra. Intanto Murtagh

aveva richiuso la ferita alla zampa di Castigo, che si scagliò di nuovo contro la dragonessa. Mentre scendevano in picchiata verso le grigie tende dei

Varden scartando a destra e a sinistra così in fretta da dare la nausea ai loro

Cavalieri, i due draghi ingaggiarono un serrato corpo a corpo. Saphira riuscì a conficcare le zanne nella cresta cornuta che spuntava dietro la testa di

Castigo, nonostante gli ossi appuntiti le pungessero la lingua. Castigo lanciò un grido e si dimenò come un pesce preso all'amo, cercando di liberarsi

dalla morsa, ma nulla poté contro la stretta di ferro delle mandibole di Saphira. I due draghi continuarono a precipitare l'uno accanto all'altro, come

foglie intrecciate.

Eragon si sporse e assestò un fendente alla spalla destra di Murtagh, non

tanto con l'intenzione di ucciderlo quanto di ferirlo abbastanza gravemente

da porre fine al combattimento. A differenza di quando combatté sulle

Pianure Ardenti, adesso Eragon era riposato e, col braccio veloce come

quello di un elfo, era fiducioso che Murtagh non avrebbe avuto scampo. Invece l'avversario levò lo scudo e bloccò il falcione.

La sua reazione fu così inaspettata che Eragon vacillò ed ebbe appena il

tempo di indietreggiare e respingere Zar'roc, la cui lama vibrò nell'aria a una velocità esorbitante e lo ferì a una spalla. Murtagh non perse tempo: lo colpì al polso e poi, quando Eragon si scagliò di lato, gli fece passare la lama sotto lo scudo. Riuscì a infilarla tra l'orlo dell'usbergo di maglia e la vita dei pantaloni, trafiggendogli il fianco sinistro. La punta di Zar'roc gli

si conficcò nell'osso.

Il dolore travolse Eragon come un getto d'acqua gelida, ma gli diede anche una soprannaturale lucidità di pensiero e gli trasmise una scarica di energia straordinaria in tutto il corpo.

Mentre Murtagh sfilava la spada, Eragon gridò e gli si scagliò contro.

Con una veloce torsione del polso, Murtagh intrappolò il falcione sotto Zar'roc e digrignò i denti in un ghigno sinistro. Senza un attimo di esitazione,

Eragon liberò la sua arma, poi finse di voler colpire l'avversario al ginocchio destro, ma all'ultimo momento abbatté il falcione in direzione opposta, ferendo Murtagh alla guancia.

«Avresti dovuto metterti l'elmo» gli disse.

Erano così vicini a schiantarsi al suolo - mancava solo qualche centinaio

di piedi - che Saphira dovette lasciar andare Castigo. I due draghi si separarono prima che Eragon e Murtagh potessero ferirsi di nuovo. Mentre Saphira e Castigo risalivano a spirale, lanciandosi entrambi verso una nube bianco perla che si stava addensando sopra le tende dei Varden, Eragon sollevò l'usbergo e la tunica e si esaminò il fianco. Nel punto

in cui Zar'roc l'aveva colpito, spingendo la cotta di maglia contro il corpo,

c'era un esangue lembo di pelle grande quanto un pugno. In mezzo, dove

era penetrata la lama, una sottile linea rossa lunga due pollici. La ferita

sanguinava, inzuppandogli la parte alta dei pantaloni.

Il fatto di essere stato ferito da Zar'roc, una spada che non l'aveva mai

abbandonato nei momenti di pericolo e che ancora considerava sua a buon

diritto, lo turbò. Che la sua arma gli si fosse ritorta contro era sbagliato. Il

mondo girava alla rovescia, e il suo istinto gli imponeva di ribellarsi a

quello stato di cose.

Mentre attraversava un vortice d'aria, Saphira tremò tutta ed Eragon sussultò avvertendo una nuova fitta di dolore al fianco. Per fortuna non stavano combattendo a terra, concluse, altrimenti non credeva che sarebbe riuscito a reggersi in piedi.

Arya, disse, vuoi curarmi tu o devo farlo da solo e lasciare che Murtagh

riesca a fermarmi?

Ci pensiamo noi, rispose l'elfa. Se ti crede ancora ferito, forse riuscirai

a coglierlo di sorpresa.

Oh, aspetta.

Perché?

Prima devo darvi il permesso di intervenire, o le mie difese vi fermeranno. Sulle prime non gli venne in mente la frase esatta, ma alla fine si ricordò la formula e sussurrò nell'antica lingua: «Acconsento a che Arya, figlia

di Islanzadi, mi guarisca con un incantesimo.»

Quando sarai meno turbato, dobbiamo parlare di queste tue difese. E se

avessi perso conoscenza? Come avremmo fatto ad assisterti? Dopo le Pianure Ardenti mi era sembrata una buona idea. Murtagh ci

aveva immobilizzati entrambi con la magia, ricordi? Non voglio che né lui

né nessun altro possano imporci incantesimi senza il nostro consenso. È giusto, ma ci sono soluzioni più eleganti della tua.

Eragon si contorse sulla sella mentre la magia degli elfi faceva effetto, e

il fianco cominciò a formicolargli e a prudergli come se fosse ricoperto di

pulci che lo mordevano. Quando il prurito diminuì, si infilò una mano sotto la tunica e, con grande gioia, sentì solo pelle liscia.

D'accordo, disse, raddrizzando bene le spalle. Adesso quei due impareranno a temere i nostri nomi!

Saphira virò a sinistra e, mentre Castigo si affannava a voltarsi, si tuffò

nel cuore dell'immensa nube perlata di fronte a loro. Tutto divenne freddo,

umido e bianco, poi Saphira sbucò dalla parte opposta, alle spalle di Castigo, pochi piedi sopra di lui.

Con un ruggito trionfante, Saphira si abbatté sul drago rosso e lo afferrò

per i fianchi, conficcandogli gli artigli in profondità nei garretti e lungo la

spina dorsale. Protese la testa, gli addentò l'ala sinistra e serrò la presa, tagliando la carne di netto con uno schiocco delle zanne affilate come un rasoio.

Castigo si dibatté e lanciò un grido: Eragon non sospettava che i draghi

potessero emettere versi tanto orribili.

Ce l'ho in pugno, disse Saphira. Gli posso strappare l'ala, ma preferirei

di no. Qualunque cosa tu abbia intenzione di fare, falla, prima che sia

troppo tardi.

Pallido in viso benché insanguinato, Murtagh puntò Zar'roc contro Eragon - la spada vibrò nell'aria - e un fascio di energia mentale immenso travolse la coscienza di Eragon. Quella misteriosa presenza rovistò nei suoi

pensieri, cercando di carpirli e di sottometterli al suo volere. Come sulle

Pianure Ardenti, Eragon si accorse che la mente del fratello sembrava contenere una vera folla, come se un confuso coro di voci stesse mormorando

in sottofondo al tumulto dei suoi pensieri.

Forse c'era un gruppo di maghi ad assisterlo, come lui aveva gli elfi. Per quanto difficile, Eragon svuotò la mente da ogni cosa, eccetto l'immagine di Zar'roc. Si concentrò sulla spada con tutte le sue forze, rasserenando la coscienza nella calma della meditazione, così che Murtagh non

trovasse alcun appiglio a cui aggrapparsi. E quando Castigo si dimenò sotto di loro e l'attenzione di Murtagh vacillò per un istante, lanciò un furioso

contrattacco, afferrando a sua volta la coscienza dell'altro Cavaliere. I due lottarono uno contro l'altro in caduta libera, in un cupo silenzio, respingendosi a vicenda entro i confini delle rispettive menti. A volte sembrava che avesse la meglio Murtagh, a volte il fratello, ma nessuno riusciva a prevalere. Eragon scoccò un'occhiata in basso e si accorse che non

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