Volodyk - Paolini3-Brisingr

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La risata cessò per un istante. «Un uomo. Sono un uomo come voi.»

«Non mi sembra affatto.»

«Volevo assicurarmi che la mia famiglia avesse un futuro. Ti sembra una cosa tanto strana, Surdan?»

«Non incantarmi con le parole, miserabile dalla lingua biforcuta! Dimmi come hai fatto a diventare quello che sei e sii sincero, altrimenti ti verserò del piombo fuso nella gola, e voglio proprio vedere se nemmeno quello ti farà male.»

La risatina instabile crebbe d'intensità, poi il soldato disse: «Niente e nessuno può farmi del male, Surdan. Il re ci ha resi immuni al dolore. In cambio le nostre famiglie vivranno nell'agio per il resto della loro vita. Potete nascondervi, ma noi continueremo a inseguirvi, anche dopo che un uomo normale sarebbe crollato a terra esausto. Potete combatterci, ma noi continueremo a uccidervi finché avremo un braccio con cui brandire la spada. Non potete arrendervi, perché non ci interessa di farvi prigionieri. Non potete fare altro che morire e riportare la pace in questa landa.»

Con una smorfia raccapricciante, il soldato afferrò la freccia con la mano straziata e la sfilò dal piede con un rumore di carne lacerata. Dalla punta pendevano brandelli di pelle rosso vivo. Il soldato la sventolò davanti a loro, poi la scagliò contro uno degli arcieri, ferendolo a una mano. Con una risata più fragorosa che mai, avanzò barcollando e trascinando il piede ferito. Infine alzò la spada, come se volesse attaccare.

«Colpitelo!» gridò Orrin.

Le corde degli archi vibrarono come liuti stonati, poi una ventina di frecce saettarono contro il soldato e un istante dopo lo raggiunsero al petto. Due gli rimbalzarono sulla corazza, ma le altre gli penetrarono nel costato. Con la risata ridotta a un sibilo mentre il sangue gli filtrava nei polmoni, l'uomo continuò ad avanzare, tingendo l'erba di un vivo scarlatto. Gli arcieri gli rovesciarono addosso un'altra pioggia di frecce, ma, benché avesse braccia e spalle trafitte, il soldato di Galbatorix non si fermò. Seguì un'altra raffica di frecce. Quando una di queste gli spaccò in due una rotula, altre gli si conficcarono nella parte alta delle gambe e una gli perforò il collo, scavando un buco nella voglia, il soldato inciampò e cadde, ma proseguì sibilando, lasciando alle proprie spalle una scia di sangue. Si rifiutava di morire. Cominciò a strisciare in avanti aiutandosi con le braccia; intanto sorrideva e ridacchiava come per una battuta oscena di cui solo lui comprendeva il significato.

Nel guardarlo, Eragon sentì un brivido gelido lungo la schiena.

Orrin imprecò con violenza ed Eragon colse una nota isterica nella sua voce. Balzato giù dal destriero, il re scagliò spada e scudo per terra e indicò l'Urgali più vicino. «Dammi l'ascia.» Sbalordito, l'ariete dalla pelle grigia esitò, poi obbedì.

Re Orrin raggiunse zoppicando il soldato, alzò la pesante ascia con tutte e due le mani e con un solo colpo gli mozzò la testa.

La risatina cessò all'istante.

L'uomo strabuzzò gli occhi e mosse le labbra ancora per qualche secondo, poi rimase immobile.

Orrin afferrò la testa per i capelli e la sollevò, così che tutti la potessero vedere. «Dunque è possibile ucciderli» dichiarò. «Diffondete la voce che l'unico modo per fermare questi mostri è decapitarli. Oppure fracassare loro il cranio con una mazza, o colpirli con una freccia tra gli occhi da una distanza di sicurezza... Dentegrigio, dove sei?» Un cavaliere tarchiato di mezza età si fece avanti e prese al volo la testa che gli aveva lanciato Orrin. «Issala su un palo all'entrata nord dell'accampamento. Fa' lo stesso con quelle degli altri. Che serva da monito a Galbatorix: le sue scorrettezze non ci fanno paura, vinceremo comunque.» Tornando al suo destriero, il re restituì l'ascia all'Urgali, poi raccolse le armi.

A poche iarde di distanza, Eragon notò Nar Garzhvog in un crocchio di Kull. Rivolse due parole a Saphira, che si avviò furtiva verso di loro. I due si scambiarono un cenno di saluto, poi Eragon gli chiese: «Anche gli altri soldati nemici erano come quello?» E indicò il cadavere pieno di frecce.

«Nessuno di loro prova dolore. Li colpisci e credi di averli uccisi, ma appena volti le spalle, ti disarmano.» Garzhvog si accigliò. «Ho perso molti arieti, oggi. Abbiamo combattuto contro moltitudini di umani, Spadarossa, però mai contro questi demoni che ridono. Sono contro natura. C'è quasi da pensare che siano posseduti da spiriti senza corna e che forse le nostre divinità si siano rivoltate contro di noi.»

«Sciocchezze» sbuffò Eragon. «È solo uno dei tanti incantesimi di Galbatorix, e ben presto troveremo il modo di proteggerci anche da quello.» Ostentava sicurezza, ma l'idea di combattere contro nemici che non provavano dolore turbava non poco anche lui. E poi, stando a ciò che aveva detto Garzhvog, non appena la notizia fosse circolata tra i Varden, per Nasuada sarebbe stato ancora più difficile mantenere alto il morale della sua gente.

Mentre i Varden e gli Urgali cominciavano a raccogliere i compagni caduti, spogliando i morti di tutto ciò che poteva tornare utile, e a decapitare i soldati trascinandone i corpi mutilati in pile da dare alle fiamme, Eragon, Saphira e re Orrin tornarono all'accampamento, accompagnati da Arya e dagli altri elfi.

Lungo il tragitto, Eragon si offrì di guarire la gamba del re, ma lui rifiutò: «Ho i miei medici, Ammazzaspettri.»

Nasuada e Jörmundur li stavano aspettando al cancello nord. Avvicinandosi a Orrin, la regina disse: «Che cosa è andato storto?»

Eragon chiuse gli occhi mentre Orrin le spiegava che sulle prime l'assalto era parso dare buoni frutti. I cavalieri si erano infiltrati nei ranghi nemici, assestando a destra e a manca quelli che pensavano fossero colpi mortali e riportando solo una vittima durante la carica. Quando avevano attaccato il resto dei soldati, tuttavia, molti di quelli che avevano già abbattuto si erano rialzati e avevano ripreso a combattere. Orrin fu scosso da un brivido. «A quel punto abbiamo perso il controllo. Sarebbe successo a chiunque. Non sapevamo se i soldati erano invincibili e nemmeno se erano umani come noi. Quando un nemico ti viene incontro con le ossa che spuntano dal polpaccio, un giavellotto nella pancia e mezza faccia dilaniata, e tuttavia ride, è difficile tenere duro. I miei guerrieri si sono lasciati prendere dal panico. Hanno rotto le righe. Regnava la confusione più totale. Una carneficina. Quando gli Urgali e i tuoi guerrieri ci hanno raggiunto, Nasuada, sono stati inghiottiti da quella follia collettiva.» Scosse il capo. «Non ho mai visto niente di simile, nemmeno sulle Pianure Ardenti.»

Nasuada era turbata. Guardò Eragon e poi Arya. «Che cos'ha fatto Galbatorix?»

Fu Arya a rispondere: «Ha sradicato in loro il senso del dolore, anche se non del tutto. Quegli uomini capiscono dove si trovano e che cosa stanno facendo, ma poiché non provano dolore fisico, non si fermano. È un incantesimo che richiede una quantità minima di energia.»

Nasuada si inumidì le labbra, poi si rivolse di nuovo a Orrin: «Sai quanti uomini abbiamo perso?»

Orrin era tormentato dai brividi. Si piegò in due, premendosi una mano sulla gamba, poi digrignò i denti e grugnì: «Trecento soldati contro... Com'era composto il contingente che hai mandato tu?»

«Duecento spadaccini. Un centinaio di lancieri. Cinquanta arcieri.»

«Quelli, più gli Urgali, più la mia cavalleria... Diciamo un migliaio di unità nostre contro trecento fanti loro in campo aperto. Li abbiamo massacrati fino all'ultimo, ma quanto ci è costato...» Il re scosse la testa. «Finché non contiamo i morti non lo sapremo con certezza, ma a occhio e croce mi pare che tre quarti dei tuoi spadaccini siano andati. Anche la maggior parte dei lancieri e qualche arciere. Dei miei cavalieri ne rimangono ben pochi: cinquanta, settanta, non di più. Molti di loro erano miei amici. Gli Urgali morti saranno un centinaio, forse centocinquanta. In totale? Cinque o seicento cadaveri da seppellire, e i sopravvissuti sono quasi tutti feriti. Non lo so... non lo so. Non...» Orrin aprì la bocca, poi si accasciò su un lato e, se Arya non fosse corsa a sorreggerlo, sarebbe caduto.

Nasuada schioccò le dita e richiamò due dei Varden fra le tende, poi ordinò loro di portare Orrin nel suo padiglione e di far venire i guaritori.

«Pur avendo sterminato il nemico, abbiamo subito una dolorosa sconfitta» mormorò Nasuada, e serrò le labbra in un espressione di dolore e disperazione. Aveva gli occhi lucidi. Raddrizzando la schiena, scoccò a Eragon e Saphira uno sguardo d'acciaio. «Com'è andata a voi due?» Ascoltò impassibile mentre Eragon descriveva l'incontro con Murtagh e Castigo. Poi annuì. «Siete riusciti a sfuggire al loro attacco: prima della battaglia non avremmo osato sperare di più. E invece avete fatto ben altro. Avete dimostrato che Galbatorix non è riuscito a rendere Murtagh così invincibile e potente come credeva. Con l'aiuto di qualche altro incantesimo, avresti potuto fare di lui ciò che volevi, dunque credo che non oserà affrontare l'esercito della regina Islanzadi da solo. Se riusciamo a radunare un buon numero di stregoni, la prossima volta che verranno per rapirvi riusciremo a ucciderli, ne sono sicura.»

«Non li vuoi catturare?» chiese Eragon.

«Se è per questo voglio molte cose, ma dubito che riuscirò a ottenerle tutte. Forse quei due non cercheranno di uccidervi, ma se si dovesse presentare l'opportunità dobbiamo eliminarli senza indugi. Forse tu hai altre idee...»

«... No.»

Poi Nasuada si rivolse ad Arya: «Qualcuno dei vostri stregoni è morto?»

«Un paio sono svenuti, ma si sono tutti ripresi, grazie.»

Nasuada trasse un profondo respiro e si volse verso nord, lo sguardo perso nel vuoto. «Eragon, per favore, informa Trianna che voglio che il Du Vrangr Gata escogiti un modo per rispondere all'incantesimo di Galbatorix. Per quanto sia spregevole, dobbiamo rispondere con la stessa moneta. Non possiamo permetterci di fare altrimenti. Adottare la stessa soluzione sarebbe poco pratico, rischieremmo di ferirci con troppa facilità, ma almeno dovremmo trovare qualche centinaio di spadaccini volontari che accettino di diventare immuni alla sofferenza fisica.»

«Sì, mia signora.»

«Quanti morti» commentò Nasuada. Si avvolse le redini intorno alle mani. «Siamo rimasti nello stesso luogo troppo a lungo. È tempo di costringere l'Impero a rimettersi sulla difensiva.» Fece allontanare il cavallo dalla carneficina davanti all'accampamento, e lo stallone agitò il muso e morse il freno. «Eragon, oggi tuo cugino mi ha pregato di prendere parte alla battaglia. Che io glielo abbia negato, considerato l'imminente matrimonio, non è stato di suo gradimento, anche se sospetto che la sua promessa sposa la pensi diversamente. Vuoi farmi il favore di informarmi se intendono comunque procedere con la cerimonia? Dopo tanto spargimento di sangue, una festa rincuorerebbe i Varden.»

«Te lo farò sapere appena possibile.»

«Grazie. Adesso va' pure.»

La prima cosa che fecero Eragon e Saphira dopo essersi congedati da Nasuada fu andare a far visita agli elfi che erano svenuti durante lo scontro contro Murtagh e Castigo e ringraziare loro e gli altri compagni per l'aiuto. Poi Eragon, Arya e Blödhgarm si occuparono delle ferite riportate dalla dragonessa, le curarono i tagli, i graffi e altre contusioni. Quando ebbero finito, Eragon cercò Trianna con la mente e le trasmise le istruzioni di Nasuada.

Alla fine, lui e Saphira andarono a cercare Roran, accompagnati da Blödhgarm e dai suoi elfi; Arya invece aveva delle faccende personali da sbrigare.

Quando Eragon li scorse accanto a un angolo della tenda di Horst, Roran e Katrina erano assorti in una pacata ma accesa discussione; tuttavia ammutolirono non appena li videro avvicinarsi. Katrina incrociò le braccia e si voltò; Roran afferrò la punta del martello infilato nella cintura e sfregò il tacco dello stivale contro un sasso.

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