Mongiovì Giovanni - Il Cielo Di Nadira
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Capitolo 4
Inverno 1060 (452 dall’egira), Rabaḍ di Qasr Yanna
Il viso di Corrado s’illuminava del rosso del tramonto, uniformandosi alle tinte molto vicine dei suoi capelli. Nadira era rientrata in casa già da ore, rifiutando l’aiuto che lui le aveva chiesto; da quel momento non si era fatto vivo più nessuno.
Poi, proprio al tramonto, Corrado prese ad urlare delirante:
«Umar, esci fuori! Esci fuori e veditela con me!»
Ma una voce alle sue spalle, proveniente dall’ingresso del cortile, lo supplicò:
«Ti prego, smettila!»
E lui:
«Nadira, vigliacca… è questa la tua pietà?»
Quella voce alle sue spalle allora si identificò avvicinandosi al palo. Pure un uomo dell’esattore preposto alla guardia si avvicinò, ma questi lo fece minaccioso e intento a fargli pagare l’insulto nei confronti della sua padrona.
«No, ti prego! È febbricitante… non sa quello che dice. Addirittura crede che io sia la promessa del Qā’id.»
Nonostante le implorazioni di Apollonia, la guardia minacciò:
«Un’altra parola e gli stacco la testa!»
Apollonia piangeva, mentre a pochi passi lo fissava preoccupata.
«Sono tua sorella. Guardami, Corrado, guardami!»
Ma lui ruotava la testa convulsamente e continuava a mugugnare un suono indefinito.
Apollonia dunque gli si gettò addosso in un abbraccio compassionevole. Corrado era l’uomo più alto del Rabaḍ e lei una delle ragazze più minute, perciò la testa della sorella si perdeva nel suo petto, lasciato scoperto dalla tunica strappata e dalla coperta sulle spalle.
«Coraggio… coraggio… non durerà tanto.»
«Sorella…» rispose lui a bassissima voce.
«Finalmente mi riconosci!»
«Da quanto tempo sei qui?»
«Da sempre… da sempre, fratello mio. Sarei rimasta anche dopo averti portato questa coperta la notte scorsa, ma nostra madre mi ha costretto a rientrare.»
«E loro dove sono?»
«Nostro padre e nostra madre hanno paura dell’uomo del Qā’id, ed impediscono pure a Michele di venire fin qui.»
«E tu, sorella?»
«Io sono niente, la consistenza di una goccia di rugiada… a chi importa di me?»
Corrado chiuse gli occhi ed ebbe in viso una sorta di spasmo, quindi le disse:
«Vai a casa. Non senti com’è forte il sole a quest’ora?»
La guardia intanto si era avvicinata nuovamente per impedire alla ragazza di prestargli aiuto.
«Sta’ lontana da lui!»
Apollonia si staccò da quell’abbraccio e rispose:
«Ma non vedi che sta delirando? Non è stata sufficiente la lezione?»
«Va’ a parlare con Umar… fosse per me lo avrei già liberato e sarei tornato a casa mia per starmene al caldo.»
Apollonia corse allora verso l’ingresso della casa dei padroni. Quando perciò Umar venne avvertito e giunse sulla porta, lei gli si gettò ai piedi e lo supplicò:
«Ti prego, Signore, qualunque cosa… ma lascia libero mio fratello!»
«Gli ho promesso tre giorni, non posso ritirare la parola data.»
«Non sopravvivrà a questa notte; ha la febbre alta! Ti prego, Signore, lega me a quel palo, ma lascialo andare o morirà.»
«Morirà se è stato scritto che morirà e vivrà se è stato scritto che vivrà… Gettagli addosso un’altra coperta se vuoi. E non umiliarti in questo modo per chi non lo merita.»
Perciò comandò a qualcuno lì accanto di consegnare del cibo alla ragazza prostrata ai suoi piedi e poi di mandarla via. Apollonia a questo si rimise in piedi e rispose arrabbiata, tanto che si fece sentire per l'intera casa:
«Non voglio il tuo cibo, ho già chi mi sfama!»
Dunque la porta le venne sbattuta in faccia senza che le fosse data la possibilità di impugnare quella decisione. Ora le gambe le cedettero e scivolò sulla porta, piangendo più forte di prima.
Quando poi il muezzin richiamò i fedeli per la ṣalāt 28 del tramonto, lei, osservando che la guardia si preparava ad inchinarsi verso La Mecca e di spalle al condannato, ne approfittò per violare la proibizione secondo cui non avrebbe potuto avvicinarsi.
«Corrado, mio respiro e vita… Corrado!»
Ma quello emanava una sorta di muggito, sommessamente e ad occhi chiusi.
Apollonia allora prese il suo viso tra le mani e gli disse:
«Ricorda chi sei, Corrado, ricorda chi è tuo padre.»
«Alfeo… del Rabaḍ.» rispose a stento.
«Corrado, fratello, ricorda chi è tuo padre.» ripeté disperatamente Apollonia, insoddisfatta della risposta.
«Alfeo… nostro padre.» ribadì lui, tenendo sempre gli occhi chiusi.
«Non ricordare chi ti ha amato come un figlio, ricorda invece chi ti ha generato. Quelle storie che mi raccontavi la sera davanti al fuoco, quelle che ti ha tramandato tuo padre... il tuo vero padre. Ricorda quando mi parlavi delle lande del nord, fatte di ghiaccio e neve, e di come la gente della tua stirpe sia abituata al freddo più estremo. Ricordalo, Corrado, e forse il tuo sangue da uomo del nord ti saprà scaldare per farti sopravvivere.»
«La compagnia normanna…»
«Esatto, Corrado, la compagnia normanna… continua a ricordare!»
«Mio padre, Rabel… Rabel de Rougeville.»
«Sì, Corrado, fu durante l’estate di vent'anni fa l’ultima volta che lo vedesti; me lo hai raccontato un sacco di volte.»
«Io vidi le mura di Siracusa…» borbottò infine, prima di perdere i sensi in un profondo sonno febbrile.
Capitolo 5
Inizio estate 1040 (431 dall’egira), dinanzi alle mura di Siracusa
Della Sicilia essa era la “porta per l’oriente”, la città che era stata la più gloriosa di tutto il Mediterraneo centrale prima dell’avvento di Roma, la patria dei tiranni e del grande Archimede, una perla tirata fuori dal fondo del mare da delfini divini; questa era Siracusa! Ed infatti la città aretusea era un obiettivo troppo prestigioso per essere ignorata, una tappa che il generale dell'Impero d’Oriente, Giorgio Maniace, non poteva trascurare nella sua missione.
La riconquista completa della Sicilia a favore di Costantinopoli non era cosa facile, e quindi, se si voleva riuscire nell’impresa, bisognava prendere Siracusa ai saraceni, così che questa diventasse una solida testa di ponte per l’arrivo dei rinforzi da est. La città d’altro canto era ben fornita, alimentata da fonti d’acqua interne e difesa da tenaci soldati, i quali si erano ritirati oltre le mura dopo gli scontri iniziali. Il richiamo dei muezzin sui minareti ricordava agli assedianti che conquistarla sarebbe stata un’impresa lunga e logorante.
Giorgio Maniace era un uomo rude e dispotico, e specie con le sue truppe e gli ufficiali al suo comando si dimostrava spesso violento… un perfetto guerriero per dirla tutta. Perfino il suo aspetto testimoniava il suo carattere bruto: orbo di un occhio, era alto più della media e i suoi lineamenti erano grezzi, spiacevoli. Tutto di lui incuteva timore, tanto tra i suoi quanto tra le disgraziate milizie saracene che ci si erano scontrate. Il suo valore era indiscusso già prima che l’Imperatore d’Oriente gli affidasse la missione di strappare la Sicilia agli arabi, ma adesso che da Messina fino alle porte di Siracusa ricomparivano le croci, la sua fama diventava assoluta. D’altronde serviva un carattere forte e un’autorità indiscutibile se si voleva riuscire in un’impresa più grande della stessa guerra contro l’Islam, cioè riuscire a controllare il variegato esercito da lui comandato. Erano molte le stirpi radunate al soldo di Giorgio Maniace: uomini di Costantinopoli e dei suoi possedimenti, pugliesi, calabresi, armeni, macedoni, pauliciani 29 … ma anche mercenari, i conterati 30 che brandivano la lancia al seguito del longobardo Arduino… la guardia variaga, nordici che avevano attraversato le steppe slave per servire l’Imperatore d’Oriente e guidati da Harald Hardrada… e i normanni del basso corso della Senna, tra i più abili guerrieri.
Proprio uno di questi ultimi - tuttavia non ancora soldato - se ne stava a guardare il mare intorno alla quinta ora del pomeriggio, spingendosi con lo sguardo oltre le rovine dell’antica città poste sulla terraferma. La città, infatti, un tempo era stata ben più grande, estendendosi anche su una parte considerevole della costa prospiciente l’isola di Ortigia, lì dove sorge il nucleo della famosa Siracusa. Da duecento anni, tuttavia, dopo il devastante assalto saraceno, consisteva della sola parte insulare e di un’esigua parte della penisola, finita già sotto il controllo di Maniace. A ciò che restava di Siracusa gli uomini rivolgevano i pensieri e le armi nel tentativo di riuscire in quell’assedio che durava ormai da mesi, oltre quel canale stretto ed esiguo che divideva la città.
Conrad aveva nove anni e la guerra l’aveva conosciuta presto, affinché si temprasse al destino che l’avrebbe accompagnato per tutta la sua vita; per natura, infatti, ogni maschio normanno non poteva essere qualcosa di diverso da un guerriero. Ma Conrad era anche un sognatore... Forse perché suo padre riteneva giusto risparmiarlo ancora al battesimo delle armi, Conrad sapeva sognare, senza dover fare i conti con le atrocità degli uomini al massacro che offuscano gli occhi e ottenebrano la mente. Negli occhi verdi di Conrad quindi ci si poteva ancora specchiare e vedere il riflesso della speranza e di quell’idea di casa e di famiglia che per metà gli era stata negata con la morte prematura di sua madre, una nobildonna di discendenza franca.
Rabel de Rougeville si era portato dietro il figlio, e la balia di questi, nella sua discesa in Italia quando il bambino aveva solo un anno. Attirato a Salerno dai lauti compensi che venivano elargiti ai nobili cadetti normanni e invogliato dalle notizie dei compatrioti che l’avevano preceduto, Rabel aveva allora deciso di unirsi ai suoi compagni d’armi e di darsi al servizio del migliore offerente. In quelle terre non mancavano di certo le guerre… terre insanguinate dagli infiniti conflitti tra Costantinopoli e gli ultimi principati longobardi. Per non parlare delle continue scorrerie dei predoni arabi sulle coste calabresi. E così, quando Giorgio Maniace aveva messo su l’esercito per l’invasione della Sicilia, Rabel e i suoi commilitoni avevano risposto all’appello. Messina era caduta subito, ma le battaglie successive erano state cruente, devastanti, tanto per la popolazione quanto per entrambi gli eserciti, con grosse perdite proprio in seno al contingente normanno. In due anni di guerra Maniace era riuscito a spingersi solo a fin sotto le mura di Siracusa, controllando appena la costa ionica. La gente dell’iqlīm di Demona, la cuspide nord orientale dell’Isola a maggioranza cristiana, aveva appoggiato l’invasione, tuttavia il resto di Sicilia era a tutti gli effetti un feudo saraceno e conquistarlo sarebbe stata un’opera lunga e difficile.
Perdendosi con lo sguardo oltre il porto piccolo e la città, Conrad allargò le braccia intento all’impossibile, abbracciare il mare e l’orizzonte. Suo padre lo guardava alle spalle ormai da minuti, e quando, avvicinatosi, gli stropicciò i lunghi capelli biondo-ramati, Conrad si voltò di soprassalto, quasi spaventato che l’altro potesse rimproverarlo per il gesto banale che stava compiendo.
«Vuoi afferrare il mare, figliolo?» chiese Rabel, vestito di una semplice tunica bianca ma armato.
«È la cosa più bella che esista!»
«Temo che le tue tasche siano troppo strette per contenerlo tutto…»
«Dio può contenerlo però!»
«Forse è proprio questo la Terra… le Sue tasche... e noi ci siamo dentro.»
«Roul dice che Dio ci ha scelti tra tutta la gente perché il nostro sangue è il migliore che esista.»
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