Volodyk - Paolini2-Eldest

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Volodyk - Paolini2-Eldest краткое содержание

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Le loro parole suonarono mute a Roran, che fissava il ponte con la sensazione di essere pronto a scoppiare di tensione da un momento all'altro. Un'orda di domande irrisolte lo assaliva. Si costrinse a ignorarle. Non posso pensare a Eragon in questo momento. Dobbiamo combattere. I Varden devono sconfiggere l'Impero.

Una marea crescente di furia lo consumò. Aveva già sperimentato quella frenesia scatenata che gli consentiva di superare qualsiasi ostacolo, di spostare oggetti che di solito non riusciva a muovere, di affrontare un nemico in battaglia e non avere paura. Lo afferrò una febbre nelle vene, che gli accelerava il respiro e gli faceva martellare il cuore nel petto.

Si allontanò di scatto dal parapetto, corse per tutta la lunghezza della nave fino al cassero, dove Uthar era al timone, e disse: «Dirigi a terra.»

«Cosa?»

«Dirigi a terra, ti dico! Resta qui con i tuoi uomini e usate le baliste per distruggere tutto quello che potete, impedite all'Ala di Drago di essere abbordata, e proteggete le nostre famiglie con le vostre vite. Chiaro?»

Uthar lo guardò con occhi di ghiaccio, e Roran temette che non avrebbe accettato i suoi ordini. Poi il vecchio lupo di mare borbottò e disse: «Signorsì, Fortemartello.»

I passi pesanti di Horst preannunciarono il suo arrivo sul cassero. «Che cosa intendi fare, Roran?» «Fare?» Roran scoppiò a ridere e si volse di scatto per trovarsi faccia a faccia col fabbro. «Fare? Ebbene, intendo cambiare il destino di Alagaésia!»

Il drago rosso

Eragon quasi non si accorse che Saphira lo stava riportando nel cuore della mischia. Sapeva che Roran era in mare, ma non aveva mai sospettato che si stesse dirigendo verso il Surda, né che si sarebbero rivisti in quel modo. E gli occhi di Roran! Occhi che lo avevano fissato esprimendo dubbio, sollievo, collera... accusa. In essi, Eragon aveva letto che suo cugino Roran conosceva il suo ruolo nella morte di Garrow e non lo aveva ancora perdonato.

Fu soltanto quando una spada rimbalzò su uno dei suoi schinieri che Eragon riportò l'attenzione a quanto accadeva intorno a sé. Liberò un grido selvaggio e calò Zar'roc di taglio, uccidendo il soldato che lo aveva colpito. Criticandosi per essere stato così distratto, chiamò Trianna e disse: È una nave amica. Spargi la voce che nessuno di loro venga attaccato. E chiedi a Nasuada, come favore personale, di mandare alla nave un araldo che spieghi loro la situazione e si assicuri che restino fuori dallo scontro.

Come desideri, Argetlam.

Sul fronte occidentale della battaglia, dov'era atterrata, Saphira attraversò le Pianure Ardenti in pochi grandi balzi, fermandosi davanti a Rothgar e ai nani. Eragon smontò e si presentò al re, che disse: «Salve, Argetlam! Salve, Saphira! A quanto pare gli elfi hanno compiuto su di te quanto avevano promesso.» Al suo fianco c'era Orik. «No, sire, sono stati i draghi.»

«Davvero? Ascolterò con piacere le tue avventure quando questa sporca guerra sarà finita. Sono lieto che tu abbia accettato di entrare a far parte del Dùrgrimst Ingietum. È un onore averti come membro della mia famiglia.» , «L'onore è mio.»

Rothgar sorrise, poi si rivolse a Saphira. «Non ho dimenticato la tua promessa di riportare Isidar Mithrim al suo antico splendore, drago. In questo stesso momento, i nostri artigiani stanno ricostruendo lo Zaffiro Stellato al centro di Tronjheim. Non vedo l'ora che torni come prima.»

La dragonessa inchinò la testa. Manterrò la mia promessa.

Quando Eragon ripetè le sue parole, Rothgar protese un dito tozzo e nodoso, e picchiettò una delle piastre metalliche che le coprivano i fianchi. «Vedo che porti la nostra corazza. Spero che ti sia servita.»

Mi è molto servita, re Rothgar, disse Saphira tramite Eragon. Mi ha protetta da molte ferite.

Rothgar raddrizzò la schiena e levò Volund, uno scintillio feroce negli occhi infossati. «Allora, vogliamo marciare e mettere ancora una volta alla prova il frutto delle nostre forge?» Volse indietro lo sguardo ai suoi guerrieri e gridò: «Akh sartos oen dùrgrimst!»

«Vor Rothgarz korda! Vor Rothgarz korda!»

Eragon guardò Orik, che tradusse per lui con un potente ruggito: «Per il martello di Rothgar!» Unendosi Eragon corse con il re dei nani verso la marea cremisi dei soldati nemici, con Saphira al suo fianco. Con l'aiuto dei nani, le sorti della battaglia volsero dividendole, schiacciandole, costringendo l'esercito conquistato nel corso della mattinata. I loro sforzi furono aiutati dall'effetto sortito dai veleni di Aftgela. Molti ufficiali nemici agivano in maniera irrazionale, dando ordini che rendevano più facile per i Varden penetrare nelle schiere nemiche, seminando morte e distruzione al loro passaggio. I soldati parvero capire che la fortuna non li assisteva più, e a centinaia si arresero, o disertarono per rivoltarsi contro i loro ex compagni, o abbandonarono le armi e fuggirono. E il sole scivolò verso i fulgidi colori del pomeriggio.

Eragon stava combattendo contro due soldati, quando sopra di loro volò un giavellotto fiammeggiante che andò a conficcarsi in una delle tende dei comandanti imperiali, incendiando la stoffa. Liberatosi dei suoi avversari, Eragon guardò indietro e vide decine di proiettili infuocati levarsi dalla nave sul fiume Jiet. Che intenzioni hai, Roran? si chiese Eragon, prima di scagliarsi contro un nuovo gruppo di soldati.

In quel momento, un corno echeggiò dalla retroguardia dell'Impero, poi un altro e un altro ancora. Qualcuno cominciò a battere un potente tamburo, e per qualche istante il campo di battaglia rimase immobile, mentre tutti si voltavano verso la fonte del rumore. Sotto gli occhi di Eragon, una figura sinistra si staccò dall'orizzonte a nord per levarsi nel cielo livido delle Pianure Ardenti. I corvi e gli altri rapaci si dispersero davanti all'ombra nera e frastagliata, che si librava immobile nelle calde correnti ascensionali. Lì per lì Eragon pensò a un Lethrblaka, una delle cavalcature dei Ra'zac. Poi un raggio di luce trapassò le nubi, illuminando di lato la figura.

Un drago rosso fluttuava sopra di loro, sfolgorando nei raggi obliqui del sole come un letto di braci rosso sangue. Le membrane delle sue ali erano del colore del vino visto in controluce. I suoi artigli, le zanne e le aguzze punte dorsali erano bianche come la neve. Gli occhi vermigli sprizzavano terribili bagliori. In sella sedeva un uomo che indossava un'armatura d'acciaio splendente e brandiva uno spadone a una mano e mezza.

Eragon trasalì, sgomento. Galbatorix è riuscito afar schiudere un altro uovo!

L'uomo d'acciaio alzò la mano sinistra e un fulmine di energia rossa crepitò dal suo palmo, colpendo Rothgar in pieno petto. Gli stregoni dei nani gridarono di dolore quando l'energia dei loro corpi fu consumata nel tentativo di fermare l'attacco. Stramazzarono al suolo, morti, mentre Rothgar si stringeva il petto e crollava esanime. I nani ulularono di disperazione vedendo cadere il loro re.

«No!» gridò Eragon, e Saphira ruggì la sua ira. Eragon guardò il Cavaliere nemico con odio. Ti ucciderò per questo. in favore dei Varden. Insieme respinsero le milizie

di Galbatorix ad abbandonare le posizioni che al coro,

imperiali, avevano Ma sapeva che in quel momento lui e Saphira erano troppo stanchi per affrontare un avversario così potente. Guardandosi intorno, Eragon scorse un cavallo riverso nel fango, con una lancia infilata nel costato. Lo stallone era ancora vivo. Eragon gli posò una mano sul collo e mormorò: Dormi, fratello. Poi trasferì dentro di sé e in Saphira gli ultimi residui di energia del cavallo; non bastò a far recuperare loro tutte le forze, ma almeno alleviò il dolore ai muscoli e impedì alle loro membra di tremare ancora.

Rinvigorito, Eragon balzò su Saphira, gridando: «Orik, prendi il comando dei tuoi!» In lontananza, vide Arya guardarlo preoccupata. La scacciò dalla propria mente e si strinse le cinghie intorno alle gambe. Poi Saphira si lanciò contro il drago rosso, agitando le ali a ritmo forsennato per acquistare la necessaria velocità.

Spero che ricordi le lezioni di Glaedr, le disse, impugnando più saldamente lo scudo.

Saphira non rispose, ma ruggì i suoi pensieri contro l'altro drago. Traditore! Distruttore di uova e di giuramenti, assassino! Poi, insieme, lei ed Eragon assalirono le menti dell'altra coppia, cercando di abbattere le loro difese. La coscienza del Cavaliere emanava uno strano sentore, come se contenesse una moltitudine di entità; decine di voci distinte sussurravano nei recessi della sua mente, come spiriti imprigionati che imploravano di essere liberati. Nell'istante in cui entrarono in contatto, il Cavaliere reagì con una scarica di pura energia più violenta di quanto perfino Oromis fosse in grado di richiamare. Eragon si ritrasse dietro le proprie barriere, recitando freneticamente un brano della filastrocca che Oromis gli aveva insegnato per simili frangenti:

Sotto un freddo cielo d'aprile, c'era un omino dalla spada lucente. Saltava e colpiva con furia febbrile, combattendo la massa di ombre incalzante...

L'assedio che cingeva la sua mente si dissolse quando Saphira e il drago rosso si scontrarono, e fu come l'urto di due meteore incandescenti. Si strinsero in un abbraccio feroce, le zampe di dietro che sferravano calci nel ventre dell'altro; gli artigli stridevano sulla corazza metallica di Saphira e sulle squame piatte del drago rosso. Quest'ultimo era più piccolo di Saphira, ma aveva le zampe e le spalle più massicce. Riuscì ad allontanarla con una zampata per un istante, poi tornarono a lanciarsi l'uno contro l'altra, tentando di azzannarsi il collo a vicenda.

Eragon non potè far altro che stringere forte Zar'roc, mentre i draghi avvinghiati precipitavano verso il suolo, continuando a sferrarsi furiosi colpi di zampe e di coda. A meno di cinquanta iarde dal suolo delle Pianure Ardenti, Saphira e il drago rosso si districarono, affannandosi per riprendere quota. Quando ebbe frenato la caduta, Saphira inarcò il collo, come un serpente pronto a colpire, ed eruttò un torrente di fuoco.

Non raggiunse mai il suo bersaglio; a dodici piedi dal drago rosso, il fuoco si biforcò, passandogli ai lati senza fare alcun danno. Dannazione, pensò Eragon. Mentre il drago rosso spalancava le fauci per il contrattacco, Eragon gridò: «Skòlir nosu fra brisingr!» Appena in tempo. L'esplosione fu terribile intorno a loro, ma non sfiorò neppure le squame di Saphira.

Saphira e il drago rosso cabrarono attraverso il fumo denso per raggiungere il cielo limpido e freddo al di sopra, sfrecciando avanti e indietro nel tentativo di prendere posizione al di sopra dell'avversario. Il drago rosso azzannò la coda di Saphira, e lei ed Eragon urlarono di dolore condiviso. Ansante per lo sforzo, Saphira eseguì una gran volta all'indietro, finendo alle spalle del drago, che si avvitò a sinistra e cercò di risalire a spirale al di sopra di lei. Mentre i draghi duellavano con acrobazìe sempre più complesse, Eragon avvertì un'interferenza nelle Pianure Ardenti: i maghi del Du Vrangr Gata erano assaliti da due nuovi stregoni dell'Impero, molto più potenti di quelli che li avevano preceduti. Avevano già ucciso un membro del Du Vrangr Gata e stavano abbattendo le barriere di un secondo. Eragon sentì Trianna gridargli con la mente: Ammazzaspettri! Devi aiutarci! Non riusciamo a fermarli. Uccideranno tutti i Varden. Aiutaci, è...

La sua voce si perse quando il Cavaliere s'insinuò nella sua coscienza. «Ora basta» sibilò Eragon a denti stretti, mentre lottava per resistere all'assalto. Sporgendosi dal collo di Saphira, vide il drago rosso risalire verso di loro. Eragon non osò aprire la mente per parlare con Saphira, ma gridò ad alta voce: «Prendimi!» Con due colpi di Zar'roc, tagliò le cinghie che gli serravano le gambe e balzò giù dal dorso di Saphira.

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