Volodyk - Paolini2-Eldest
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È una follia, pensò, ridendo per l'ebbrezza e la vertigine della caduta libera. Il vento gli strappò via l'elmo e gli fece lacrimare gli occhi. Liberandosi dello scudo, Eragon allargò le braccia e le gambe, come gli aveva insegnato Oromis, per stabilizzare il volo. Di sotto, il Cavaliere d'acciaio notò il suo gesto. Il drago rosso scartò a sinistra, ma non riuscì lo stesso a evitarlo. Eragon guidò Zar'roc in un affondo fulmineo quando vide passare accanto a sé il fianco del drago, e sentì la lama penetrare nella carne del polpaccio della creatura, prima che la gravità lo attirasse più in basso. Il drago ruggì di dolore.
L'impatto fece compiere a Eragon una serie di capovolte in aria; il tempo di riuscire a bloccare le rotazioni e aveva bucato la coltre di nubi per piombare inesorabilmente sulle Pianure Ardenti. Avrebbe potuto fermarsi con la magia, se necessario, ma questo lo avrebbe prosciugato delle ultime riserve di energia. Si guardò oltre le spalle. Andiamo, Saphira, dove sei?
Per tutta risposta, la dragonessa comparve come una saetta dalla cortina di fumo livido, le ali aderenti al corpo. Sgusciò sotto di lui e aprì le ali per frenare la picchiata. Attento a non finire impalato su una delle sue punte, Eragon tornò in sella, accogliendo con sollievo il ritorno del proprio peso mentre lei riprendeva quota.
Non farmelo fare mai più, ringhiò lei.
Lui osservò il sangue fumante che scorreva lungo la lama di Zar'roc. Ha funzionato, però.
La sua soddisfazione scomparve quando si rese conto che l'acrobazìa aveva messo Saphira alla mercé del drago rosso. La creatura si avventò su di lei, impedendole ogni via di fuga per costringerla al suolo. Saphira cercava di manovrare sotto di lui, ma ogni volta che lo faceva, il drago si tuffava su di lei a fauci spalancate, colpendola con le ali per farle cambiare rotta.
I draghi continuarono a rincorrersi e a urtarsi finché le lingue non penzolarono dalle bocche, le code si afflosciarono e i due smisero di battere le ali, lasciandosi planare.
La mente ancora una volta chiusa a ogni contatto, amichevole o meno, Eragon gridò ad alta voce: «Atterra, Saphira; così è inutile. Lo combatterò a piedi.»
Con un grugnito di esausta rassegnazione, Saphira discese sullo spiazzo aperto più vicino, un piccolo altopiano roccioso sulla riva occidentale del fiume. L'acqua rosseggiava del sangue della carneficina. Non appena Saphira ebbe toccato terra, Eragon balzò di sella e saggiò il terreno con i piedi: era liscio e compatto, senza ostacoli su cui inciampare. Annuì, compiaciuto.
Qualche secondo dopo, il drago rosso spazzò l'aria sopra di loro e atterrò sul lato opposto del pianoro. Teneva la zampa posteriore sinistra sollevata dal terreno, per non pesare sulla ferita, un lungo squarcio che gli aveva quasi reciso il muscolo. Era scosso da violenti tremiti, come un cane malato. Cercò di saltellare, poi si fermò e ringhiò contro Eragon. Il Cavaliere nemico si liberò delle cinghie e scivolò lungo il fianco sano del suo drago. Poi gli girò intorno per esaminare la ferita. Eragon lo lasciò fare; sapeva quanto dolore doveva provare l'uomo nel vedere il danno inflitto al suo compagno. Ma aspettò troppo a lungo, perché il Cavaliere mormorò qualche parola indecifrabile, e in tre secondi la ferita del drago fu risanata.
Eragon rabbrividì di terrore. Come ha fatto a guarirla così in fretta, e con una formula così breve? Eppure, chiunque fosse, il nuovo Cavaliere non era certo Galbatorix, che cavalcava un drago nero.
Eragon si appigliò a quella consapevolezza mentre avanzava per affrontarlo. Mentre si incontravano al centro dell'altopiano, Saphira e il drago rosso si fronteggiavano girando uno intorno all'altra sullo sfondo. Il Cavaliere afferrò il suo spadone con entrambe le mani e lo fece roteare sopra la testa. Nel momento in cui lo calava con forza, Eragon sollevò Zar'roc per difendersi, e le due lame cozzarono in un'esplosione di scintille rosse. Eragon respinse l'avversario ed eseguì una serie di manovre complesse, sferrando e parando colpi, mentre danzava leggero sulle punte dei piedi e costringeva il Cavaliere a indietreggiare verso il ciglio del pianoro.
Quando arrivarono al margine, il Cavaliere mantenne la posizione, parando tutti gli assalti di Eragon, che pure erano fulminei e improvvisi. È come se riuscisse ad anticipare le mie mosse, pensò Eragon, frustrato. Se fosse stato fresco e riposato, gli sarebbe stato facile battere l'avversario, ma così non riusciva ad averne ragione. Il Cavaliere non possedeva la prontezza e la forza di un elfo, ma le sue capacità tecniche erano superiori a quelle di Vanir e paragonabili a quelle di Eragon.
Eragon provò una fitta di panico quando si accorse che la carica di energia iniziale si andava esaurendo in fretta, e che non era riuscito a infliggere all'avversario più di qualche ammaccatura sul pettorale scintillante. Le ultime riserve di potere conservate nel rubino di Zar'roc e nella cintura di Beloth il Savio bastarono appena a sostenere i suoi sforzi per un altro minuto. Il Cavaliere fece un passo avanti. Poi un altro. In men che non si dica, i due contendenti erano tornati al centro del pianoro, dove continuarono a scambiarsi colpi.
Zar'roc era diventata così pesante che Eragon riusciva a stento a sollevarla. La spalla gli bruciava, e lui ansimava come un mantice, e aveva il volto madido di sudore. Nemmeno il desiderio di vendicare la morte di Rothgar poteva aiutarlo a superare la stanchezza.
A un tratto scivolò e cadde. Deciso a non essere ucciso mentre era a terra, si rialzò con uno scatto di reni e si slanciò contro il Cavaliere, che gli fece volare via Zar'roc di mano con una semplice torsione del polso.
Il modo in cui il Cavaliere tracciò un florilegio nell'aria con il suo spadone - facendolo roteare rapidamente al suo fianco
- parve d'un tratto familiare a Eragon, come la sua abilità nella scherma. Riprese rapido la sua spada, fissò con orrore crescente lo spadone a una mano e mezza del suo nemico, poi la fessura nella visiera del suo elmo scintillante, e gridò: «Io ti conosco!»
In un impeto di furia, si avventò sul Cavaliere, bloccando le spade di entrambi fra i loro corpi, infilò le dita sotto il bordo dell'elmo e glielo strappò dalla testa.
Al centro del pianoro, ai margini delle Pianure Ardenti di Alagaésia, c'era Murtagh.
Eldest
Murtagh sorrise. Poi disse: «Thrysta vindr» e un globo compatto d'aria si formò fra di loro, colpendo Eragon al petto per spedirlo a venti iarde di distanza.
Eragon sentì Saphira ringhiare mentre lui atterrava di schianto sulla schiena. La sua visione baluginò di lampi rossi e neri, mentre si raggomitolava su se stesso aspettando che il dolore scemasse. Qualunque piacere avesse provato nella ricomparsa di Murtagh fu spazzato via dalle macabre circostanze del loro incontro. Una instabile miscela di orrore, confusione e rabbia ribolliva dentro di lui.
Abbassata la spada, Murtagh puntò la mano guantata d'acciaio contro di lui, con l'indice teso. «Non ti arrendi mai.» Eragon si sentì scorrere un brivido gelido lungo la schiena, nel riconoscere la scena della premonizione che aveva avuto navigando sull'Az Ragni verso Hedarth: Un uomo annaspava nel fango con l'elmo ammaccato e l'armatura insanguinata, il volto celato da un braccio alzato. Una mano guantata d'acciaio entrò nella visuale di Eragon, con l'indice teso verso l'uomo riverso, implacabile e crudele come il fato stesso. Passato e futuro si erano ricongiunti. Il destino di Eragon stava per compiersi.
Rialzandosi in piedi a fatica, Eragon tossì e disse: «Murtagh... com'è possibile che tu sia vivo? Ho visto gli Urgali trascinarti sotto terra. Ho cercato di divinarti con la cristallomanzia, ma ho visto soltanto tenebre.» Murtagh proruppe in una risata amara. «Non hai visto niente, come io non ho visto niente tutte le volte che ho tentato di raggiungerti mentre ero a Urù'baen.»
«Ma tu sei morto!» esclamò Eragon, illogico. «Sei morto nelle gallerie del Farthen Dùr. Arya ha trovato i tuoi abiti insanguinati.»
Un'ombra passò sul volto di Murtagh. «No, non sono morto. È stata opera dei Gemelli. Hanno preso il controllo di un gruppo di Urgali e hanno ordito la trappola per uccidere Ajihad e catturare me. Poi mi hanno stregato perché non potessi scappare e mi hanno trasportato a Urù'baen.»
Eragon scuoteva il capo, incapace di comprendere quanto era successo. «Ma perché hai accettato di servire Galbatorix? Mi hai detto che lo odiavi. Mi hai detto...»
«Accettato!» Murtagh rise di nuovo, questa volta con una nota isterica. «Io non ho accettato un bel niente. Prima di tutto, Galbatorix mi ha punito per aver rinnegato gli anni di protezione quando ero ragazzo a Urù'baen, per aver sfidato la sua volontà ed essere fuggito. Poi mi ha estorto tutte le informazioni in mio possesso su di te, Saphira e i Varden.» «Ci hai traditi! Io piangevo per te, e tu ci tradivi!»
«Non ho avuto scelta.»
«Ajihad aveva ragione a diffidare di te. Avrebbe dovuto lasciarti marcire in cella, così niente di tutto...» «Non ho avuto scelta!» ringhiò Murtagh. «Quando l'uovo di Castigo si è schiuso per me, Galbatorix ci ha costretti a giurargli fedeltà nell'antica lingua. Non possiamo disobbedirgli.»
Pietà e disgusto crebbero in Eragon. «Sei diventato come tuo padre.»
Uno strano scintillio balenò negli occhi di Murtagh. «No, non come mio padre. Io sono più forte di Morzan. Galbatorix mi ha insegnato cose sulla magia che tu non ti sogni neppure... Formule così potenti che gli elfi non osano nemmeno pensare, codardi come sono. Parole nell'antica lingua che erano andate perdute finché Galbatorix non le ha riscoperte. Modi per manipolare l'energia... Segreti, segreti terribili, che possono distruggere i nemici e realizzare i sogni.» Eragon ripensò alle lezioni di Oromis e replicò: «Cose che dovevano restare segrete.»
«Se le conoscessi, non diresti così. Brom era un dilettante, niente di più. E gli elfi... bah! Tutto quello che sanno fare è restare nascosti nella loro foresta in attesa di essere conquistati.» Murtagh fece scorrere lo sguardo su Eragon. «Sembri un elfo, adesso. È stata Islanzadi a farti questo?» Quando Eragon rimase in silenzio, Murtagh sorrise e scrollò le spalle. «Non importa. Scoprirò presto la verità.» Si fermò, aggrottò la fronte e guardò a oriente. Seguendo il suo sguardo, Eragon vide i Gemelli schierati in prima linea con l'Impero, impegnati a scagliare globi di energia sui Varden e sui nani. La cortina di fumo gli impediva di accertarlo, ma Eragon era sicuro che i due stregoni calvi stessero ridendo mentre trucidavano gli uomini di cui un tempo si professavano amici. Quello che i Gemelli mancarono di osservare - ma che era chiaramente visibile dal punto di osservazione elevato di Eragon e Murtagh - era che Roran stava strisciando verso di loro da un lato.
Eragon si sentì mancare il cuore quando riconobbe il cugino. Pazzo! Vattene via di lì! Ti uccideranno! Non appena ebbe aperto la bocca per evocare un incantesimo che avrebbe trasportato Roran lontano dal pericolo - per quanto gli sarebbe costato - Murtagh disse: «Aspetta. Voglio vedere cosa fa.»
«Perché?»
Un bieco sorriso increspò il volto di Murtagh. «I Gemelli si sono divertiti a torturarmi mentre ero loro prigioniero.» Eragon lo squadrò con sospetto. «Non gli farai del male? Non avvertirai i Gemelli?»
«Vel ernradhin iet ai Shur'tugal.» La mia parola di Cavaliere.
Insieme videro Roran nascondersi dietro un mucchio di cadaveri. Eragon s'irrigidì quando i Gemelli guardarono verso la pila. Per un momento, ebbe l'impressione che lo avessero individuato, ma poi si volsero, e Roran balzò allo scoperto. Fece roteare il martello e colpì uno dei Gemelli sul capo, spaccandogli il cranio. Il Gemello superstite cadde in terra, in preda alle convulsioni, ed emise un grido inarticolato prima di incontrare la sua fine sotto il martello di Roran. Poi Roran piantò un piede sui cadaveri dei nemici, levò il martello al cielo e lanciò un ululato di vittoria.
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