Volodyk - Paolini2-Eldest

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Lo confortava sapere che Selena lo aveva amato tanto, ma questo non bastava a lenire il dolore che provava per la sua morte e la consapevolezza che non si sarebbero mai incontrati; per quanto legata a un filo sottile, aveva sempre coltivato la speranza che i suoi genitori fossero ancora vivi. Nel suo cuore non albergava più alcun desiderio di conoscere suo padre, ma con profonda amarezza si rammaricava di essere stato privato dell'opportunità di riallacciare il rapporto con sua madre.

Da quando era abbastanza grande da sapere di essere un orfano, Eragon si era sempre chiesto chi fosse suo padre, e perché la madre lo avesse fatto allevare da suo fratello Garrow con la moglie Marian. Le risposte alle sue domande erano arrivate così all'improvviso, e da una fonte così inaspettata, e in un momento così poco propizio, che non riusciva ancora a dare un senso a tutta la storia. Ci sarebbero voluti mesi, se non anni, prima di riuscire a riconciliarsi con la verità.

Eragon aveva sempre pensato che sarebbe stato felice di scoprire l'identità di suo padre. Ora che la conosceva, era disgustato. Quando era più piccolo, si era sempre divertito a fantasticare su suo padre, immaginandolo come un essere nobile e importante, anche se sapeva che era molto più probabile il contrario. Eppure non gli era mai venuto in mente, nemmeno nei sogni più bizzarri, di poter essere il figlio di un Cavaliere, meno che mai di uno dei Rinnegati. I sogni si erano trasformati in un incubo.

Sono stato generato da un mostro... Mio padre è stato colui che ha tradito i Cavalieri consegnandoli a Galbatorix. Eragon era stravolto.

No... Mentre guariva la colonna vertebrale spezzata di un uomo, osservò la situazione da una nuova prospettiva, che gli restituiva un briciolo di fiducia in se stesso. Morzan potrà anche avermi generato, ma non era mio padre. Garrow era mio padre. È stato lui ad allevarmi. A insegnarmi a vivere con onestà e rettitudine, con integrità. Io sono quello che sono grazie a lui. Versino Brom e Oromis sono miei padri più di Morzan. E mio fratello è Roran, non Murtagh. Annuì, deciso a tenersi aggrappato a quella convinzione. Fino ad allora non aveva mai accettato completamente Garrow come padre. E anche se Garrow era morto, riconoscerlo come tale gli dava un senso di sollievo, di vicinanza, e lo aiutò a mitigare l'orrore per Morzan.

Sei diventato saggio, osservò Saphira.

Saggio? Eragon scosse il capo. No, ho soltanto imparato a pensare. Questa è stata la lezione di Oromis. Eragon ripulì da uno strato di sporco il volto di un giovanissimo portabandiera, per assicurarsi che fosse morto, poi si raddrizzò, facendo una smorfia quando i muscoli protestarono con una fitta. Ti rendi conto che Brom doveva sapere tutto questo, vero? Perché altrimenti avrebbe scelto di nascondersi a Carvahall mentre aspettava che tu nascessi? Voleva tenere d'occhio il figlio del suo nemico. Lo turbava pensare che Brom l'avesse potuto ritenere una minaccia. E aveva ragione. Guarda che cosa mi è successo!

Saphira gli arruffò i capelli con una ventata d'alito caldo. Ricorda però una cosa: quali che fossero le ragioni di Brom, lui ha sempre cercato di proteggerci dal pericolo. È morto per salvarti dai Ra'zac.

Lo so... Credi che non me l'abbia detto perché temeva che potessi emulare Morzan, come ha fatto Murtagh? Certo che no.

Lui la guardò, incuriosito. Come fai a esserne tanto sicura? Lei alzò il capo, rifiutandosi di incontrare il suo sguardo o di rispondere. Pensala come vuoi, allora. Inginocchiandosi accanto a uno degli uomini di re Orrin, che aveva un freccia conficcata nel ventre, Eragon gli bloccò le braccia per impedirgli di contorcersi. «Calmati.»

«Acqua» si lamentò l'uomo. «Per amor del cielo... un po' d'acqua. Ho la gola secca come... sabbia. Ti prego, Ammazzaspettri.» Il sudore gli imperlava il viso.

Eragon sorrise, tentando di confortarlo. «Posso darti da bere subito, ma sarebbe meglio aspettare che ti abbia guarito. Ce la fai? Dopo, ti prometto che potrai avere tutta l'acqua che vuoi.»

«Me lo prometti, Ammazzaspettri?»

«Te lo prometto.»

L'uomo fremette per un'altra ondata di dolore prima di dire: «Va bene.»

Con l'aiuto della magia, Eragon estrasse la freccia, poi insieme a Saphira si adoperò per riparare gli organi interni dell'uomo, usando parte dell'energia dell'uomo stesso per alimentare l'incantesimo. Ci vollero parecchi minuti. Dopo, l'uomo si esaminò la pancia, si premette le mani sulla pelle intatta, poi guardò Eragon, con gli occhi colmi di lacrime. «Io... Ammazzaspettri, tu...»

Eragon gli porse la sua borraccia. «Tieni, bevi. Ne hai molto più bisogno di me.»

Cento iarde più in là, Eragon e Saphira superarono un muro di fumo acre e trovarono Orik e altri dieci nani - fra cui alcune donne - accovacciati intorno alla salma di Rothgar, adagiato su quattro scudi, risplendente nella sua armatura d'oro. I nani si strappavano i capelli e si picchiavano il petto, rivolgendo le loro lamentazioni al cielo. Eragon chinò la testa e mormorò: «Stydja unin mor'ranr, Rothgar Kònungr.»

Dopo un po', Orik li notò e si alzò, il viso rosso di pianto, la treccia della barba disfatta. Barcollò verso Eragon e senza tante cerimonie chiese: «Hai ucciso il responsabile di questa tragedia?»

«È fuggito.» Eragon non riuscì a spiegare che il Cavaliere era Murtagh.

Orik si battè un palmo con il pugno. «Barzuln!»

«Ma ti giuro su ogni pietra di Alagaésia che come membro del Dùrgrimst Ingietum farò di tutto per vendicare la morte di Rothgar.»

«Sì, Eragon. Tu sei il solo, oltre agli elfi, abbastanza forte da eliminare quel maledetto assassino. E quando lo troverai. .. riduci le sue ossa in polvere, strappagli i denti e versagli piombo fuso nelle vene, perché soffra ogni minuto di vita che ha rubato a Rothgar.»

«Non è stata una buona morte? Rothgar non avrebbe voluto morire in battaglia, con Volund in mano?» «In battaglia, certo, affrontando un nemico faccia a faccia. Non ucciso dal trucco di uno stregone...» Scuotendo la testa, Orik volse lo sguardo verso Rothgar, poi incrociò le braccia e abbassò il mento sul petto. Trasse alcuni respiri affannati. «Quando i miei genitori morirono di vaiolo, Rothgar mi ridiede la vita. Mi accolse nel suo palazzo. Mi nominò suo erede. Perderlo...» Orik si strinse la punta del naso fra il pollice e l'indice, per coprirsi il volto. «Perderlo è come perdere mio padre un'altra volta.»

Il dolore nella sua voce era così evidente che Eragon sentì di condividere il cordoglio del nano. «Ti capisco» disse. «Lo so, Eragon... Lo so.» Dopo un momento, Orik si asciugò gli occhi e indicò i dieci nani. «Prima di qualunque altra cosa, dobbiamo riportare Rothgar nel Farthen Dùr, perché possa essere sepolto con i suoi predecessori. Il Dùrgrimst Ingietum dovrà poi scegliere un nuovo grimstborith, e poi i tredici capiclan, compresi quelli che vedi qui, sceglieranno il nostro nuovo re fra di loro. Quello che accadrà dopo, non lo so. Questa tragedia rafforzerà alcuni clan e volgerà altri contro la nostra causa...» Scrollò di nuovo il capo.

Eragon gli posò una mano sulla spalla. «Non preoccuparti di questo, per ora. Non devi far altro che chiederlo, e il mio braccio e la mia volontà saranno al tuo servizio... Perché non vieni nella mia tenda a brindare alla memoria di Rothgar?» «Mi piacerebbe, ma non adesso. Non finché non avremo finito di implorare gli dei di assicurare a Rothgar un sereno passaggio nell'altra vita.» Lasciato Eragon, Orik tornò nel cerchio di nani e aggiunse la sua voce alle lamentazioni. Riprendendo il cammino per le Pianure Ardenti, Saphira disse: Rothgar era un grande re.

Sì, e un grande amico. Eragon sospirò. Dovremmo trovare Arya e Nasuada. Ormai non sono più in grado di guarire nemmeno un graffio, e loro devono sapere di Murtagh.

Sono d'accordo.

Si avviarono verso l'accampamento dei Varden, ma dopo appena qualche passo Eragon vide Roran venirgli incontro dal fiume Jiet. Si sentì prendere dalla trepidazione. Roran si fermò davanti a loro, con i piedi divaricati e ben piantati nel suolo, mentre la mascella si contraeva nello sforzo di parlare, ma era come se non riuscisse a emettere alcun suono. Poi sferrò a Eragon un pugno sul mento.

Sarebbe stato facile per Eragon evitarlo, e invece gli permise di colpirlo, ritraendosi appena quel tanto da evitare che Roran si sbucciasse le nocche.

E provò dolore.

Con una smorfia, Eragon affrontò il cugino. «Credo di essermelo meritato.»

«Stanne certo. Dobbiamo parlare.»

«Ora?»

«Non posso più aspettare. I Ra'zac hanno catturato Katrina, e mi serve il tuo aiuto per andarla a liberare. Katrina è in mano loro da quando siamo fuggiti da Carvahall.»

È così, allora. In quel momento Eragon capì perché Roran gli era parso tanto cupo e tormentato, e perché aveva portato l'intero villaggio nel Surda. Brom aveva ragione: Galbatorix ha mandato di nuovo i Ra'zac nella Valle Palancar. Aggrottò la fronte, dibattuto fra le sue responsabilità verso Roran e i suoi obblighi verso Nasuada. «C'è qualcosa che devo fare prima, poi potremo parlare. D'accordo? Puoi venire con me, se ti va.»

«Ti accompagno.»

Mentre avanzavano sulla terra martoriata, Eragon continuava a rivolgere occhiate furtive a Roran. Poi, a bassa voce, disse: «Mi sei mancato.»

Roran esitò, poi rispose con un brusco cenno della testa. Qualche passo dopo, disse: «Questa è Saphira, giusto? Jeod ha detto che si chiama così.»

«Sì.»

Saphira scrutò Roran con un occhio scintillante. Lui sostenne il suo esame senza distogliere lo sguardo, una cosa che pochi riuscivano a fare. Ho sempre voluto conoscere il compagno di cova di Eragon.

«Sa parlare!» esclamò Roran, quando Eragon ripetè le sue parole. Questa volta Saphira si rivolse direttamente alla sua mente. Cosa? Credevi che fossi muta come una lucertola del deserto?

Roran battè le palpebre. «Ti chiedo scusa. Non sapevo che i draghi fossero intelligenti.» Un sorriso amaro gli increspò le labbra. «Prima i Ra'zac e gli stregoni, ora nani, Cavalieri e draghi parlanti. A quanto pare il mondo è impazzito.» «A quanto pare.»

«Ho visto che duellavi con l'altro Cavaliere. L'hai ferito? Per questo è fuggito?»

«Aspetta. Lo saprai fra poco.»

Quando raggiunsero il padiglione che Eragon stava cercando, sollevò i lembi dell'ingresso ed entrò, seguito da Roran e dalla testa di Saphira. Al centro della tenda, Nasuada era seduta sul bordo del tavolo, impegnata in un'accesa discussione con Arya, mentre una cameriera l'aiutava a togliersi l'armatura ammaccata. La ferita alla coscia era stata guarita.

Nasuada s'interruppe a metà di un frase quando scorse i nuovi arrivati. Balzò giù dal tavolo e gettò le braccia al collo di Eragon, gridando: «Dov'eri finito? Credevamo che fossi morto o peggio.»

«Invece no.»

«La candela brucia ancora» mormorò Arya.

Facendo un passo indietro, Nasuada disse: «Non siamo più riusciti a vedere che cosa vi stava accadendo, dopo che tu e Saphira siete atterrati sul pianoro. Quando il drago rosso si è allontanato, e tu non tornavi, Arya ha cercato di mettersi in contatto con te, ma non sentiva niente, così abbiamo pensato...» Le mancò la voce. «Stavamo appunto discutendo del modo migliore per trasportare il Du Vrangr Gata e un intero battaglione di soldati dall'altra parte del fiume.»

«Mi dispiace. Non volevo farvi preoccupare. Solo che ero così stanco che mi sono dimenticato di abbassare le barriere mentali.» Poi Eragon presentò Roran. «Nasuada, vorrei presentarti mio cugino Roran. Ajihad deve avertene parlato. Roran, ledy Nasuada, capo dei Varden e mia signora. E questa è Arya Svit-kona, ambasciatrice degli elfi.» Roran s'inchinò a entrambe.

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