Volodyk - Paolini2-Eldest
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«E adesso?» chiese Eragon, distogliendo lo sguardo dal campo di battaglia. «Mi ucciderai?»
«No. Galbatorix ti vuole vivo.»
«Per quale motivo?»
Murtagh sollevò un angolo della bocca in un bieco sorriso. «Non lo sai? Ha! Mi sorprende. Lui non ti vuole per te stesso, ma per lei.» Indicò con il pollice Saphira alle sue spalle. «Il drago racchiuso nell'ultimo uovo di Galbatorix, l'ultimo uovo di drago al mondo, è un maschio. Saphira è l'unica femmina esistente. Se si accoppierà, darà vita a una nuova stirpe di draghi. Capisci, adesso? Galbatorix non vuole distruggere i draghi. Al contrario, vuole Saphira per ripristinare i Cavalieri. Non può uccidervi, se vuole vedere realizzata la sua visione... E che visione, sapessi, Eragon. Dovresti sentirlo mentre te la descrive: così non penseresti troppo male di lui. È così spregevole che voglia riunire Alagaésia sotto un unico vessillo, eliminare le guerre e rifondare i Cavalieri?»
«Ma se è stato lui per primo la causa della loro distruzione!» i
«E non a torto» ribattè Murtagh. «Erano vecchi, grassi e corrotti. Gli elfi li controllavano e li usavano per soggiogare gli umani. Dovevano essere eliminati per poter cominciare daccapo.»
Un furioso cipiglio alterò i lineamenti di Eragon. Prese a camminare avanti e indietro sul pianoro, col respiro affannato, poi indicò il campo di battaglia e disse: «Come puoi giustificare tutta quella sofferenza con i vaneggiamenti di un pazzo? Galbatorix non ha fatto altro che bruciare e uccidere e accumulare potere per se stesso. È un bugiardo. Un assassino. Un abile manipolatore. E tu lo sai! È il motivo per cui all'epoca ti rifiutasti di lavorare per lui.» Eragon fece una pausa, poi assunse un tono più mite: «Posso capire che tu sia stato costretto ad agire contro la tua volontà e che non sia responsabile per la morte di Rothgar. Ma puoi sempre fuggire. Sono sicuro che Arya e io troveremo il modo di neutralizzare i vincoli con cui ti tiene legato Galbatorix... Unisciti a me, Murtagh. Puoi fare tanto per i Varden. Con noi sarai lodato e ammirato, invece che maledetto, temuto e odiato.»
Per un momento, quando Murtagh abbassò lo sguardo sul suo spadone, Eragon sperò che avrebbe accettato. Ma poi Murtagh mormorò: «Non puoi aiutarmi, Eragon. Nessuno tranne Galbatorix può scioglierci dal nostro giuramento, e lui non lo farà mai... Conosce i nostri veri nomi, Eragon... Siamo suoi schiavi per sempre.»
Per quanto si sforzasse, Eragon non potè fare a meno di provare compassione per la disgrazia di Murtagh. Con espressione solenne, disse: «Allora lascia che vi uccida.»
«Ucciderci! E perché dovrei lasciartelo fare?»
Eragon scelse le parole con cautela. «Per liberarti dal controllo di Galbatorix. E per salvare la vita di centinaia, migliaia di persone. Non è una causa abbastanza nobile per sacrificare te stesso?»
Murtagh scosse il capo. «Forse per te, ma la vita mi è troppo dolce per separarmene. La vita di nessuno è più importante della mia o di quella di Castigo.»
Malgrado la sua riluttanza, malgrado tutta la terribile situazione, Eragon capì allora cosa andava fatto. Rinnovando l'attacco alla mente di Murtagh, si lanciò su di lui, spiccando un balzo con entrambi i piedi, deciso a colpirlo dritto al cuore.
«Letta!» latrò Murtagh.
Eragon rimbalzò all'indietro e fu immobilizzato da catene invisibili che gli serravano braccia e gambe. Alla sua destra, Saphira sprigionò un getto di fuoco e si avventò su Murtagh come un gatto su un topo.
«Risa!» ordinò Murtagh, allungando una mano ad artiglio come per prenderla.
Saphira strillò sorpresa quando l'incantesimo di Murtagh la bloccò a mezz'aria, tenendola sospesa a diversi piedi dal suolo. Per quanto si divincolasse, non riusciva a toccare terra né ad alzarsi in volo.
Come fa a essere ancora umano e a possedere una forza del genere? si chiese Eragon. Perfino con le mie nuove facoltà, un tale sforzo mi farebbe mancare il respiro e mi taglierebbe le gambe. Ricorrendo alla sua esperienza nel contrastare gli incantesimi di Oromis, Eragon disse: «Brakka du vanyali sem huildar Saphira un eka!»
Murtagh non accennò nemmeno a fermarlo, ma si limitò a scoccargli un'occhiata vacua, come se considerasse la resistenza di Eragon un fastidioso inconveniente. Scoprendo i denti, Eragon raddoppiò gli sforzi. Le sue mani divennero fredde, le ossa gli dolevano, il battito cardiaco rallentò mentre l'energia si consumava. Di sua iniziativa, Saphira unì le proprie forze alle sue, dandogli accesso alle formidabili risorse del suo corpo. Passarono cinque secondi... Venti secondi... Una vena pulsava nel collo di Murtagh.
Un minuto...
Un minuto e mezzo... Spasmi involontari scuotevano il corpo di Eragon. Le cosce e i polpacci gli tremavano, e le gambe gli avrebbero ceduto, se fosse stato libero di muoversi.
Due minuti...
Eragon fu costretto a rinunciare alla magia, altrimenti sarebbe svenuto e finito nel vuoto. Si accasciò, sfinito. In altre occasioni aveva provato paura, ma soltanto perché pensava di poter fallire. Ora aveva paura perché non sapeva che cosa Murtagh fosse in grado di fare.
«Non puoi nemmeno sperare di competere con me» disse Murtagh. «Nessuno è alla mia altezza, tranne Galbatorix.» Avvicinatosi a Eragon, gli posò la punta dello spadone sulla gola, facendogli il solletico alla pelle. Eragon resistette all'impulso di ritrarsi. «Sarebbe così facile riportarti a Urù'baen.»
Eragon lo guardò dritto negli occhi. «Non farlo. Lasciami andare.»
«Hai appena tentato di uccidermi.»
«Tu avresti fatto lo stesso al posto mio.» Davanti al silenzio e allo sguardo inespressivo di Murtagh, Eragon disse: «Eravamo amici, un tempo. Abbiamo combattuto insieme. Galbatorix non può averti corrotto al punto da farti dimenticare... Se lo fai, Murtagh, sarai perduto per sempre.»
Passò un lungo minuto. L'unico suono era il clamore degli eserciti che si scontravano. Un rivoletto di sangue colava lungo il collo di Eragon dal punto in cui la spada lo feriva. Saphira frustava l'aria con la coda, impotente. Alla fine Murtagh disse: «Mi è stato ordinato di tentare di catturare te e Saphira.» Fece una pausa. «Ho tentato... Fai in modo di non incrociare più il mio cammino, Eragon. Galbatorix mi farà giurare nell'antica lingua di non mostrare più tanta clemenza la prossima volta che ci incontreremo.» Abbassò lo spadone.
«Stai facendo la cosa giusta» disse Eragon. Provò a indietreggiare, ma era ancora paralizzato.
«Forse. Ma prima di lasciarti andare...» Dopo aver teso una mano, Murtagh strappò Zar'roc dalla stretta di Eragon e slacciò il fodero rosso della spada dalla cintura di Beloth il Savio. «Se sono diventato come mio padre, allora avrò la spada di mio padre. Castigo è il mio drago, e un castigo sarà per tutti i miei nemici. Perciò è più che giusto che io impugni la spada Miseria. Miseria e Castigo, una coppia perfetta. Per giunta, Zar'roc doveva andare al primogenito di Morzan, il suo Eldest, e non al figlio minore. Mi appartiene di diritto.»
Per Eragon, fu come un pugno allo stomaco. Non può essere.
Un sorriso crudele comparve sul volto di Murtagh.
«Non ti ho mai detto il nome di mia madre, vero? E tu non mi hai mai detto quello della tua. Te lo dico adesso: Selena. Selena era mia madre, come anche la tua. I Gemelli scoprirono il legame mentre ti frugavano nella testa. Galbatorix è , rimasto particolarmente colpito da questa notizia.»
«Tu menti!» gridò Eragon. Non poteva sopportare il pensiero di essere il figlio di Morzan. Brom lo sapeva? Oromis lo sapeva? Perché non me l'hanno detto? Rammentò allora che Angela gli aveva predetto che qualcuno della sua famiglia lo avrebbe tradito. Aveva ragione.
Murtagh scosse il capo e ripetè le stesse parole nell'antica lingua, poi avvicinò le labbra all'orecchio di Eragon e sussurrò: «Tu e io, Eragon, siamo uguali. Immagini speculari l'uno dell'altro. Non puoi negarlo.»
«Ti sbagli» ringhiò Eragon, lottando contro l'incantesimo. «Non siamo affatto uguali. Io non ho più una cicatrice sulla schiena.» il Murtagh trasalì come se lo avessero colpito, poi il suo volto si fece duro e gelido. Si portò Zar'roc al petto. «E sia. Prendo la mia eredità da te, fratello. Addio.»
Poi raccolse l'elmo da terra e salì in groppa a Castigo. Non una volta si girò a guardare Eragon, mentre il drago si accovacciava, dispiegava le ali e si levava in volo, allontanandosi dal pianoro per puntare a nord. Solo quando Castigo svanì oltre l'orizzonte, la ragnatela di magia si dissolse, ed Eragon e Saphira furono liberi.
Gli artigli della dragonessa ticchettarono sulla roccia quando atterrò. Si avvicinò a Eragon e gli sfiorò il braccio con il muso. Come stai, piccolo mio?
Sto bene, rispose lui. Ma non era vero, e lei lo sapeva.
Eragon si avvicinò al ciglio dell'altopiano e scrutò le Pianure Ardenti e l'esito della battaglia: perché la battaglia era finita. Con la morte dei Gemelli, i Varden e i nani avevano riconquistato il terreno perduto, ed erano riusciti a mettere in rotta le formazioni di soldati confusi, spingendoli verso il fiume o ricacciandoli là da dove erano venuti. Sebbene il grosso delle forze fosse rimasto intatto, l'Impero aveva suonato la ritirata, senza dubbio per ricostituire l'esercito e prepararsi a un secondo tentativo di invasione del Surda. A terra rimasero cumuli di cadaveri di entrambi gli schieramenti, tanti umani e tanti nani da popolare un'intera città. Dense volute di fumo nero si levavano dai corpi che erano caduti sui fuochi di torba.
Ora che la battaglia si era conclusa, i falchi e le aquile, le cornacchie e i corvi discesero come un sudario sul campo. Eragon chiuse gli occhi. Le lacrime gli scorrevano da sotto le palpebre.
Avevano vinto, ma lui aveva perso.
Un abbraccio fraterno
Eragon e Saphira avanzavano fra i cadaveri disseminati sulle Pianure Ardenti, muovendosi adagio per le ferite e la stanchezza. Incontrarono altri superstiti che vagavano per il campo di battaglia, con gli occhi spenti che in realtà non vedevano, ma si smarrivano in lontananza.
Ora che la sete di sangue si era placata, Eragon non provava altro che una profonda sofferenza. La battaglia non aveva alcun senso per lui. È una tragedia che così tanti siano morti per opporsi a un unico pazzo. Si fermò per evitare un gruppo di frecce conficcate nel fango, e fu allora che notò lo squarcio sulla coda di Saphira, dove Castigo l'aveva azzannata, come pure molte altre ferite. Vieni, prestami la tua forza; ti guarirò.
Pensa prima ai feriti che sono in pericolo di vita.
Sicura?
Sicura, piccolo mio.
Con un cenno di assenso, Eragon si chinò e guarì il collo disarticolato di un soldato imperiale prima di spostarsi su uno dei Varden. Non faceva distinzioni fra amici e nemici, e trattava entrambi ai limiti delle sue capacità. Era così assorto nei propri pensieri, da prestare poca attenzione al lavoro che compiva. Avrebbe voluto rinnegare la rivelazione di Murtagh, ma tutto quello che Murtagh aveva detto di sua madre - della loro madre - coincideva con le poche cose che Eragon sapeva di lei: Selena che lasciava Carvahall una ventina d'anni prima; Selena che tornava una sola volta per dare alla luce Eragon; Selena che non s'era mai più vista. La sua mente tornò a quando lui e Murtagh erano arrivati nel Farthen Dùr. Murtagh gli aveva raccontato come sua madre si era all'improvviso dileguata dal castello mentre Morzan era a caccia di Brom, Jeod e dell'uovo di Saphira. Dopo che Morzan ebbe scagliato Zar'toc contro Murtagh quasi uccidendolo, la mamma deve avergli tenuto nascosta la seconda gravidanza, ed essere tornata a Carvahall per proteggermi da Morzan e Galbatorix.
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