Volodyk - Paolini2-Eldest
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Eragon passò in rassegna i cadaveri. Hai ragione! Pervaso da un'improvvisa euforia, corse verso l'imboccatura del tunnel. Negli avvallamenti consumati dei gradini di marmo rilucevano, simili a tanti specchi neri, pozze di sangue denso, come se qualcuno avesse trascinato dei corpi feriti sulle scale. Devono averli presi gli Urgali! Ma perché? Di solito non fanno prigionieri né ostaggi. Eragon ripiombò nella più cupa disperazione. Non importa. Non possiamo inseguirli senza rinforzi, e comunque tu non riusciresti mai a passare per quel varco.
Potrebbero essere ancora vivi. Hai intenzione di abbandonarli?
Cosa ti aspetti che faccia? I tunnel dei nani sono un labirinto sconfinato! Di sicuro mi perderei. E non posso inseguire gli Urgali a piedi, anche se forse Arya ne sarebbe capace.
Allora chiedilo a lei.
Arya! Eragon esitò, combattuto fra il desiderio di agire e il rifiuto di metterla in pericolo. Eppure se c'era una persona fra i Varden che potesse affrontare gli Urgali, quella era lei. Con un sospiro afflitto, le spiegò che cosa avevano scoperto. Arya corrugò le sopracciglia oblique. «Non ha senso.»
«Vorresti inseguirli?»
Lei lo guardò per un lunghissimo istante. «Wiol ono.» Per te. Poi si slanciò verso il tunnel; e la lama della sua spada brillò un'ultima volta prima di venire inghiottita nelle viscere della terra.
Fremente d'inutile rabbia, Eragon si sedette a gambe incrociate accanto ad Ajihad per vegliare il cadavere. Non riusciva ancora ad accettare il fatto che Ajihad fosse morto e Murtagh scomparso. Murtagh. Figlio di uno dei Rinnegati - i tredici Cavalieri che avevano aiutato Galbatorix a distruggere l'ordine e ad autoproclamarsi re di Alagaésia e amico di Eragon. Più di una volta Eragon aveva desiderato che Murtagh se ne andasse, ma adesso che non c'era, la sua assenza gli lasciava un vuoto inatteso. Continuò a restare seduto, mentre Orik arrivava con gli uomini.
Non appena vide Ajihad, Orik pestò i piedi con foga e imprecò nella lingua dei nani, roteando l'ascia per poi abbatterla sulla carcassa di un Urgali. Gli uomini rimasero impietriti. Torcendosi le mani callose e sporche di terra, il nano borbottò: «Ah, vedrai adesso che vespaio si solleverà. Non ci sarà pace fra i Varden dopo questa sciagura. Barzuln, qui le cose si complicano. Hai fatto in tempo ad ascoltare le sue ultime parole?»
Eragon scoccò un'occhiata a Saphira. «Aspetterò di trovarmi di fronte alla persona giusta prima di ripeterle.» «Capisco. Dov'è Arya?»
Eragon indicò il tunnel.
Orik imprecò di nuovo, poi scrollò la testa e si accovacciò.
Jòrmundur arrivò poco dopo con dodici plotoni da sei uomini ciascuno. Indicò loro di attendere fuori dal cerchio di cadaveri e proseguì da solo. Toccò la spalla di Ajihad. «Mio buon amico, come ha potuto il destino essere tanto crudele? Sarei arrivato prima, se non fosse stato per la vastità di questa maledetta montagna, e forse ti saresti salvato. La sventura ci ha colpiti al culmine del nostro trionfo.»
Eragon gli accennò sottovoce di Arya e della scomparsa dei Gemelli e di Murtagh.
«Non avrebbe dovuto allontanarsi» replicò Jòrmundur, rialzandosi in piedi, «ma al momento non possiamo fare nulla. Metteremo delle sentinelle sul posto, ma ci vorrà almeno un'ora prima di poter convocare le guide dei nani per un'altra spedizione nei tunnel.»
«Sarò lieto di guidarla» si offrì Orik.
Jòrmundur rivolse uno sguardo mesto verso Tronjheim. «No, Rothgar avrà bisogno di te. Andrà qualcun altro. Mi rincresce, Eragon, ma tutte le persone più influenti dovranno attendere qui finché non sarà nominato il successore di Ajihad. Arya dovrà cavarsela da sola... E comunque non saremmo mai in grado di raggiungerla.» Eragon annuì, accettando l'inevitabile.
Jòrmundur lasciò vagare lo sguardo prima di dire ad alta voce, perché tutti potessero udirlo: «Ajihad è morto da vero guerriero! Guardate, ha ucciso cinque Urgali, quando ne sarebbe bastato uno soltanto a sopraffare un uomo qualsiasi. Lo seppelliremo con tutti gli onori, e che gli dei accolgano con benevolenza il suo spirito. Sollevate lui e i nostri compagni sui vostri scudi e riportateli a Tronjheim... e non abbiate pudore di mostrare le vostre lacrime, poiché questo è un giorno di grande lutto che tutti ricorderanno. Io prego perché presto possiamo avere il privilegio di affondare le nostre lame nei mostri che hanno ucciso il nostro condottiero!»
I soldati s'inginocchiarono come un sol uomo, scoprendosi la testa in segno di rispetto. Poi si alzarono, e con deferenza sollevarono Ajihad sugli scudi che si appoggiarono in spalla. Molti dei Varden erano scossi dai singhiozzi, le folte barbe inzuppate di lacrime, ma nessuno venne meno al suo dovere e lasciò che Ajihad scivolasse. Marciando solenni, tornarono a Tronjheim, con Eragon e Saphira al centro del corteo.
Il Consiglio degli Anziani
Eragon si destò e si voltò verso il bordo del letto, scrutando la stanza immersa nella luce soffusa che proveniva da una lanterna schermata. Si alzò a sedere e guardò Saphira che dormiva. I suoi fianchi possenti si espandevano e si contraevano, al ritmo degli enormi mantici dei polmoni che soffiavano l'aria attraverso le narici squamose. Eragon pensò all'inferno ruggente che ormai la dragonessa era capace di sprigionare a comando dalle fauci. Era uno spettacolo mozzafiato, quando fiamme in grado di sciogliere il metallo le guizzavano fra le zanne d'avorio e la lingua senza intaccarle. Dalla prima volta in cui aveva sputato fuoco, durante il duello di Eragon con Durza, gettandosi in picchiata su di loro dalla sommità di Tronjheim, Saphira approfittava di ogni occasione per sfoggiare il suo nuovo talento. Soffiava continuamente minuscole vampe di fuoco per incenerire piccoli oggetti.
Poiché Isidar Mithrim era andata distrutta, non erano più potuti alloggiare nella roccaforte dei draghi situata sopra di essa. I nani avevano offerto loro un vecchio corpo di guardia al pianterreno di Tronjheim. Era un'ampia camerata, ma aveva il soffitto basso e le pareti scure.
L'angoscia tornò a impadronirsi di Eragon quando ripensò agli eventi del giorno prima. Gli occhi gli si riempirono di lacrime; una gli cadde nel palmo della mano. Non avevano avuto notizie di Arya fino a tarda notte, quando era riemersa dal tunnel, esausta e con i piedi sanguinanti. Malgrado i suoi sforzi - e la sua magia - gli Urgali le erano sfuggiti. "Ho trovato questi" aveva detto. E mostrò uno dei mantelli viola dei Gemelli, strappato e macchiato di sangue; la tunica di Murtagh; ed entrambi i suoi guanti di pelle. "Erano sul ciglio di un nero abisso, dove non arriva nessun tunnel. Gli Urgali devono averli spogliati di corazze e armi, e aver gettato i corpi nella voragine. Ho provato a divinare sia Murtagh che i Gemelli, ma non ho visto altro che le tenebre dell'abisso." I suoi occhi avevano incontrato quelli di Eragon. "Mi dispiace. Sono morti."
Soltanto adesso Eragon si concesse l'amaro lusso di piangere Murtagh. Il suo cuore era oppresso da una strisciante e spaventosa sensazione di perdita, resa ancor più dolorosa dal fatto che, nel corso degli ultimi mesi, gli era diventata sempre più familiare.
Mentre contemplava la lacrima sulla mano - una piccola goccia lucente - decise di ricorrere alla cristallomanzia per divinare i tre uomini. Sapeva che era un tentativo futile e disperato, ma doveva provare ugualmente per convincersi che Murtagh era davvero morto. Tuttavia non era del tutto sicuro di voler riuscire laddove Arya aveva fallito; quale consolazione avrebbe tratto dal vedere Murtagh sfracellato sul fondo di un abisso sotto il Farthen Dùr? Mormorò: «Draumr kópa.» Le tenebre pervasero la goccia, trasformandola in una minuscola cupola nera nel suo palmo d'argento; balenò un guizzo fulmineo, come un improvviso frullo d'ali davanti a una luna offuscata... poi più nulla. Un'altra lacrima raggiunse la prima.
Eragon trasse un profondo respiro, raddrizzò la schiena e tentò di rilassarsi. Da quando si era ripreso dalla ferita di Durza, aveva capìto, per quanto fosse umiliante, di aver vinto per un semplice colpo di fortuna. Se mai dovessi affrontare un altro Spettro, o i Ra'zac, o Galbatorix, dovrò essere più forte per assicurarmi la vittoria. Brom avrebbe potuto insegnarmi di più, lo so. Ma senza di lui, non ho che un'unica scelta: gli elfi.
Il respiro di Saphira accelerò, e la dragonessa aprì gli occhi con un immane sbadiglio. Buongiorno, piccolo mio. È buono davvero? Eragon abbassò lo sguardo e strinse con forza il bordo del materasso. È terribile... Murtagh e Ajihad... Perché le sentinelle nei tunnel non ci hanno avvertiti degli altri Urgali? Quei mostri non possono aver seguito il gruppo di Ajihad senza farsi notare... Arya aveva ragione, non ha senso.
Potremmo non conoscere mai la verità, disse Saphira in tono sommesso. Si alzò, e le ali sfiorarono il soffitto. Devi mangiare qualcosa, poi andremo a scoprire cos'hanno in mente i Varden. Non c'è tempo da perdere. Potrebbero scegliere un nuovo capo nel giro di poche ore.
Eragon assentì, ripensando alla scena che aveva lasciato la sera prima: Orik che correva da re Rothgar per annunciargli la triste novella, Jòrmundur che scortava il corpo di Ajihad dove avrebbe riposato fino alle esequie, e Arya che restava da sola a osservare quanto le accadeva intorno.
Eragon si alzò e prese sia Zar'roc che l'arco, poi si chinò a raccogliere la sella di Saphira. Una fitta lancinante gli percorse la spina dorsale; crollò a terra in preda alle convulsioni, con le braccia che annaspavano cercando di toccare la schiena. Era come se lo stessero segando in due. Saphira ringhiò quando fu raggiunta dalla sensazione straziante. Cercò di alleviare il dolore del giovane con la propria mente, ma senza esito. L'istinto la portò a sollevare di scatto la coda, come pronta a combattere.
L'attacco durò alcuni minuti per poi ridursi a una serie di spasmi sempre più lievi, lasciando Eragon boccheggiante. Aveva il volto madido di sudore, i capelli incollati alla testa e gli occhi che gli bruciavano. Piegò indietro il braccio e cercò a tastoni la parte superiore della cicatrice. Era bollente, infiammata e sensibile al tatto. Saphira abbassò il muso e gli sfiorò il braccio. Oh, piccolo mio...
È stata la crisi peggiore, disse lui, rialzandosi a fatica. La dragonessa lasciò che Eragon si appoggiasse a lei, mentre si asciugava il sudore con un telo per poi avviarsi barcollante alla porta.
Ti senti abbastanza in forze per andare?
Dobbiamo. È nostro obbligo, in quanto drago e Cavaliere, rendere una dichiarazione pubblica in merito alla scelta del prossimo capo dei Varden, e forse addirittura influenzarla. Non posso ignorare l'importanza della nostra posizione; ormai esercitiamo una grande autorità sui Varden. Se non altro, non ci sono i Gemelli a rivendicare la stessa posizione. È l'unica nota positiva in questa tragedia.
D'accordo, allora, ma Durza si meriterebbe mille anni di tormenti per ciò che ti ha fatto.
Eragon borbottò un assenso. Ma tu stammi vicina.
Insieme si avviarono nel dedalo di corridoi di Tronjheim, diretti alla cucina più vicina. La gente si fermava e s'inchinava al loro passaggio, mormorando "Argetlam" o "Ammazzaspettri". Perfino i nani accennavano il gesto, anche se non così spesso. Eragon rimase colpito dalle espressioni tetre e malinconiche degli umani, e dagli abiti scuri che indossavano in segno di lutto. Molte donne erano vestite di nero da capo a piedi, con veli di merletto drappeggiati sul viso. In cucina, Eragon prese un piatto di pietra colmo di cibo e si sedette a un tavolino basso. Saphira lo osservava con attenzione, nel caso gli venisse un'altra crisi. Molte persone provarono ad avvicinarsi, ma lei le tenne a distanza sollevando un labbro e ringhiando piano, chiaro monito a non fare un altro passo. Eragon fingeva di ignorare gli intrusi e piluccava il cibo. Alla fine, nel tentativo di distogliere la mente da Murtagh, chiese: Chi credi abbia i mezzi per controllare i Varden, ora che Ajihad e i Gemelli sono morti?
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