Volodyk - Paolini2-Eldest

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Saphira gli sfiorò la cima dei capelli con la mascella. Acconsenti a presenziare alla cerimonia per la nomina di Nasuada; questo credo che ci tocchi. Quanto al giuramento di fedeltà, cerca di capire se puoi evitarlo. Magari succederà qualcosa, da qui ad allora, che possa ribaltare la nostra posizione... Arya potrebbe avere una soluzione. Senza preavviso, Eragon annuì e disse: «Come desiderate. Sarò presente alla designazione di Nasuada.» Jormundur parve sollevato. «Bene, molto bene. Ci resta soltanto un'ultima questione prima che tu vada via: il consenso di Nasuada. Non c'è ragione di attardarsi, ora che siamo tutti qui. Manderò subito a chiamarla. E anche Arya... ci serve l'approvazione degli elfi prima di rendere pubblica questa decisione. Non dovrebbe essere difficile da ottenere: Arya non può mettersi contro il consiglio e contro di te, Eragon. Dovrà accettare il nostro giudizio.»

«Un momento» intervenne Elessari, con un luccichio metallico nello sguardo. «La tua parola, Cavaliere. Giurerai fedeltà durante la cerimonia?» «Certo, devi giurare» necessaria.»

Ma che abile maniera per capovolgere la situazione!

Almeno ci hai provato, commentò Saphira. Temo che a questo punto tu non abbia scelta.

Non oserebbero farci del male se rifiutassi.

No, ma potrebbero ostacolarci. Non è per me che ti dico di accettare, ma per te stesso. Esistono molti pericoli dai quali non sono in grado di proteggerti,

Eragon. Con Galbatorix contro di noi, ti servono alleati, non altri nemici. Non possiamo permetterci di combattere contro l'Impero e i Varden.

«Giurerò» proclamò Eragon alla fine. Tutto intorno al tavolo si manifestarono segni tangibili di sollievo: persino un malcelato sospiro di Umérth.

Hanno paura di noi

Com'e. giusto che sia! fu l'aspro commento di Saphira.

incalzò Falberd. «Sarebbe un disonore per i Varden non poterti fornire ogni protezione Jòrmundur chiamò Jarsha e, dopo un breve scambio di frasi, lo spedì a cercare sia Nasuada che Arya. Nel frattempo, la conversazione languì e scivolò in un imbarazzato silenzio. Eragon ignorò il consiglio per concentrarsi sul modo di sciogliere il dilemma. Non gli venne in mente niente.

Quando la porta si aprì di nuovo, tutti si volsero con ansia. Per prima entrò Nasuada, a testa alta, lo sguardo fiero. Indossava un lungo abito nero ricamato, ancor più scuro della sua pelle, interrotto soltanto da una fascia purpurea che andava dalla spalla al fianco. Alle sue spalle c'era Arya, il passo lieve e delicato come quello di una gatta, e a seguire Jarsha, in rispettoso silenzio.

Congedato il fanciullo, Jòrmundur invitò Nasuada ad accomodarsi. Eragon si affrettò a fare lo stesso per Arya, ma lei ignorò la sedia offerta e rimase in piedi, a una certa distanza dalla tavola rotonda. Saphira, disse lui, raccontale cosa è successo. Ho la netta sensazione che il consiglio non le dirà che mi hanno costretto a giurare fedeltà ai Varden. «Arya» la salutò Jòrmundur con un cenno del capo, poi si concentrò su Nasuada. «Nasuada, figlia di Ajihad, il Consiglio degli Anziani desidera esprimerti formalmente le sue più sentite condoglianze per la perdita che tu, più di chiunque altro, hai subito...» Poi, abbassando la voce, aggiunse: «Sappi che ti siamo vicini con tutto il nostro personale affetto. Ciascuno di noi sa bene cosa significa avere un familiare ucciso dall'Impero.»

«Vi ringrazio» mormorò Nasuada, abbassando gli occhi a mandorla. Si sedette con aria timida e malinconica; emanava un senso di vulnerabilità che suscitò in Eragon un desiderio di protezione. Il suo atteggiamento era tragicamente diverso da quello della vivace giovane donna che era andata a far visita a lui e a Saphira nella roccaforte, prima della battaglia.

«Sebbene per te questo sia il tempo del cordoglio, c'è una decisione importante che ti aspetta. Questo consiglio non può guidare i Varden. E qualcuno deve prendere il posto di tuo padre dopo il funerale. Ti chiediamo di accettare l'incarico. In qualità di sua erede, ne hai tutti i diritti... i Varden si aspettano questo da te.»

Nasuada chinò il capo, con gli occhi lucidi. La sua voce tradì una grande emozione quando disse: «Non avrei mai pensato di essere chiamata a prendere il posto di mio padre ancora così giovane. Ma... se insistete che questo è il mio dovere... accetterò l'incarico.»

Verità fra amici

Il Consiglio degli Anziani irradiava un'aura di trionfo, soddisfatto che Nasuada avesse accondisceso ai loro piani. «Insistiamo» disse Jòrmundur, «per il tuo bene e per il bene dei Varden.» Gli altri anziani aggiunsero ulteriori espressioni di sostegno, che Nasuada accettò con tristi sorrisi. Sabra scoccò un'occhiata furente a Eragon quando lui non si unì al coro.

Durante tutta la conversazione, Eragon aveva tenuto d'occhio Arya in cerca di una reazione alle notizie fornitele da Saphira o all'annuncio del consiglio, ma nulla mutò la sua imperscrutabile espressione. Tuttavia Saphira gli disse: Arya desidera parlarci più tardi.

Prima che Eragon avesse il tempo di rispondere, Falberd si rivolse ad Arya. «Gli elfi troveranno la decisione di loro gradimento?»

Arya fissò Falberd finché l'uomo non vacillò sotto il suo sguardo penetrante, poi inarcò un sopracciglio. «Non posso parlare a nome della mia regina, ma personalmente non trovo nulla da obiettare. Nasuada ha la mia benedizione.» Come avrebbe potuto reagire altrimenti, sapendo quanto le abbiamo detto? pensò Eragon con amarezza. Ci hanno messi con le spalle al muro.

Il commento di Arya venne accolto dal consiglio con palese compiacimento. Nasuada la ringraziò, e chiese a Jòrmundur: «C'è qualcos'altro di cui dobbiamo discutere? Perché sono molto stanca.»

Jòrmundur scosse la testa. «Ci occuperemo noi dei preparativi. Ti prometto che non ti disturberemo fino ai funerali.» «Vi ringrazio ancora tutti. Ma adesso, volete lasciarmi, per cortesia? Ho bisogno di tempo per decidere come meglio onorare mio padre e servire i Varden. Mi avete dato molto su cui riflettere.» Nasuada distese le dita delicate sul nero tessuto del grembo.

Umérth aprì la bocca per protestare davanti a quell'improvviso congedo, ma Falberd gli fece cenno con la mano di tacere. «Ma certo, qualsiasi cosa ti dia sollievo. Se hai bisogno di aiuto, noi siamo pronti e desiderosi di servirti.» Indicando agli altri di seguirlo, passò davanti ad Arya per imboccare la porta.

«Eragon, te ne prego, resta.»

Sconcertato, il giovane tornò a sedersi, ignorando gli sguardi allarmati dei consiglieri. Falberd indugiò sulla soglia, colto da un'improvvisa riluttanza, poi lentamente s'incamminò. Arya fu l'ultima ad andarsene. Prima di chiudersi la porta alle spalle, guardò Eragon con occhi che esprimevano tutta l'ansia e il timore che prima aveva nascosto. Nasuada era seduta con le spalle parzialmente rivolte a Eragon e Saphira. «E così ci incontriamo ancora, Cavaliere. Non mi hai salutata. Ti ho offeso in qualche modo?»

«Assolutamente no, Nasuada. Ero riluttante a parlare per timore di suonare scortese o banale. La attuali circostanze non permettono dichiarazioni affrettate.» Non riusciva a liberarsi dall'ossessione che qualcuno spiasse la loro conversazione. Superando le barriere mentali, fece ricorso alla magia e intonò: «Atra nosu waise vardo fra eld hórnya... Ecco, ora possiamo parlare senza tema di essere uditi da uomo, nano o elfo.»

L'atteggiamento di Nasuada si addolcì. «Grazie, Eragon. Non sai che regalo mi hai fatto.» La sua voce risuonò più forte e risoluta di prima.

Saphira si mosse dietro la sedia di Eragon per avvicinarsi con cautela alla tavola rotonda e prendere posto davanti a Nasuada. Abbassò la grande testa finché un occhio di zaffiro non incontrò quelli neri di Nasuada. La dragonessa la fissò per un minuto intero, prima di sbuffare dolcemente e rialzarsi. Dille, comunicò Saphira, che soffro per lei e la sua perdita. E che la sua forza dovrà diventare quella dei Varden quando indosserà il mantello di Ajihad. Hanno bisogno di una solida guida.

Eragon ripetè le parole, aggiungendo di suo: «Ajihad era un grand'uomo... il suo nome verrà ricordato per sempre. C'è una cosa che devo dirti. Prima di morire, Ajihad mi ha incaricato, mi ha ordinato di impedire ai Varden di precipitare nel caos. Sono state le sue ultime parole. Anche Arya le ha udite.

«Volevo serbarle segrete per via delle implicazioni, ma tu hai il diritto di conoscerle. Non sono sicuro di cosa intendesse dire Ajihad, né riesco a comprendere cosa volesse esattamente, ma sono certo di questo: difenderò sempre i Varden con tutti i miei poteri. Voglio che tu lo sappia, e che capisca che non ho alcuna intenzione di usurpare il comando dei Varden.»

Nasuada rise appena. «Ma quel comando non sarà davvero mio, non è così?» Bandita ogni riserva, la giovane conservava soltanto un contegno dignitoso e un'espressione ferma. «So perché sei qui davanti a me e cosa il consiglio sta cercando di fare. Credi forse che nel corso degli anni in cui ho servito mio padre non abbiamo mai pensato a questa eventualità? Io mi aspettavo dal consiglio esattamente quello che ha fatto. E adesso tutto è pronto perché io prenda il comando dei Varden.»

«Quindi non permetterai che ti controllino?» fece Eragon, stupito.

«No. Continua a tenere segrete le istruzioni di Ajihad.

Sarebbe poco saggio divulgarle poiché il popolo potrebbe considerarlo un tentativo da parte tua di prendere il suo posto; sarebbe dannoso per la mia autorità e destabilizzante per i Varden. Ha detto ciò che pensava di dover dire per proteggere i Varden. Io avrei fatto lo stesso. L'opera di mio padre...» Esitò per un istante. «L'opera di mio padre non resterà incompiuta, dovesse costarmi la vita. Ed è questo che voglio che tu capisca, come Cavaliere. Tutti i progetti di Ajihad, le sue strategie, i suoi scopi, adesso sono miei. Non lo tradirò mostrandomi debole. L'Impero sarà sconfitto, Galbatorix sarà deposto, e un giusto governo sarà insediato.»

Pronunciata che ebbe l'ultima parola, una grossa lacrima le rotolò lungo la guancia. Eragon la guardava ammirato, consapevole della difficoltà della sua posizione e testimone di uno spessore di carattere che non le aveva riconosciuto in precedenza. «Cosa ne sarà di me, Nasuada? Cosa dovrei fare tra i Varden?»

Lei lo guardò dritto negli occhi. «Puoi fare ciò che vuoi. I membri del consiglio sono degli sciocchi se pensano di poterti controllare. Tu sei un eroe per i Varden e per i nani, e perfino gli elfi acclameranno la tua vittoria su Durza, quando lo sapranno. Se tu volessi opporti a me o al consiglio, saremmo costretti ad assecondarti, poiché il popolo ti sosterrebbe in massa. In questo preciso momento, tu sei la persona più potente fra i Varden. Ma se accetterai che sia io a comandare, proseguirò il cammino tracciato da Ajihad: andrai con Arya dagli elfi, dove verrai istruito, e poi tornerai dai Varden.»

Perché è tanto sincera con noi? si domandò Eragon. Se ha ragione, avremmo potuto rifiutarci di assecondare le richieste del consiglio?

Saphira impiegò qualche istante per rispondere. In entrambi i casi, ormai è troppo tardi. Hai già acconsentito, io credo che Nasuada sia sincera perché è il tuo incantesimo che glielo consente, e perché spera di conquistarsi la nostra lealtà. Eragon fu colto da un'idea improvvisa, ma prima di esprimerla fece un'altra domanda. Possiamo fidarci di lei? Terrà fede a quanto ha detto? È molto importante.

Sì, rispose Saphira convinta. Ha parlato col cuore.

A quel punto Eragon spiegò le sue intenzioni a Saphira, che accondiscese, poi estrasse Zar'roc e si avvicinò a Nasuada. Il volto della donna fu attraversato da un lampo di timore; il suo sguardo guizzò verso la porta; la sua mano s'infilò lesta in una piega del vestito per stringere qualcosa. Eragon si fermò dinnanzi a lei e s'inginocchiò, con Zar'roc adagiata sulle mani tese.

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