Volodyk - Paolini2-Eldest

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Volodyk - Paolini2-Eldest краткое содержание

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Lasciandosi sfuggire un gemito, si volse e scese lungo il pendio per tornare sulla strada maestra. L'angoscia di quel momento riecheggiava ancora dentro di lui: aver perso tutti coloro che amava era un evento sconvolgente da cui non si sarebbe mai ripreso e che aveva alterato ogni aspetto del suo comportamento e del suo modo di pensare. Si era visto costretto a riflettere molto più di quanto non fosse abituato a fare. Era come se fino ad allora avesse avuto la mente fasciata di bende; bende che gli erano state strappate via di colpo, dandogli modo di contemplare certe idee inimmaginabili solo qualche tempo prima. Come il fatto che forse non sarebbe mai diventato un agricoltore, o che la giustizia - tanto decantata nelle ballate e nelle leggende - aveva ben poco spazio nella realtà. A volte si sentiva talmente oppresso da questi pensieri da non riuscire quasi ad alzarsi dal letto la mattina, tanto erano penosi. Imboccata la strada maestra, si diresse a nord, percorrendo la Valle Palancar per tornare a Carvahall. Le montagne frastagliate che svettavano su entrambi i lati erano coperte di neve, malgrado il verde primaverile avesse già cominciato a insinuarsi nella valle durante le ultime settimane. Nel cielo, una solitària nube grigia avanzava verso i picchi. Roran si passò una mano sul mento, coperto da una barba sottile. Eragon è stato la causa di tutto questo - lui e la sua maledetta curiosità - quando ha raccolto quella pietra sulla Grande Dorsale. Gli ci erano volute settimane per arrivare a quella conclusione. Aveva ascoltato i racconti della gente.

Più e più volte aveva chiesto a Gertrude, la guaritrice del paese, di leggergli ad alta voce la lettera che Brom gli aveva lasciato. Non c'erano altre spiegazioni. Qualunque cosa fosse, dev'essere stata quella pietra ad attirare gli stranieri. Per questo riteneva Eragon responsabile della morte di Garrow, pur senza provare rancore; sapeva che Eragon non aveva agito con l'intenzione di fare del male. No, ciò che più lo faceva infuriare era il fatto che Eragon avesse lasciato Garrow senza sepoltura e che fosse fuggito dalla Valle Palancar, abbandonando le sue responsabilità per seguire un vecchio cantastorie in un viaggio assurdo. Come ha potuto avere così poco rispetto per coloro che lasciava? È fuggito perché si sentiva in colpa? Perché aveva paura? Brom lo ha convinto parlandogli di chissà quali fantastiche avventure? E perché Eragon gli ha prestato ascolto in un momento del genere?... Non sapeva nemmeno se Eragon era vivo o morto. Roran si accigliò e scrollò le spalle, cercando di schiarirsi la mente. La lettera di Brom... bah! Non aveva mai sentito una più sconclusionata sequela di insinuazioni e ammonimenti. L'unica cosa che risultava chiara era il consiglio di evitare gli stranieri, ma per quello bastava un po' di buon senso. Il vecchio era un pazzo, decise.

Con la coda dell'occhio colse un movimento, si volse e vide un branco di dodici cervi - tra cui un giovane maschio dalle corna vellutate - che trottava verso gli alberi. Annotò mentalmente il luogo per poterlo ritrovare l'indomani. Era fiero di saper cacciare abbastanza bene da contribuire al sostentamento della famiglia di Horst, di cui era ospite, anche se non era mai stato bravo quanto Eragon.

Mentre camminava, continuava a mettere ordine nei propri pensieri. Dopo la morte di Garrow, Roran aveva lasciato il suo lavoro al mulino di Dempton a Therinsford per tornare a Carvahall. Horst lo aveva accolto in casa propria e, nei mesi successivi, gli aveva procurato un lavoro nella fucina. Il dolore del lutto aveva ritardato le decisioni di Roran circa il suo futuro fino a due giorni prima, quando aveva stabilito una linea d'azione.

Voleva sposare Katrina, la figlia del macellaio. La ragione per cui all'inizio era andato a Therinsford era stata quella di guadagnare abbastanza da garantire un sereno inizio alla loro vita insieme. Ma adesso, senza più casa, senza più fattoria, e mezzi per sostenerla, Roran non poteva in tutta coscienza chiedere la mano di Katrina. Era il suo orgoglio a impedirglielo. E comunque non pensava che Sloan, il padre della ragazza, avrebbe mai accettato un pretendente dalle prospettive così misere. Anche nella più rosea delle ipotesi, Roran si era aspettato di dover faticare per convincere Sloan a concedergli Katrina: i due non erano mai stati in buoni rapporti. Ed era praticamente impossibile per Roran sposare Katrina senza il consenso del padre, se non volevano dividere la famiglia, provocare il villaggio sfidando le tradizioni e, con ogni probabilità, ingaggiare una faida sanguinosa con Sloan.

Tutto considerato, Roran riteneva che la sua unica opportunità era quella di rimettere in piedi la fattoria, avesse dovuto ricostruire la casa e il fienile lui stesso. Sarebbe stata un'impresa ardua, dovendo partire da zero, ma una volta consolidata la sua posizione, avrebbe potuto affrontare Sloan a testa alta. La prossima primavera potrò andargli a parlare, pensò Roran con un sorriso mesto.

Sapeva che Katrina avrebbe aspettato... almeno per qualche tempo.

Continuò di buon passo fino a sera, quando arrivò in vista del villaggio. Nella piccola cerchia di umili dimore, sventolavano i panni stesi ad asciugare da una finestra all'altra. Gli uomini tornavano a casa dai campi verdeggianti di grano. Sullo sfondo, le Cascate di Igualda, alte mezzo miglio, scintillavano al tramonto precipitando dalla Grande Dorsale nell'Anora. La visione confortò Roran con la sua normalità. Niente era più rassicurante di vedere che tutto era come doveva essere.

Lasciò la strada maestra e risalì il pendio in cima al quale si trovava la casa di Horst, affacciata sulla Grande Dorsale. La porta era già aperta. Roran entrò e seguì le voci che conversavano fino in cucina.

Al tavolo di legno grezzo, addossato a una parete della stanza, c'erano Horst, con le maniche arrotolate fino ai gomiti, e sua moglie Elain, incinta di cinque mesi e sorridente; di fronte erano seduti Albriech e Baldor, i loro figli. Quando Roran entrò, Albriech stava dicendo: «... e non mi ero mosso dalla fucina! Thane giura di avermi visto, ma io ero dall'altra parte del villaggio.»

«Che succede?» domandò Roran, sfilandosi lo zaino dalle spalle.

Elain scambiò un'occhiata con Horst. «Ti porto qualcosa da mangiare» disse, e gli andò a prendere del pane e un piatto di manzo freddo. Poi lo guardò negli occhi, come in cerca di una particolare espressione. «Com'è andata?» Roran si strinse nelle spalle. «Tutto il legno è bruciato o marcito... non si può riutilizzare niente. Ma almeno il pozzo è rimasto intatto, qualcosa di cui dovrei rallegrarmi, suppongo. Dovrò tagliare legna per la casa il più presto possibile se voglio avere un tetto sulla testa per la stagione della semina. Ma ditemi. Cosa è successo?»

«Ha!» fece Horst. «Una disputa bell'e buona, ecco cosa. Thane dice che gli manca una falce e che pensa l'abbia presa Albriech.»

«Probabilmente l'ha lasciata nel campo e si è dimenticato dove» sbuffò Albriech.

«Già» convenne Horst sorridendo.

Roran addentò il pane. «Ma che senso ha accusarti? Se ti serviva una falce, ti bastava forgiarne una.» «Lo so» disse Albriech, appoggiandosi allo schienale, «ma invece di cercarla, ha cominciato a borbottare di aver visto qualcuno che si allontanava dal suo campo, qualcuno che mi somigliava... e siccome nessuno mi assomiglia, ha concluso che devo essere stato io.»

Era vero che nessuno gli assomigliava. Albriech aveva ereditato la corporatura massiccia del padre e i capelli biondo miele della madre, il che lo rendeva una rarità a Carvahall, dove il castano era il colore predominante. In contrasto, Baldor era più magro e aveva i capelli scuri.

«Sono sicuro che salterà fuori» disse Baldor con voce sommessa. «Nel frattempo, cerca di non prendertela troppo.» «È facile dirlo per te.»

Mentre Roran finiva il pane e attaccava il manzo, chiese a Horst: «Hai bisogno di me domani?»

«Non credo. Devo lavorare al carro di Quimby. Quel maledetto coso non ne vuol sapere di stare dritto.» Roran annuì compiaciuto. «Bene. Allora mi prendo la giornata per andare a caccia. Ho visto un piccolo branco di cervi giù nella valle, che mi sembrano abbastanza in carne. Almeno non gli si contavano le costole.»

Baldor s'illuminò di colpo. «Ti serve compagnia?»

«Certo. Partiamo all'alba.»

Terminata la cena, Roran si lavò il viso e le mani, e uscì per schiarirsi le idee. Sulla soglia si stiracchiò e poi si avviò verso il centro del paese.

A metà strada, un brusìo di voci eccitate davanti ai Sette Covoni attirò la sua attenzione. Si volse, incuriosito, e si diresse alla taverna, dove lo aspettava un insolito spettacolo. Seduto sotto il portico c'era un uomo di mezz'età che indossava un soprabito di pelli cucite. Accanto a lui c'era uno zaino festonato dalle ganasce d'acciaio delle tagliole da cacciatore. C'erano decine di persone del villaggio che ascoltavano mentre l'uomo gesticolava eccitato e diceva: «Così quando sono arrivato a Therinsford, sono andato da questo Neil, un brav'uomo. Lo aiuto nei campi in primavera e d'estate.»

Roran annuì. I cacciatori di pellicce trascorrevano l'inverno fra le montagne, tornando in primavera per vendere le pelli ai conciatori come Gedric e lavorare come braccianti per i contadini. Poiché Carvahall era il villaggio più a nord della Grande Dorsale, molti cacciatori vi passavano: una delle ragioni per cui Carvahall aveva una sua taverna, un fabbro e un conciatore.

«Dopo qualche boccale di birra - per lubrificarmi la lingua, sapete, visto che non spiccicavo parola da sei mesi, se non per mandare al diavolo il mondo e il resto dell'universo quando perdevo una preda - sono andato da Neil, con la barba ancora bagnata di schiuma, e abbiamo cominciato a scambiare quattro chiacchiere. Gli faccio qualche domanda innocente, tanto per dire, tipo che si dice dell'Impero e del re - che possa marcire - e se è nato o morto o è stato bandito qualcuno che dovrei sapere. E Neil che fa? Si sporge verso di me tutto serio e mi racconta che da Dras-Leona e da Gil'ead sono giunte voci di strani accadimenti in tutta Alagaésia. Gli Urgali sono praticamente scomparsi dai territori civilizzati, evviva, ma nessuno sa dire perché o che fine hanno fatto. I commerci dell'Impero languiscono in seguito a una serie di razzìe e attacchi, ma da quanto ho sentito non è opera di semplici briganti, perché gli attacchi sono troppo diffusi e organizzati. Non rubano niente, si limitano a bruciare e a distruggere. Ma non è tutto, oh no, non finisce qui, per i baffi di quella santa donna di vostra nonna!»

Il cacciatore scosse la testa e bevve un sorso dall'otre di vino che portava a tracolla prima di proseguire: «Si parla di uno Spettro che vaga per i territori del nord. È stato avvistato ai margini della Du Weldenvarden e nei pressi di Gil'ead. Dicono che abbia i denti aguzzi e gli occhi rossi come il vino, e i capelli cremisi come il sangue che beve. E quel che è peggio, pare che qualcosa abbia fatto infuriare quel pazzo del nostro buon monarca. Cinque giorni fa, un giocoliere proveniente dal sud ha fatto tappa a Therinsford durante il suo viaggio solitario verso Ceunon, e ha detto di aver visto che le truppe venivano radunate e spostate, anche se non sapeva perché.» Si strinse nelle spalle. «Come mi ha insegnato il mio vecchio fin da quando ero un poppante, non c'è fumo senza arrosto. Forse sono i Varden. Nel corso degli anni hanno dato non poche gatte da pelare al nostro vecchio Ossadiferro. O forse Galbatorix ha finalmente deciso che non intende più tollerare il Surda. Almeno sa dove si trova, al contrario dei ribelli. Schiaccerà il Surda come un orso schiaccia una formica, date retta a me.» Roran si accigliò, mentre intorno al dell'avvistamento di uno Spettro - suonava troppo come una panzana da boscaiolo ubriaco - ma il resto gli sembrava abbastanza brutto da essere vero. Il Surda... Ben poche informazioni su quel paese distante raggiungevano Carvahall, ma Roran se non altro sapeva che, pur essendoci una pace apparente fra il Surda e l'Impero, i surdani vivevano nella paura costante che il loro più potente vicino del nord li invadesse. Per questa ragione si diceva che Orrin, il loro re, sostenesse i Varden.

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