Volodyk - Paolini2-Eldest
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«Nasuada, Saphira e io siamo qui da poco. Ma in questo periodo abbiamo imparato a rispettare Ajihad e, adesso, anche te. Hai combattuto nel Farthen Dùr quando altri fuggivano, comprese le due donne del consiglio, e ci hai trattati con onestà, senza ricorrere a infidi raggiri. Per questo ti offro la mia spada... e la mia fedeltà come Cavaliere.» Eragon pronunciò il suo giuramento con assoluta determinazione, sapendo che non lo avrebbe mai fatto prima della battaglia. Ma assistere alla morte di così tanti uomini intorno a sé aveva cambiato il suo modo di vedere le cose. Resistere all'Impero non era più qualcosa che faceva per se stesso, ma per i Varden e per tutti i popoli ancora schiacciati dalla tirannia di Galbatorix. Non importava quanto ci sarebbe voluto; si sarebbe dedicato con ogni fibra del suo essere a quella missione. Per il momento, la cosa migliore che poteva fare era servire la causa dei Varden. Tuttavia lui e Saphira stavano correndo un terribile rischio a impegnarsi con Nasuada. Il consiglio non avrebbe potuto obiettare, poiché Eragon aveva promesso soltanto di giurare fedeltà, ma non a chi. D'altro canto, lui e Saphira non potevano avere la certezza che Nasuada sarebbe stata un buon capo. È meglio giurare fedeltà a uno stolido onesto che a un saggio menzognero, si disse Eragon.
Nasuada non nascose la sua sorpresa. Impugnò l'elsa di Zar'roc e la sollevò, ammirandone la lama cremisi, poi ne posò la punta sulla testa di Eragon. «Accetto con onore la tua fedeltà, Cavaliere, come tu accetti tutte le responsabilità derivanti dal tuo rango. Alzati come mio vassallo, e riprendi la tua spada.»
Eragon fece come gli era stato detto. «Ora che sei la mia signora, posso rivelarti che il consiglio mi ha fatto promettere di giurare fedeltà ai Varden, una volta che tu fossi stata designata. Questo è l'unico modo in cui Saphira e io possiamo raggirarli.»
Nasuada rise di cuore. «Ah, vedo che hai già imparato a giocare il nostro gioco. Bene. Come mio nuovo e unico vassallo, acconsenti a giurarmi di nuovo la tua fedeltà... questa volta in pubblico, quando il consiglio si aspetterà il tuo impegno?»
«Ma certo.»
«Bene, così il consiglio sarà servito come merita. Adesso potete andare. Mi occorre tempo per pianificare, e devo prepararmi per i funerali... Ricorda, Eragon, il legame che abbiamo appena stretto ci vincola in pari misura: io sono responsabile delle tue azioni così come tu hai il dovere di servirmi. Non disonorarmi.»
«Così sia per entrambi.»
Nasuada fece una breve pausa, poi lo guardò negli occhi e addolcì il tono. «Ti porgo le mie condoglianze, Eragon. Mi rendo conto che altri, oltre a me, hanno motivo di cordoglio. Io ho perso mio padre, mentre tu hai perso un amico. Mi piaceva molto Murtagh, e mi rattrista il fatto che sia morto... Ora ti saluto.»
Eragon annuì, e lasciò la sala con l'amaro in bocca. Una volta uscito nell'ampio e deserto corridòio di pietra grigia, si fermò, le mani sui fianchi, gettò indietro la testa ed esalò un lungo sospiro. La giornata era appena iniziata, e già si sentiva esausto per tutte le emozioni che aveva provato.
Saphira lo spronò con il muso e gli disse: Da questa parte. Senza altre spiegazioni, la dragonessa imboccò il tunnel a destra, con le unghie lucide che ticchettavano sul duro pavimento.
Eragon aggrottò la fronte, ma la seguì. Dove stiamo andando? Nessuna risposta. Saphira, allora? Lei si limitò a un guizzo di coda. Rassegnato all'attesa, Eragon mutò registro. Le cose cambiano così in fretta per noi. Non so mai cosa aspettarmi da un giorno all'altro... tranne che dolore e spargimento di sangue.
Non va così male, ribattè lei. Possiamo vantare una grande vittoria. Dovremmo celebrarla, non rammaricarcene. Scusa, ma non mi sento di condividere la tua euforia.
La dragonessa sbuffò seccata. Una sottile lingua di fuoco le scaturì dalle narici, scottando la spalla di Eragon. Il giovane fece un salto indietro con uno strillo di sorpresa, mordendosi le labbra per non lasciarsi andare a una sfilza di imprecazioni. Oops, disse Saphira, scuotendo la testa per dissipare il fumo.
Oops? Per poco non mi mandavi arrosto!
Non volevo. Continuo a dimenticare che il fuoco esce da solo se non sto attenta. Immagina che ogni volta che alzi la mano ti parta un fulmine. Sarebbe facile fare un movimento distratto e distruggere qualcosa senza volerlo. Hai ragione... Scusa se me la sono presa.
Le sue palpebre coriacee schioccarono quando gli fece l'occhiolino. Non fa niente. Il punto dove volevo arrivare è che nemmeno Nasuada può costringerti a fare qualcosa.
Ma le ho dato la mia parola di Cavaliere!
Può darsi, ma se dovessi infrangerla per salvarti, o per fare la cosa giusta, io non esiterei. È un fardello che so di poter sopportare. Poiché sono legata a te, il mio onore è insito nel tuo giuramento, ma come individuo non sono vincolata. Se necessario, potrei rapirti. In questo modo, qualunque atto di disobbedienza non sarebbe colpa tua. Non si arriverà mai a questo. Se fossimo costretti a ricorrere a simili trucchi, vorrebbe dire che Nasuada e i Varden hanno perso la loro integrità. Saphira si fermò. Erano giunti davanti all'arco intarsiato della biblioteca di Tronjheim. L'ampia sala silenziosa sembrava deserta, ma le file di alti scaffali intervallati da colonne potevano nascondere molte persone. Le lanterne spandevano una morbida luce sulle pareti tappezzate di pergamene, illuminando le nicchie destinate alla consultazione. Facendosi strada fra gli scaffali, Saphira lo condusse a una nicchia dov'era seduta Arya. Eragon si fermò a studiarla. Sembrava più agitata di quanto l'avesse mai vista, anche se lo manifestava soltanto con una lieve tensione nei movimenti. Al contrario di poco prima, portava la spada dalla squisita impugnatura a croce, una mano appoggiata sull'elsa.
Eragon si sedette dall'altra parte del tavolo di marmo. Saphira prese posto tra di loro, dove nessuno poteva sfuggire al suo sguardo. «Cos'hai fatto?» esclamò Arya con inattesa ostilità. «Che cosa vuoi dire?» Lei sollevò il mento. «Cos'hai promesso ai Varden? Cos'hai fatto?»
L'ultima frase raggiunse Eragon anche mentalmente, chiaro indice di quanto l'elfa fosse vicina a perdere il controllo. Provò una punta di timore. «Abbiamo fatto quel che dovevamo. Non conosco le usanze degli elfi, e se le nostre azioni ti hanno arrecato offesa, chiedo scusa. Non c'è motivo di essere arrabbiata.»
«Stupido! Non sai niente di me. Ho trascorso qui sette decenni in rappresentanza della mia regina, e per quindici anni ho portato l'uovo di Saphira avanti e indietro fra i Varden e gli elfi. Per tutto questo tempo mi sono battuta per assicurare ai Varden una guida forte e saggia, in grado di resistere a Galbatorix e rispettare i nostri desideri. Brom mi ha aiutata elaborando l'accordo che riguardava il nuovo Cavaliere... te. Ajihad si impegnò affinchè tu restassi indipendente, per non alterare l'equilibrio dei poteri. E ora ti vedo schierarti, volente o nolente, con il Consiglio degli Anziani che intende controllare Nasuada! Hai distrutto una vita di lavoro! Cos'hai fatto?»
Sgomento, Eragon si affrettò a spiegarle, in modo chiaro e conciso, il motivo per cui aveva accettato le richieste del consiglio e il modo in cui lui e Saphira avevano cercato di aggirarle.
Quando ebbe finito, Arya disse: «È così?»
«È così.» Settant'anni. Pur sapendo che la vita di un elfo era straordinariamente lunga, non aveva mai sospettato che lei fosse tanto vecchia, dato che aveva l'aspetto di una ventenne. L'unico indizio che tradiva la vetustà sul suo volto privo di rughe erano gli occhi smeraldini: profondi, saggi e, molto spesso, solenni.
Arya si appoggiò allo schienale, studiandolo a fondo. «La tua posizione non è quella che desideravo, ma è meglio di quanto sperassi. Sono stata scortese; Saphira... e tu... comprendete molto più cose di quanto pensassi. Gli elfi accetteranno il tuo compromesso, ma tu non dovrai mai dimenticare di esserci debitore per Saphira. Non esisterebbero Cavalieri senza i nostri sacrifici.»
«Il debito è impresso a fuoco nel mio sangue e nel mio
palmo» disse Eragon. Nel silenzio che seguì, il giovane si affannò a cercare un altro argomento, avido di prolungare la conversazione e magari di apprendere qualcosa di più sul suo conto. «Sei stata lontana per così tanto tempo... Ti manca Ellesméra? Oppure vivi da qualche altra parte?»
«Ellesméra era e sarà sempre la mia patria» rispose lei, con lo sguardo perso oltre le spalle di lui. «Non vivo nella mia casa natale da quando sono partita per unirmi ai Varden, quando le mura e le finestre sfoggiavano i primi boccioli di primavera. Le volte che sono tornata sono state soltanto fugaci passaggi, minuscoli brandelli di memoria, secondo i nostri criteri di misura.»
Eragon notò, ancora una volta, che l'elfa odorava di aghi di pino. Era un profumo evanescente eppure acuto, che gli acuiva i sensi e gli rinfrescava la mente. «Dev'essere difficile vivere fra tutti questi umani e nani, senza nessuno della tua specie.»
Lei inclinò la testa da un lato. «Parli degli umani come se tu non ne facessi parte.»
«Forse...» esitò lui, «forse sono qualcos'altro... un misto di due razze. Saphira vive dentro di me, così come io vivo in lei. Condividiamo sentimenti, sensazioni, pensieri, a tal punto che spesso siamo una sola mente, invece che due.» Saphira abbassò la testa per manifestare il suo accordo, rischiando di ribaltare il tavolo con il muso. «È come dovrebbe essere» osservò Arya. «Un patto più antico e potente di quanto tu possa immaginare vi unisce. Non potrai comprendere appieno cosa significa essere un Cavaliere finché non avrai completato il tuo addestramento. Ma per questo occorrerà aspettare fino alle esequie. Nel frattempo, che le stelle ti proteggano.»
Arya si alzò e si allontanò inghiottita dalle ombre della biblioteca. Eragon sbattè le palpebre. Sono io, oppure oggi hanno tutti i nervi a fior di pelle? Guarda Arya... un momento prima è su tutte le furie, un momento dopo mi da la sua benedizione!
Nessuno si sentirà a proprio agio finché le cose non torneranno alla normalità.
Se riesci a spiegarmi che cosa vuol dire normalità...
RORAN
Roran arrancava su per la collina. Sostò e socchiuse gli occhi contro il riverbero del sole, sotto la frangia di capelli ispidi. Ancora cinque ore al tramonto. Non potrò restare a lungo. Con un sospiro, riprese il cammino lungo il filare di olmi, che svettavano da zolle d'erba incolta.
Era la sua prima visita alla fattoria da quando lui, Horst e altri sei uomini di Carvahall avevano raccolto le poche cose che si erano salvate dalla casa distrutta e dal fienile bruciato. Aveva lasciato passare ben cinque mesi prima di trovare la forza di tornare.
Raggiunta la cima del colle, Roran si fermò e incrociò le braccia. Davanti a lui giacevano le rovine della sua casa natale. Un angolo della casa restava in piedi, diroccato e annerito, ma il resto era disseminato sul terreno, già ricoperto da un folto tappeto di erbacce. Del fienile non restava più nulla. I pochi acri che ogni anno riuscivano a coltivare erano stati invasi da piante di tarassaco, senape selvatica e altre erbe infestanti. Qualche rapa o barbabietola era sopravvissuta, ma non altro. Poco oltre la fattoria, una folta cinta di alberi oscurava il fiume Anora.
Roran serrò i pugni, i muscoli della mascella contratti nello sforzo di reprimere il misto di rabbia e di angoscia che provava. Rimase immobile per lunghi minuti, rabbrividendo ogni volta che gli sovveniva un ricordo piacevole. Quel luogo rappresentava tutta la sua vita, e anche di più. Era il suo passato... e il suo futuro. Suo padre, Garrow, una volta gli aveva detto: "La terra è qualcosa di speciale. Abbi cura di lei, e lei si prenderà cura di te. Non ci sono molte altre cose che lo fanno." Roran aveva avuto intenzione di seguire alla lettera quel saggio consiglio, fino al momento in cui un breve messaggio di Baldor aveva sconvolto il suo mondo.
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