Volodyk - Paolini3-Brisingr
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Poi dalle file di tende cominciarono a farsi avanti gli ex abitanti del villaggio di Carvahall. Eragon smontò da Saphira e camminò fra gli amici e i conoscenti della sua giovinezza, scambiando strette di mano e pacche sulle spalle e ridendo alle battute, incomprensibili per chiunque non fosse cresciuto dalle parti di Carvahall. C'era anche Horst, il fabbro. Eragon gli strinse l'avambraccio abbronzato. «Bentornato, Eragon. Complimenti. Ti siamo debitori per aver distrutto i mostri che ci hanno costretti a lasciare le nostre case. Sono contento di vederti ancora tutto intero.»
«I Ra'zac avrebbero dovuto essere molto più svelti per riuscire a portarmi via anche un solo pezzo!» rise Eragon. Poi lo salutarono i figli di Horst, Albriech e Baldor; Loring il calzolaio con i suoi tre figli; Tara e Morn, proprietari della locanda di Carvahall; Fisk; Felda; Calitha; Delwin e Lenna; e infine Brigit dallo sguardo feroce, che gli disse: «Ti ringrazio, Eragon figlio di Nessuno. Ti ringrazio per aver inflitto la giusta punizione alle creature che hanno mangiato mio marito. Il mio cuore ti appartiene, ora e per sempre.»
Prima che Eragon avesse modo di rispondere, la folla li divise. Figlio di Nessuno? pensò. Ha! Ce l'ho un padre, e lo odiano tutti.
Poi, con sommo piacere, vide Roran farsi strada a spintoni tra la folla, con Katrina al fianco. Lui e Roran si abbracciarono, poi il cugino borbottò: «È stata una vera pazzia restare nell'Helgrind. Dovrei prenderti a calci nel sedere per averci abbandonati in quel modo. La prossima volta avvertimi quando decidi di andartene a zonzo da solo. Sta diventando un'abitudine. E avresti dovuto vedere come ha sofferto Saphira durante il volo di ritorno.»
Eragon posò una mano su una zampa di Saphira e disse: «Mi dispiace se non ho potuto dirti prima che sarei rimasto, ma non l'ho saputo nemmeno io fino all'ultimo momento.»
«E quale sarebbe il motivo preciso che ti ha trattenuto in quelle grotte malefiche?»
«C'era una cosa che dovevo scoprire.»
Roran s'incupì a quella risposta stringata, e per un istante Eragon temette che avrebbe insistito per avere altre spiegazioni, ma poi disse: «Be', che speranze ha un uomo qualunque come me di comprendere i modi e le ragioni di un Cavaliere dei Draghi, anche se è mio cugino? L'unica cosa che conta è che mi hai aiutato a liberare Katrina e adesso sei qui, sano e salvo.» Tese il collo, come se stesse cercando qualcosa in groppa a Saphira, poi guardò Arya, a diversi metri di distanza da loro, e disse: «Hai perso il mio bastone? Ho attraversato tutta Alagaësia con quel bastone, e tu sei riuscito a perderlo nel giro di un paio di giorni?»
«L'ho dato a un uomo che ne aveva più bisogno di me» rispose Eragon.
«Oh, smettila di punzecchiarlo» disse Katrina a Roran, e dopo un attimo di esitazione abbracciò Eragon. «È molto contento di vederti, lo sai. È solo che non riesce a trovare le parole per dirlo.»
Con un sorriso imbarazzato, Roran disse: «Ha ragione. Come sempre quando parla di me.» I due si scambiarono uno sguardo colmo d'amore.
Eragon studiò Katrina con attenzione. I capelli ramati avevano riacquistato l'antico splendore e i segni lasciati dai patimenti che aveva sofferto erano scomparsi, anche se la ragazza era sempre più magra e pallida del normale.
Avvicinandosi ancora di più, perché nessuno dei Varden lì intorno la sentisse, Katrina mormorò: «Non avrei mai pensato di doverti tanto, Eragon. Che noi ti dovessimo tanto. Da quando Saphira ci ha portati qui, ho capito che cosa hai rischiato per salvarmi, e te ne sono riconoscente. Se fossi rimasta anche solo un'altra settimana nell'Helgrind sarei morta, o impazzita, che è come morire continuando a vivere. Per avermi salvata da quel destino, e per aver guarito la spalla di Roran, ti ringrazio, ma avrai la mia eterna gratitudine soprattutto per averci riuniti. Se non fosse stato per te, non ci saremmo mai più ritrovati.»
«Sono convinto che in qualche modo Roran sarebbe riuscito a portarti fuori dall'Helgrind, anche senza di me» osservò Eragon. «Sa essere molto persuasivo quando è arrabbiato. Avrebbe convinto un altro mago ad aiutarlo... magari Angela l'erborista... e sarebbe comunque riuscito nel suo intento.»
«Angela l'erborista?» esclamò Roran. «Quella lingualunga non sarebbe mai stata capace di battere i Ra'zac.»
«Oh, rimarresti sorpreso dalle sue capacità. È molto più abile di quanto sembra... o di quanto non dica.» Poi Eragon si azzardò a fare una cosa che non avrebbe mai fatto quando viveva nella Valle Palancar, ma che adesso, in qualità di Cavaliere dei Draghi, gli parve appropriata: baciò sulla fronte Katrina e poi Roran, e disse: «Roran, tu per me sei come un fratello. Katrina, tu sei come una sorella. Se vi dovesse mai accadere qualcosa, chiamatemi, e che abbiate bisogno di Eragon il Contadino o di Eragon il Cavaliere, io sarò a vostra disposizione.»
«Lo stesso vale per noi» disse Roran. «Se mai dovessi cacciarti nei guai, chiamaci, e noi correremo in tuo aiuto.»
Eragon annuì, ma si trattenne dal commentare che i guai in cui era solito cacciarsi non erano del genere che uno dei due avrebbe potuto risolvere. Posò le mani sulle spalle di entrambi e disse: «Che possiate vivere a lungo, felici, e stare insieme per sempre, e che possiate avere molti bambini.» Il sorriso di Katrina vacillò per un istante, ed Eragon si domandò come mai.
Su insistenza di Saphira, ricominciarono a camminare verso il padiglione rosso di Nasuada al centro dell'accampamento. Accompagnati dal corteo di Varden esultanti, arrivarono davanti all'ingresso dove Nasuada li aspettava, con re Orrin alla sua sinistra e decine di nobili e funzionari radunati dietro una doppia fila di guardie schierate ai lati.
Nasuada indossava una lunga veste di seta verde che scintillava al sole come le piume sul petto di un colibrì, in netto contrasto con la pelle scura. Le maniche del vestito, lunghe fino al gomito, avevano un orlo di merletto. Da quel punto in poi, fino ai polsi sottili, le braccia erano fasciate da candide bende di lino. Il capo dei Varden spiccava sul resto della folla come uno smeraldo adagiato su un letto di foglie marroni. Soltanto Saphira poteva competere con lo splendore del suo aspetto.
Eragon e Arya si presentarono a Nasuada e poi a re Orrin. Nasuada diede loro il benvenuto formale da parte di tutti i Varden e li lodò per il loro coraggio. Concluse dicendo: «Sì, Galbatorix può anche avere un Cavaliere e un drago che combattono per lui come Eragon e Saphira combattono per noi. Può avere un esercito così numeroso da oscurare la terra. E può evocare strani e orribili sortilegi, abominio dell'arte magica. Ma con tutto il suo malefico potere non ha potuto impedire a Eragon e a Saphira di entrare nel suo regno e di uccidere quattro dei suoi servitori preferiti, né a Eragon di attraversare impunito l'Impero. Il braccio dell'usurpatore si è davvero indebolito se non è riuscito a difendere i suoi confini e a proteggere i suoi turpi agenti nel loro covo inaccessibile.»
Mentre i Varden esplodevano in un coro di acclamazioni, Eragon sorrise fra sé nel riconoscere quanto era abile Nasuada nel far leva sulle loro emozioni, ispirando fiducia, lealtà e ottimismo, nonostante la situazione in cui si trovavano. Non che mentisse: per quanto Eragon ne sapeva, Nasuada non mentiva mai, nemmeno quando aveva a che fare con il Consiglio degli Anziani o altri avversari politici. Quello che faceva era riferire le verità che più rafforzavano la sua posizione e i suoi argomenti. In questo, pensò Eragon, era molto simile agli elfi.
Quando le manifestazioni di esultanza dei Varden si furono placate, re Orrin salutò Eragon e Arya come aveva fatto Nasuada. Le sue parole furono più misurate di quelle della ragazza, e sebbene tutti avessero ascoltato in rispettoso silenzio e alla fine avessero applaudito, era ovvio che per quanto la folla lo rispettasse, non lo amava come amava Nasuada, e che Orrin non riusciva a infiammare l'immaginazione dei soldati quanto lei. Il re dal volto glabro era dotato di un intelletto superiore, ma la sua personalità era troppo distaccata, eccentrica e mite per rappresentare il concentrato delle speranze degli umani che si opponevano a Galbatorix.
Se sconfiggiamo Galbatorix, disse Eragon a Saphira, non dovrà essere Orrin a sostituirlo a Urû'baen. Non sarebbe in grado di unire il paese come Nasuada ha unito i Varden.
Sono d'accordo.
Re Orrin concluse il suo discorso. Nasuada sussurrò all'orecchio di Eragon: «Adesso tocca a te rivolgerti a coloro che si sono radunati per acclamare il famoso Cavaliere dei Draghi.» Nei suoi occhi balenò una scintilla di divertita malizia.
«A me?»
«Tutti si aspettano che tu lo faccia.»
Allora Eragon si volse per affrontare la moltitudine, con la lingua asciutta come sabbia. Aveva la mente vuota, e per un paio di secondi di panico pensò di aver perso il dono della parola, e che avrebbe fatto una figuraccia davanti all'intera popolazione dei Varden. Da qualche parte si levò il nitrito di un cavallo, ma per il resto l'accampamento sembrava immerso in un silenzio irreale. Fu Saphira a spezzare la sua paralisi dandogli un colpetto col muso sul braccio e dicendo: Di' che sei onorato di avere il loro sostegno e che sei felice di essere tornato fra di loro. Grazie al suo incoraggiamento, Eragon riuscì a spiccicare qualche parola appena accettabile, poi s'inchinò e fece un passo indietro.
Abbozzando un sorriso mentre la folla lo applaudiva e lo acclamava e batteva le spade sugli scudi, Eragon disse: È stato orribile! Preferirei combattere contro uno Spettro piuttosto che farlo di nuovo.
Su! Non è stato così difficile.
Non difficile: tremendo.
Uno sbuffo di fumo si levò dalle narici della dragonessa.
Ma che bel Cavaliere dei Draghi sei, terrorizzato all'idea di parlare alla folla! Se solo Galbatorix lo sapesse, gli basterebbe chiederti di fare un discorso alle sue truppe per costringerti alla resa. Ha!
Non sei spiritosa, borbottò lui, ma Saphira continuò a ridacchiare.
RISPETTO PER UN RE
Dopo il brevissimo discorso di Eragon ai Varden, Nasuada fece un cenno a Jörmundur, che subito accorse al suo fianco. «Fa' tornare tutti ai loro posti. Se ci attaccassero in questo momento, saremmo spacciati.»
«Sì, mia signora.»
Chiamando a sé Eragon e Arya, Nasuada posò la mano sinistra sul braccio di re Orrin, e insieme entrarono nel padiglione.
E tu? chiese Eragon a Saphira mentre seguiva i due. Quando entrò nel padiglione, però, notò che uno dei pannelli di stoffa era stato arrotolato e fissato a una trave per consentire a Saphira di infilare la testa e partecipare alla riunione. Aspettò qualche istante prima che il muso e il collo scintillanti della dragonessa sbucassero da dietro l'apertura, oscurando l'interno della tenda quando lei si accovacciò. Le pareti erano costellate di luminosi puntini viola, i riflessi delle sue squame azzurre sul tessuto rosso.
Eragon osservò il resto della tenda. In confronto a quando l'aveva visitata l'ultima volta era spoglia, risultato della devastazione provocata da Saphira quando era entrata nel padiglione per vedere Eragon nello specchio magico. Con solo quattro pezzi di arredamento, il padiglione era austero persino per i canoni militari. C'era lo scranno di legno levigato dov'era seduta Nasuada, con re Orrin in piedi al suo fianco; lo specchio magico montato su un'asta di ottone inciso; uno sgabello pieghevole; e un basso tavolo straripante di mappe e altri documenti. Il pavimento era coperto da un tappeto annodato di arte nanesca. Oltre ad Arya e a lui, c'erano già una ventina di altre persone radunate di fronte a Nasuada. Lo guardavano tutti. Fra di loro riconobbe Narheim, il comandante in carica delle truppe dei nani; Trianna e gli altri stregoni del Du Vrangr Gata; Sabrae, Umérth e il resto del Consiglio degli Anziani, tranne Jörmundur; un gruppo di nobili e funzionari della corte di re Orrin. Si disse che quelli che non conosceva dovevano essere membri importanti di una delle molte fazioni che sostenevano l'esercito dei Varden. Erano presenti sei delle guardie di Nasuada - due appostate all'ingresso e quattro intorno al suo scranno - ed Eragon percepì anche l'intricato mosaico degli oscuri e contorti pensieri di Elva, nascosta da qualche parte in fondo al padiglione.
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