Volodyk - Paolini3-Brisingr

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«Eragon» disse Nasuada, «non vi siete mai conosciuti, perciò ti presento Sagabato-no Inapashunna Fadawar, capo della tribù Inapashunna. È un uomo molto coraggioso.»

Per tutta l'ora successiva Eragon sopportò quella che gli parve una serie infinita di presentazioni, congratulazioni e domande a cui non poteva rispondere direttamente senza rivelare segreti che era meglio tenere celati. Quando tutti gli ospiti gli ebbero parlato, Nasuada fece loro cenno di congedarsi. Mentre uscivano dal padiglione, Nasuada batté le mani e le guardie fuori fecero entrare un secondo gruppo di notabili e poi, quando questi ebbero gustato i dubbi frutti della loro visita, un terzo. Eragon continuò a sorridere per tutto il tempo, scambiando una stretta di mano dopo l'altra. Rivolse e ricevette insulsi convenevoli, sforzandosi di mandare a memoria la folla di nomi e titoli che lo assediavano e comportandosi con la perfetta cortesia che ci si aspettava da lui. Sapeva che lo onoravano non perché era loro amico ma per la possibilità di vittoria che incarnava per i popoli liberi di Alagaësia, per il suo potere, e perché speravano di ottenere qualcosa da lui. Dentro di sé ululava di frustrazione e non vedeva l'ora di liberarsi dai rigidi vincoli delle buone maniere e dell'etichetta per salire in groppa a Saphira e volare lontano a godersi un po' di pace.

Una delle poche cose che lo divertirono fu la reazione dei postulanti davanti ai due Urgali che incombevano sullo scranno di Nasuada. Alcuni facevano finta di ignorare i guerrieri cornuti - anche se dalla rapidità dei loro movimenti e dai toni striduli delle loro voci si intuiva che le creature li innervosivano - mentre altri guardavano gli Urgali con diffidenza, le mani strette su spade o pugnali, e altri ancora ostentavano un falso coraggio mostrandosi superiori alla famigerata forza degli Urgali. Soltanto un gruppo ristretto di persone sembrava indifferente a quella vista: Nasuada in primo luogo, ma anche re Orrin, Trianna e un conte che disse di aver visto Morzan e il suo drago radere al suolo un'intera città quando era appena un bambino.

Quando Eragon arrivò al limite della sopportazione, Saphira gonfiò il petto ed emise un cupo ringhio vibrante così potente da far tremare lo specchio nella sua cornice. Sul padiglione calò un silenzio di tomba. Il ringhio non aveva intenzioni minacciose, ma catturò l'attenzione di tutti e palesò l'impazienza che pervadeva la dragonessa. Nessuno degli ospiti fu abbastanza stupido da mettere alla prova la sua resistenza. Con scuse frettolose, raccolsero le proprie cose e uscirono in fila dal padiglione, affrettando il passo quando Saphira cominciò a tamburellare con gli artigli sul terreno.

Nasuada sospirò quando il lembo di stoffa dell'ingresso si chiuse alle spalle dell'ultimo visitatore. «Ti ringrazio, Saphira. Mi dispiace di averti fatto subire questa tortura delle presentazioni, Eragon, ma sono sicura che comprendi. Tu occupi una posizione di straordinario rilievo fra i Varden, e non posso più tenerti solo per me. Appartieni al popolo, adesso. Ti chiedono un riconoscimento ufficiale e pretendono ciò che considerano una giusta parte del tuo tempo. Né tu né io né Orrin possiamo ignorare i desideri della folla. Perfino Galbatorix, sul suo oscuro trono di Urû'baen, teme i capricci del popolo, anche se forse lo nega perfino a se stesso.»

Senza più gli ospiti presenti, re Orrin abbandonò la maschera di regale decoro. Il suo rigido atteggiamento si trasformò in una più umana espressione di sollievo, irritazione e spasmodica curiosità. Sciogliendo le spalle sotto il peso della veste cerimoniale, guardò Nasuada e disse: «Non credo che abbiamo più bisogno dei tuoi Falchineri qui dentro.»

«D'accordo.» Nasuada batté le mani, congedando le guardie.

Trascinando lo sgabello pieghevole accanto alla regina, re Orrin sedette cercando di districarsi dal groviglio di stoffe pesanti che gli impacciavano i movimenti. «Bene» disse, guardando ora Eragon, ora Arya. «È arrivato il momento di farci conoscere ogni dettaglio della tua impresa, Eragon Ammazzaspettri. Ho sentito soltanto vaghe spiegazioni sulla ragione che ti ha spinto a decidere di attardarti nell'Helgrind, e io ne ho abbastanza di risposte evasive o incomplete. Sono deciso a sapere la verità sulla questione, perciò ti avverto, non cercare di nascondere niente di quello che è successo mentre ti trovavi nel territorio dell'Impero. Finché non sarò convinto che mi hai detto tutto quello che c'è da dire, nessuno di noi metterà un piede fuori da questa tenda.»

Con voce fredda e tagliente come una scheggia di ghiaccio, Nasuada intervenne. «Mi pare che tu pretenda un po' troppo... sire. Non hai autorità su di me per tenermi confinata qui; né su Eragon, che è mio vassallo; né su Saphira; né su Arya, che non risponde a nessun signore mortale ma a una sovrana che è molto più potente di noi due messi insieme. Né noi abbiamo autorità su di te. Noi cinque siamo uguali a tutti coloro che ricoprono il nostro stesso incarico nell'intera Alagaësia.»

Re Orrin rispose a tono: «Travalico dunque i confini della mia sovranità? Può darsi. Hai ragione: non ho potere su di voi. Tuttavia, se siamo uguali, devo ancora vederne la prova nel trattamento che mi riservi. Eragon risponde a te e a te soltanto. Con la Prova dei Lunghi Coltelli hai conquistato il potere sulle tribù nomadi, molte delle quali prima contavo fra i miei sudditi. E comandi a tuo piacimento sia i Varden che i cittadini del Surda, che da tempo servono la mia famiglia con un coraggio e una determinazione che vanno ben oltre quelli degli uomini comuni.»

«Sei stato tu a chiedermi di organizzare questa campagna» ribatté Nasuada. «Io non ti ho deposto.»

«Giusto, sono stato io a chiederti di assumere il comando delle nostre forze frammentate. Non mi vergogno ad ammettere che tu hai molta più esperienza e capacità di me nel muovere guerra. Il nostro futuro è troppo incerto perché io, tu o uno qualsiasi di noi possa indulgere in un falso orgoglio. Tuttavia dal momento della tua investitura sembri aver dimenticato che sono ancora il re del Surda, e che noi della famiglia Langfeld possiamo vantare origini che risalgono a Thanebrand il Donatore dell'Anello, che a sua volta succedette al vecchio Palancar il Matto, e che fu il primo a sedere sul trono di quella che adesso è Urû'baen.

«Considerando il nostro lignaggio e l'aiuto che il Casato di Langfeld ti ha fornito in questa causa, è offensivo da parte tua ignorare i diritti della mia posizione. Ti comporti come se il tuo fosse l'unico verdetto importante e le opinioni degli altri non contassero nulla e fossero solo pareri da calpestare sulla strada che ti porta a perseguire lo scopo che hai già deciso essere il migliore per quella parte di umanità libera che è abbastanza fortunata da averti come capo. Tu negozi trattati e alleanze, come quella con gli Urgali, di tua iniziativa, e pretendi che io e gli altri accettiamo le tue decisioni, come se parlassi a nome di tutti noi. Tu organizzi visite di Stato, come quella con Blödhgarm-vodhr, e non ti prendi il disturbo di avvisarmi, né aspetti il mio arrivo perché possiamo ricevere l'ambasceria insieme come pari grado. E quando ho l'ardire di chiedere a Eragon... l'uomo la cui esistenza è la prima ragione per cui ho trascinato il mio paese in questa avventura... quando ho l'ardire di chiedere perché questa persona importantissima ha deciso di mettere in pericolo la vita dei surdani e di ogni creatura che si oppone a Galbatorix per restare nel cuore del paese nemico, tu come reagisci? Trattandomi come se non fossi altro che un sottoposto troppo zelante e curioso, le cui infantili preoccupazioni ti distraggono da questioni molto più urgenti. Bah! Sappi che non lo accetto. Se non riesci a rispettare la mia carica e un'equa divisione di responsabilità, così come dovrebbero fare due alleati, allora sono dell'opinione che tu sia inadatta a comandare una coalizione come la nostra, e ti ostacolerò in qualsiasi circostanza.»

Quante parole! commentò Saphira.

Allarmato dalla piega che aveva preso la conversazione, Eragon disse: Che cosa devo fare? Non voglio raccontare a nessuno di Sloan, tranne che a Nasuada. Meno persone sanno che è ancora vivo, meglio è.

Un fremito color oceano scintillò lungo il collo di Saphira quando le punte aguzze e frastagliate delle squame a losanga si sollevarono di una frazione di pollice dalla pelle, dandole un aspetto feroce e selvaggio. Non posso dirti io che cosa è meglio, Eragon. In questa occasione devi fondarti sul tuo giudizio. Ascolta bene quello che ti dice il cuore e forse capirai come districarti da queste trappole insidiose.

In risposta all'arringa di re Orrin, Nasuada si strinse le mani in grembo, le bende bianche in netto contrasto con il verde del vestito, e con voce tranquilla e monotona disse: «Se ti ho mancato di rispetto, sire, è stato soltanto per leggerezza e precipitazione, e non per il desiderio di screditare te o il tuo casato. Ti prego di perdonare le mie manchevolezze. Non accadrà più, te lo prometto. Come hai giustamente sottolineato, è da poco che ricopro questa carica e devo ancora impararne le implicite sottigliezze.»

Orrin inclinò la testa in un gesto di fredda ma compiaciuta approvazione.

«Quanto a Eragon e alle sue attività nell'Impero, non ho potuto fornirti i dettagli specifici perché io stessa non sapevo nulla al riguardo. E questa, come immagino tu capirai, non era una cosa che avevo interesse a rendere di pubblico dominio.»

«No, è ovvio.»

«A questo punto credo che la cura più rapida per sanare la disputa in corso sia lasciare che Eragon ci esponga i fatti come si sono svolti, affinché noi possiamo comprenderne la portata e poi giudicare.»

«Più che una cura» ribatté re Orrin «direi che si tratta del principio di una cura, e sono più che disposto ad ascoltare.»

«Allora non indugiamo oltre» disse Nasuada. «Cominciamo dal principio e finiamola con questa trepida attesa. Eragon, è giunto il momento che ci spieghi.»

Mentre Nasuada e gli altri lo fissavano con occhi curiosi, Eragon fece la sua scelta. Levando il mento, disse: «Quello che vi dirò sarà in assoluta confidenza. So che non posso pretendere da te, re Orrin, e da te, Lady Nasuada, che mi giuriate di mantenere il segreto da adesso fino al giorno della vostra morte, ma vi prego di comportarvi come se lo aveste fatto. Se questo segreto arrivasse alle orecchie sbagliate potrebbe causare un immenso dolore.»

«Un re non rimane re a lungo se non sa apprezzare il valore del silenzio» disse Orrin.

Senza altri indugi, Eragon descrisse tutto quello che gli era accaduto nell'Helgrind e nei giorni seguenti. Poi toccò ad Arya spiegare come aveva fatto a trovare Eragon e confermare il suo racconto fornendo dettagli e osservazioni sul viaggio. Quando entrambi ebbero finito, nel padiglione calò il silenzio; Orrin e Nasuada sedevano immobili. Eragon ebbe l'impressione di essere tornato bambino, in attesa che Garrow gli dicesse quale punizione avrebbe ricevuto per aver combinato una marachella delle sue.

Orrin e Nasuada rimasero assorti nelle loro riflessioni per lunghi minuti, poi Nasuada si lisciò il vestito e disse: «Re Orrin potrà forse essere di opinione diversa, e in tal caso sono curiosa di saperne i motivi, ma da parte mia ti dico che hai fatto la cosa giusta, Eragon.»

«Sono d'accordo» disse Orrin, con grande sorpresa di tutti i presenti.

«Davvero?» esclamò Eragon. Esitò. «Non voglio sembrare impertinente, perché sono contento che approviate, ma non mi aspettavo che accettaste la mia decisione di risparmiare la vita di Sloan. Se posso chiederlo, perché...»

Re Orrin lo interruppe. «Perché approviamo? Perché bisogna seguire la legge. Se ti fossi autonominato boia di Sloan, Eragon, ti saresti arrogato i diritti che spettano a Nasuada e a me. Perché colui che ha l'audacia di decidere chi deve vivere e chi morire non serve più la legge, ma detta legge. E per quanto magnanimo tu possa essere, non sarebbe un bene per le nostre razze. Io e Nasuada, quantomeno, rispondiamo all'unico signore davanti al quale tutti i re devono inginocchiarsi. Rispondiamo ad Angvard, nel suo regno di eterno crepuscolo. Rispondiamo al Grigio sul suo cavallo grigio. La Morte. Potremmo essere i peggiori tiranni nella storia del mondo, eppure a tempo debito Angvard ci metterà in ginocchio... Tu non subirai questa sorte. Gli umani sono una razza dalla vita breve, e non dovremmo essere governati da un Immortale. Non ci serve un altro Galbatorix.» Una risata sinistra sfuggì dalle labbra di Orrin, poi, con la bocca deformata da un sorriso amaro, il re del Surda proseguì. «Non capisci, Eragon? Sei così pericoloso che siamo costretti a dirtelo apertamente e sperare che tu sia uno dei rari esseri refrattari alle malie del potere.»

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