Volodyk - Paolini3-Brisingr

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Quando Kvîstor ebbe finito di parlare, Eragon gli fece capire che era pronto per andarsene. La guardia si mise alla testa del gruppo e il Cavaliere la seguì oltre la porta dalla quale erano entrati, con gli altri tre alle loro spalle. Non avevano percorso più di venti piedi quando Eragon sentì dietro di sé un flebile rumore di passi strascicati, così sommesso che Kvîstor non parve nemmeno sentirlo.

Si voltò. Alla luce ambrata delle lanterne senza fiamma montate su entrambi i lati del corridoio vide correre verso di loro sette nani vestiti di nero, il viso coperto da maschere anch'esse nere e i piedi avvolti in stracci, a una velocità che pensava fosse di dominio esclusivo degli elfi, degli Spettri e di altre creature nel cui sangue scorre la magia. Nella destra tenevano lunghi pugnali affilati con pallide lame che scintillavano multicolori, come prismi, e nella sinistra scudi di metallo dalla cui borchia si levavano punte aguzze. Le loro menti, come quelle dei Ra'zac, erano inaccessibili.

Saphira!

fu il suo primo pensiero; poi si ricordò che era solo.

Voltandosi per fronteggiare i nani vestiti di nero, Eragon portò la mano all'elsa del falcione e fece per avvisare i suoi compagni.

Troppo tardi.

Mentre la prima parola gli risuonava ancora in gola, tre di quegli strani nani afferrarono l'ultima delle guardie e la colpirono con i pugnali scintillanti. Più veloce di ogni discorso o pensiero consapevole, Eragon si immerse nel flusso della magia con tutto se stesso e senza affidarsi all'antica lingua per dare forma al suo incantesimo modificò la trama del mondo in uno schema a lui più gradito. Le tre guardie tra lui e gli assalitori, quasi attirate da fili invisibili, gli precipitarono ai piedi, incolumi ma disorientate.

Eragon sussultò per l'improvviso calo di forza.

Due nani vestiti di nero gli si avventarono contro e cercarono di colpirlo al ventre con i loro pugnali assetati di sangue. Brandendo il falcione, schivò entrambi i colpi, sbalordito dalla rapidità e dalla ferocia degli aggressori. Una delle sue guardie balzò in avanti, gridando e facendo roteare l'ascia contro i potenziali assassini. Prima che Eragon potesse afferrarla per l'usbergo di maglia e metterla al sicuro, una lama bianca, che si contorceva come una fiamma spettrale, le trapassò il collo muscoloso. Mentre il nano cadeva, Eragon scorse il suo viso e rimase sconvolto nello scoprire che si trattava di Kvîstor; la gola, squarciata dal pugnale, brillava di un liquido rosso.

Non posso permettere loro di farmi nemmeno un graffio, si disse Eragon.

Infuriato per la morte di Kvîstor, colpì l'assassino così in fretta che non ebbe nemmeno il tempo di scansarsi e gli crollò ai piedi senza vita.

«Restate dietro di me!» gridò Eragon con tutta la sua forza alle altre guardie.

Via via che la sua voce riverberava lungo il corridoio, sul pavimento e sulle pareti si aprirono sottili crepe e dal soffitto caddero scaglie di pietra. I nani all'attacco esitarono di fronte al potere sconfinato della sua voce; poi ripresero l'offensiva.

Eragon indietreggiò di parecchie iarde in modo da avere abbastanza spazio per reagire senza essere intralciato dai cadaveri, poi si accucciò e brandì il falcione facendolo oscillare avanti e indietro, come un serpente pronto ad attaccare. Il cuore gli batteva al doppio della velocità e nonostante il combattimento fosse appena cominciato già gli mancava il respiro.

Il corridoio era largo otto piedi, abbastanza perché i sei nemici che restavano lo potessero attaccare tutti insieme. Si separarono: due tentarono di colpirlo ai fianchi, uno a destra e l'altro a sinistra, mentre il terzo si lanciò alla carica, colpendolo alle braccia e alle gambe a velocità frenetica.

Non volendo affrontare quei nani come avrebbe fatto se avessero brandito normali spade, Eragon si chinò per prendere lo slancio e balzò in avanti, poi fece una mezza giravolta e colpì il soffitto con i piedi. Con un'altra mezza giravolta atterrò carponi una iarda dietro di loro. Mentre gli si scagliavano contro, Eragon avanzò di un passo e li decapitò con un solo colpo di rovescio.

I pugnali caddero a terra tintinnando un istante prima delle teste.

Superando con un salto i corpi mutilati, Eragon si volse mentre era ancora in volo e atterrò nel punto da cui era partito.

Appena in tempo.

Un soffio di vento gli solleticò il collo quando la punta di un pugnale gli sfiorò la gola. Un'altra lama gli lacerò il risvolto dei pantaloni. Eragon trasalì e fece roteare il falcione, cercando di guadagnare spazio per combattere. I miei incantesimi di difesa avrebbero dovuto respingere le spade! pensò, sbalordito.

Posò il piede in una pozza di sangue vischioso e scivolò, cadendo di schiena e lasciandosi sfuggire un grido. Batté la testa sul pavimento di pietra e il colpo gli diede subito la nausea. Lucine azzurre presero a balenargli davanti agli occhi. Si sentì mancare il respiro.

Le tre guardie sopravvissute balzarono sopra di lui e insieme fecero roteare le asce per proteggerlo ed evitare il morso dei pugnali luccicanti.

Eragon non impiegò molto a riprendersi. Balzò in piedi e rimproverandosi per non averci pensato prima gridò un incantesimo intessuto con nove delle dodici parole di morte che Oromis gli aveva insegnato. Tuttavia dovette abbandonare la magia subito dopo averla liberata, perché i nani vestiti di nero erano protetti da numerose difese. Se avesse avuto qualche minuto in più, forse sarebbe riuscito ad aggirarle o a sconfiggerle, ma in quella battaglia dove ogni istante sembrava durare un'ora ci sarebbero voluti giorni. Avendo fallito con la magia, concentrò i pensieri in una lancia solida come il ferro e la scagliò dove avrebbe dovuto trovarsi la coscienza di uno dei nani, ma la sua energia fu respinta da una sorta di armatura mentale diversa da tutte quelle che il Cavaliere aveva visto prima di allora: liscia e senza giunture, immune dalle preoccupazioni tipiche di una creatura mortale impegnata in una lotta all'ultimo sangue.

Qualcuno li protegge, si disse. Questi sette nani non combattono da soli.

Puntando un piede, scattò in avanti e con il falcione trafisse il primo in un ginocchio, che prese a sanguinare. Il nano barcollò e le guardie di Eragon puntarono su di lui, afferrandolo per le braccia, così che non potesse brandire la malefica lama, poi lo abbatterono con le asce.

Il più vicino degli ultimi due assalitori alzò lo scudo per parare il colpo che Eragon stava per assestargli. Facendo appello a tutte le sue forze, il Cavaliere cercò di spezzare in due lo scudo e il braccio che lo reggeva, come aveva fatto spesso con Zar'roc, ma nella concitazione del momento non aveva tenuto conto dell'inesplicabile rapidità dei nani. Vedendo il falcione avvicinarsi al bersaglio, il nano inclinò lo scudo di lato in modo da deviare il colpo.

Il falcione rimbalzò sulla superficie e poi sulla punta d'acciaio dello scudo, sollevando due sbuffi di scintille. Il contraccolpo fu più forte del previsto e il falcione andò a conficcarsi nella parete, trascinando con sé il braccio di Eragon. Con un suono cristallino, la lama si frantumò in una decina di pezzi. Dall'elsa spuntava ormai solo un punteruolo di metallo sbeccato lungo sei pollici.

Sgomento, Eragon lasciò cadere l'arma ormai inutilizzabile, afferrò il bordo dello scudo del nano e lo strattonò avanti e indietro, cercando con ogni mezzo di frapporlo tra sé e il pugnale impreziosito da un alone di colori traslucidi. Il nano era incredibilmente forte; rispondeva colpo su colpo a tutti gli affondi di Eragon e riuscì perfino a farlo indietreggiare di un passo. Liberando la mano destra ma tenendo ancora lo scudo con la sinistra, Eragon caricò il braccio libero e lo colpì con più forza possibile, perforando l'acciaio temprato come se fosse di legno marcio. Grazie ai calli sulle nocche, non provò alcun dolore.

La forza del colpo scaraventò il nano contro la parete opposta. La testa ciondolante sull'osso del collo rotto, cadde al suolo come una marionetta a cui siano stati tagliati i fili.

Eragon estrasse la mano dal foro irregolare nello scudo, graffiandosi con il metallo ritorto, e sfoderò il coltello da caccia.

Un attimo dopo l'ultimo dei nani vestiti di nero gli si avventò addosso. Eragon schivò il suo pugnale due, tre volte, e infine gli trapassò la manica imbottita, provocandogli un taglio dal gomito al polso. Il nano sibilò di dolore, gli occhi azzurri inferociti sotto la maschera di tessuto. Gli assestò una serie di affondi: il suo pugnale fischiava nel vuoto così veloce da essere quasi invisibile, e infatti Eragon dovette balzare via per evitare quella lama mortale. Il nano non si arrese. Eragon riuscì a schivarlo per diverse iarde, poi nel tentativo di aggirare un cadavere inciampò, finì contro una parete ferendosi la spalla e cadde.

Con una risata malvagia, il nano balzò, abbassando il pugnale verso il petto indifeso di Eragon che, levando un braccio nel futile tentativo di proteggersi, rotolò lungo il corridoio. Sapeva bene di avere esaurito le sue riserve di fortuna e di non poter più fuggire.

Fatto un giro su se stesso, si ritrovò faccia a faccia con il nano e scorse il pallido pugnale abbattersi su di lui come un fulmine dal cielo. Poi, con suo grande stupore, la punta della lama sfregò contro una delle lanterne senza fiamma montate alle pareti. Eragon si voltò e fuggì prima di vedere che cosa sarebbe accaduto, ma un istante dopo gli parve che una mano incandescente lo colpisse da dietro, scaraventandolo per una ventina di piedi lungo il corridoio, contro lo spigolo di un arco. L'urto gli provocò una nuova serie di tagli e ferite. Un boato lo assordò; come se qualcuno gli infilasse delle schegge nei timpani. Eragon si coprì le orecchie con le mani, si rannicchiò e prese a ululare.

Quando il frastuono e il dolore furono cessati, abbassò le mani e si rimise in piedi barcollando, stringendo i denti via via che le ferite si destavano con una miriade di sensazioni poco piacevoli. Stordito e confuso, osservò il luogo dov'era avvenuta l'esplosione.

Il corridoio era annerito di fuliggine per un tratto di almeno dieci piedi. Morbidi fiocchi di cenere fluttuavano nell'aria, calda come all'interno di una forgia accesa. Il nano che aveva tentato di colpirlo giaceva a terra tra gli spasmi, il corpo ricoperto di ustioni. Una convulsione, un'altra ancora, e poi giacque immobile. Le tre guardie di Eragon erano state scaraventate fin dove arrivava la fuliggine. Le vide alzarsi a tentoni, le orecchie e le bocche spalancate che sanguinavano, le barbe bruciacchiate e scompigliate. L'orlo delle cotte era incandescente, ma a quanto pareva il rivestimento di pelle sotto l'armatura li aveva protetti dal calore.

Eragon fece un passo avanti, poi si fermò e gemette per una lancinante fitta di dolore in mezzo alle scapole. Cercò di ruotare il braccio all'indietro per verificare l'entità della ferita, ma più la pelle si tendeva più il dolore diventava insopportabile. Sul punto di perdere i sensi, si appoggiò alla parete. Guardò di nuovo il nano carbonizzato. Temo di avere un'ustione del genere sulla schiena.

Si sforzò di concentrarsi e recitò due degli incantesimi per guarire le bruciature che gli aveva insegnato Brom durante il loro viaggio. Quando cominciarono a fare effetto, fu come se dell'acqua fredda gli scorresse sulla schiena, alleviando il bruciore. Trasse un sospiro di sollievo e si raddrizzò.

«Siete feriti?» chiese ai soldati che avanzavano verso di lui zoppicando.

Il primo nano si incupì, si toccò l'orecchio destro e scosse la testa.

Eragon imprecò a fior di labbra e solo allora si accorse che non poteva sentirlo. Attingendo di nuovo alle scorte di energia del suo corpo, pronunciò un incantesimo per restituire l'udito a tutti. Mentre la magia volgeva al termine, un prurito irritante gli si insinuò nelle orecchie per poi svanire insieme all'incantesimo.

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